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Processo lungo, il patto tra il partito della forca e quello dell’impunità

– L’approvazione con tanto di questione di fiducia del disegno di legge sul cosiddetto “processo lungo” appare, se ce ne fosse ancora bisogno, sintomatica di un perverso e contraddittorio patto tra il partito della forca e il partito dell’impunità volgarmente spacciati per cultura della sicurezza e cultura delle garanzie.

E’ questo il vero “miracolo italiano” che il berlusconismo lascerà in eredità: non l’abbassamento della pressione fiscale, non la riduzione del peso dello Stato nell’economia ma la spudorata alleanza nel campo del diritto penale tra diverse e, in teoria, incompatibili culture dell’emergenza. Esattamente il contrario di ciò che occorrerebbe, vale a dire una seria e profonda riflessione sul tema delle garanzie nel processo penale.

Emblematico del modo del legislatore di intendere il garantismo è il caso della modifica dell’art. 238bis del codice di procedura penale introdotta dal ddl n.2567. Norma che consente di acquisire (ed utilizzare unitamente ad altri elementi di prova) sentenze passate in giudicato di altri procedimenti. Il ddl 2567 non abroga il principio ma, in attuazione dell’art. 111 Cost., stabilisce che “resta fermo il diritto delle parti di ottenere l’esame delle persone le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la motivazione della sentenza”: riforma sacrosanta, senza se e senza ma.

Chi, dall’opposizione, strepita, va detto che sta strepitando non in nome della Costituzione ma contro la Costituzione.
L’art.111 della Costituzione, infatti, sancisce, in conformità con l’art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, l’obbligo che “la persona accusata abbia la facoltà, davanti a un giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico”.

C’è, dunque, perfetta sovrapponibilità tra Convenzione Europea, norma costituzionale e riforma introdotta dal ddl n.2567. Dove sta il trucco allora? Come sempre, è dalla lettura delle “pieghe” delle norme che emerge il retropensiero più nascosto. Se si legge bene si scopre che il principio, pur se aderente alla Costituzione ed alla Convenzione Europea, soffre delle eccezioni in relazione alla tipologia di reato contestato.

L’art.4 del ddl n.2567 prevede, infatti, che il diritto di ottenere l’esame della fonte di accusa non si applichi nei processi per i reati più gravi: quelli previsti all’art 51 commi 3 bis e 3 quater c.p.p. (terrorismo, mafia, reati associativi, sequestro di persona ecc.).Già, perché gli emergenzialisti così ragionano, da sempre: le garanzie sono un lusso e non una necessità per prevenire il rischio di condanne ingiuste.

Accettare l’idea di abbassare il livello delle garanzie in relazione alla gravità del titolo di reato contestato è però la strada che porta dritti a Guantanamo, esattamente il contrario dello Stato di diritto e della cultura liberale. L’eccezione, va detto, è stata richiesta a gran voce dall’opposizione di centrosinistra, per “evitare di fare favori alla mafia”, come se la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo facesse favori alla mafia.

La maggioranza di centrodestra, va altrettanto detto, non solo ha recepito l’invito ma, nel rivendicare a sé il merito dell’intransigenza nella lotta contro la criminalità organizzata, sbandiera l’eccezione al principio costituzionale come prova della sua buona fede. Già, perché la maggioranza utilizza la Costituzione e i principi del “giusto processo” come un pretesto per mettere mano alle norme del codice che considera davvero importanti, poco importa se il prezzo da pagare è quello di lisciare il pelo alle varie e deteriori culture emergenzialiste.

Qui il ddl n.2567 offre il meglio: il partito della forca, cui la Lega e vasti settori della destra postfascista sono sensibili, è accontentato con l’ergastolo in abbreviato, con il divieto di concedere benefici fino allo scadere dei tre quarti della pena ai condannati per omicidio e, più in generale, con le varie restrizioni alla legge Gozzini contenute all’art.8.

In cambio, il partito della forca deve far finta di non vedere che, dietro le modifiche agli articoli 190 e, soprattutto, 495 del codice di procedura penale, si possono nascondere rilevanti agganci testuali che, sapientemente utilizzati, possono allungare i tempi processuali in vista della prescrizione.  Il nuovo art. 495 c.p.p., infatti, non consentirá più al giudice di revocare prove superflue o manifestamente non pertinenti se richieste a prova contraria in relazione a prove già assunte.

Il tema sarebbe interessante perché non è semplice valutare la rilevanza prima dell’assunzione e, dunque, il giudice dovrebbe utilizzare con assoluta parsimonia il potere di escludere a priori fonti di prova. L’art. 111 della Costituzione impone inoltre il diritto per l’imputato di “ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni mezzo di prova a suo favore”.

Ciò che, tuttavia, non pare accettabile è il rischio, tutt’altro che infondato, che il principio costituzionale si trasformi in un’occasione per fare ciò che in gergo calcistico si definisce “melina” ed il sospetto che proprio questo fosse lo scopo della maggioranza pseudo-garantista appare legittimo.

Il risultato, ancora una volta, è una legge brutta, contraddittoria e disorganica.


Autore: Claudio Bragaglia

40 anni, avvocato penalista, vive e lavora a Torino.

2 Responses to “Processo lungo, il patto tra il partito della forca e quello dell’impunità”

  1. lodovico scrive:

    Spesso si dimenticata che l’imputato, come l’accusa, é attore nel processo e quindi…. come l’accusa porta tutti gli atti a sostegno… tale diritto non può essere negato all’imputato. La melina nasce dall’obbligo dell’azione penale e dal fatto che l’accusa nel processo indiziario si attarda in mille stupidaggini.

  2. bruno scrive:

    perfettamente d’accordo con Ludovico…..e immaginate quando la parte civile stimola suggestivamente il p.m. con illazioni spesso fantasiose.Per fortuna l’imputato. per ultimo, può dire le sue ragioni!

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