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Il Ramadan e gli USA alleati dei ribelli siriani

– All’inizio del Ramadan il regime di Bashar al Assad ha scatenato l’esercito contro la città di Hama con una violenza senza precedenti. Un caso analogo lo possiamo trovare solo nel 1982 quando il padre di Bashar, Hafez al Assad, per stroncare la ribellione dei Fratelli Musulmani ordinò alle forze armate di radere al suolo Hama, provocando un numero di vittime stimato sulle 20mila unità. In questi giorni i caduti, nelle file degli insorti, si contano già a centinaia in appena tre giorni di scontri. Secondo alcune fonti sono 150 le vittime, secondo altre più di 300, i testimoni oculari di Hama parlano di carri armati che sparano sulla folla e sulle case piene di civili, sia con i cannoni che con le mitragliatrici, barricate e insorti travolti e stritolati dai mezzi cingolati, cadaveri lasciati insepolti per le strade o frettolosamente seppelliti nei giardini pubblici o nei cortili delle case. Le sgranate immagini riprese dai videofonini ci mostrano una città in guerra. Una guerra del governo contro il suo stesso popolo.

Hama era assediata dalle forze armate di Damasco da circa un mese. L’assalto lanciato domenica e tuttora in corso si spiega solo con la data: è l’inizio del Ramadan e, contemporaneamente, il 66mo anniversario delle forze armate siriane. “Saluto ogni soldato e gli rivolgo i miei auguri in occasione del 66mo anniversario della fondazione dell’esercito siriano” – dichiarava un enfatico Assad mentre i suoi uomini massacravano i civili a Hama – “le forze armate difendono i nostri diritti dai piani aggressivi che ci si presentano oggi e domani”.

La violenza e i simboli, tuttavia, non sembrano affatto placare l’ira popolare. Anzi. Si sta verificando quel che il regime di Assad temeva, una delle ragioni per cui ha ordinato all’esercito di attaccare senza più indugio: la trasformazione del Ramadan in un mese di rivolta. Tutte le manifestazioni, da marzo ad oggi, sono avvenute dopo i venerdì di preghiera, a moschee piene e gente radunata in gran numero nelle piazze. Il Ramadan può fornire l’occasione agli insorti per una mobilitazione religiosa e insurrezionale praticamente permanente. E così sta iniziando ad avvenire. Ad Hama, nonostante l’alto tasso di mortalità nello scontro di domenica, si è combattuto anche lunedì e martedì, con decine di morti e feriti. E la città della Siria centro-occidentale, non è l’unico focolare della ribellione. L’esercito, negli ultimi tre giorni è entrato in azione a Erbin, un sobborgo della stessa capitale Damasco e a Zabadani, presso il confine libanese.

Da marzo ad oggi è difficile calcolare l’entità del massacro siriano, considerando che ai giornalisti è precluso l’accesso del Paese, è vietato scattare foto o girare video (i coraggiosi che lo fanno e inviano le immagini su Internet, rischiano la vita), tantomeno è permesso l’accesso a osservatori indipendenti. Fonti “di parte”, cioè vicine al dissenso siriano, hanno diffuso la cifra di 3000 morti. Un rapporto presentato ieri all’Onu parla anche di altre 3000 persone “scomparse” e 12.000 arrestate, molte delle quali, probabilmente, sono già morte in carcere per torture e maltrattamenti. I morti, però, finora sono stati catalizzatori di nuove proteste. E’ stato l’arresto arbitrario di un ragazzino che ha dato origine alla prima manifestazione a Deraa, nel Sud della Siria. I funerali delle vittime della prima repressione delle manifestazioni a Deraa ha dato origine alle prime insurrezioni. Insomma, i morti chiamano altre proteste. Questa dinamica, Assad l’aveva capita bene a maggio, quando aveva iniziato a cambiare strategia: non più forza bruta, ma promesse di riforme e un dialogo (di facciata) con soggetti dell’opposizione accettati, se non graditi, dal regime. In questo modo aveva cercato di ottenere la comprensione della comunità internazionale e, allo stesso tempo, dividere l’opposizione al suo interno. Il suo tentativo ha iniziato a perdere colpi quando, maldestramente, ha inasprito di nuovo la repressione e, allo stesso tempo, ha attaccato le ambasciate di Usa e Francia, come risposta alla visita degli ambasciatori dei due Paesi occidentali alla città assediata di Hama. Da quei giorni convulsi di inizio luglio, Assad deve aver pensato di aver ormai ben poco da perdere in termini di consenso internazionale. Allo stesso tempo ha constatato che l’opposizione (anche se profondamente divisa al suo interno da una miriade di formazioni diverse) non accettava il suo dialogo e non credeva più alle sue promesse di riforme. Dunque è tornato alla forza bruta. Ma in questo modo potrebbe provocare l’estensione della ribellione in tutto il Paese.

Insomma, la dittatura siriana è tutt’altro che solida e basterebbe un po’ di sforzo in più per facilitarne la caduta definitiva.

In questo scontro, la Nato si dimostra del tutto inadatta: un intervento militare è improponibile. Una guerra in Siria coinvolgerebbe immediatamente Libano, Israele e Iran. Nessuno vorrebbe infilarsi in una guerra generale del Medio Oriente. E quando Londra afferma che un intervento “non è ipotesi remota”, Bruxelles la richiama all’ordine affermando che un’azione non è neppure all’orizzonte.

L’Onu ha dimostrato per due volte in due giorni la sua totale inadeguatezza. Il Consiglio di Sicurezza non è neppure stato in grado di emettere una risoluzione di condanna. A causa dell’intervento militare in Libia, Cina e Russia, seguite da tutti i Paesi emergenti del BRICS (Brasile, India, Sud Africa) hanno deciso di non avallare altri interventi militari occidentali e si sono opposte ad ogni risoluzione che possa essere interpretata in senso bellico. Il Libano, ormai controllato da Hezbollah (creatura dell’Iran, armata dalla Siria) ha promesso un appoggio incondizionato al regime di Assad. In sede Onu voterà contro ogni risoluzione, anche quella più blanda, in discussione proprio in queste ore, in cui manifestanti e regime vengono messi praticamente sullo stesso piano di responsabilità.

L’Unione Europea si sta dimostrando uno strumento ancora debole, privo di una politica estera comune. Sono i singoli membri che devono prendere l’iniziativa. L’Italia, con ammirevole attivismo, ha chiesto per prima la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E ieri la Farnesina ha richiamato l’ambasciatore dopo aver cancellato i programmi di cooperazione con Damasco, auspicando che anche gli altri 26 Stati membri seguano l’esempio. La Germania è stata in prima linea nel chiedere una condanna Onu alla Siria. La Francia condanna il regime. La Gran Bretagna, come abbiamo visto, non ha escluso nemmeno un intervento armato. Almeno a parole. Ma queste dichiarazioni di intenti hanno sortito ben pochi effetti pratici a livello di Unione Europea: solo nuove sanzioni blande (divieto di viaggiare in territorio comunitario e congelamento dei beni) per altre cinque personalità del regime di Damasco. Nessuna sanzione economica (sul gas e il petrolio siriani) è stata finora discussa. Eppure sarebbe l’unica misura efficace per indebolire il regime.

Un freno viene posto anche dalla Chiesa cattolica, che vede in Assad (così come in Saddam Hussein a suo tempo) un protettore della minoranza cristiana. I profughi dall’Iraq hanno trovato rifugio in Siria, fuggendo dalle violenze del terrorismo islamico moltiplicatesi dopo la caduta di Saddam. Ora temono che la caduta di Assad possa provocare anche a Damasco e Aleppo gli stessi scenari di terrore, bombe, rapimenti e assassini mirati che sono diventati fatti quotidiani a Kirkuk (sono di ieri due autobombe contro altrettante chiese), Mosul e Baghdad. La Chiesa non fa direttamente politica, non vota al Consiglio di Sicurezza, ma la sua influenza si fa chiaramente sentire nel momento in cui i governi di Paesi cattolici devono prendere delle decisioni politiche gravi. E questa influenza pesa ancora a favore di Assad.

Solo gli Usa stanno silenziosamente ed efficacemente muovendosi per permettere anche alla Siria di cambiare il suo destino. L’ambasciatore Ford, attualmente negli Usa, ha preso contatto con l’opposizione, anche in modo palese, come nel caso della sua visita a Hama. Secondo fonti di Foreign Policy, avrebbe sviluppato una rete di relazioni con gli oppositori e starebbe addirittura selezionando le personalità che potrebbero guidare la Siria nel dopo-Assad. L’amministrazione Obama ha condannato senza mezzi termini la repressione e non considera più la dittatura di Damasco (che proprio questo presidente intendeva sdoganare) come un interlocutore legittimo. Nei prossimi giorni si vedrà quali nuove sanzioni unilaterali verranno applicate da Washington.

La sfida siriana, insomma, ci ripropone ancora il solito, ormai classico, schema delle relazioni internazionali contemporanee: Nato fuori luogo, Onu paralizzata, Ue debole, Chiesa terrorizzata dal cambio di regime. Solo gli Usa credono sinceramente nella democrazia.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “Il Ramadan e gli USA alleati dei ribelli siriani”

  1. Stefano, complimenti per la ricostruzione minuziosa dell’asse portante e del ruolo degli attori internazionali. Stamattina ho seguito parte di un intervento di Juppè, che non ha escluso che Parigi possa chiedere opzione militare al Consiglio di sicurezza, opzione che allo stato non passerà mai per le ragioni che hai messo in evidenza.
    Consentimi una considerazione su Hezbollah: dalle info in mio possesso loro sono in totale imbarazzo, nel senso che se potessero appoggerebbero la rivolta, cosa che hanno già fatto in Egitto, Tunisia e Libia. Ma non possono condannare il regime di Bashar, perchè non posso perdere l’appoggio delle autorità siriane.

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