di SIMONA BONFANTE – Prodi dà degli egoisti ai tedeschi. Egoisti perché, invece di tenersi in casa Deutsche Bank le mele bacate del nostro debito, hanno l’ardire di privarsene mettendo noi, grande paese fondatore, nell’imbarazzante condizione di dover mendicare pubblica solidarietà. Speculatori, cattivoni, ‘sti tedeschi? Macché. Quelli hanno il dovere di tutelare i propri risparmiatori ché mica l’Europa è stata costruita per accollare sugli europei seri i danni cagionati dagli europei balordi.
Se li son tenuti pure troppo, i nostri titoli, ché è dal 2008, dall’esordio della crisi finanziaria, che il nostro paese fa quello che se la mena, dimostrando non solo di non averci capito nulla – né delle cause, né delle incombenti conseguenze, né dei provvedimenti da prendere subito, senza esitazione, senza compromessi – ma di non avere neanche la più remota intenzione di lavorare alla salvezza, cioè cambiare registro.

Eravamo e continuiamo allegramente ad essere quelli messi peggio – per debito, crescita, credibilità – tra quelli non ancora finiti, eppure ce la tiriamo, e andiamo a Bruxelles a dire che noi ci abbiamo il debito privato più basso di tutti e i conti previdenziali che più sostenibili non si può e che i Pigs sono gli altri, mica noi. O meglio: andavamo a Bruxelles a raccontare ste menate qua. Adesso invece, a Bruxelles come altrove tacciamo, il che è meglio, visto che manco il tempo di varare la manovra della risurrezione che siamo già col solito piede al varco della solita fossa.

Qui non si tratta di cambiare governo: si tratta di farlo un governo.  Governare è più difficile che cianciare ovvietà dagli scranni istituzionali, dalle tribune mediatiche, dalle cattedre accademiche. La “reazione” invocata dalle parti sociali e reiteratamente auspicata dalle opposizioni parlamentari non può oggettivamente limitarsi ad un appello al ritorno in vita del dormiente Presidente del Consiglio, né ad una velleitaria, oltre che remota, offerta di dimissioni. Okkey, Berlusconi è una parte sostanziale del problema, ma la soluzione non si esaurisce nella sua sostituzione.

La soluzione – la sola reazione possibile al rapido avvicinamento al baratro – è la liberazione del paese dal giogo trasversal-spartitorio cui ci ha appeso l’incultura statal-pubblicista che ci zavorra da che Italia è Italia, e che invece di cedere, pur a cospetto del suo epocale fallimento, fa proseliti persino tra gli ormai zombie dell’anti-statalismo padano.

Il Presidente del Consiglio non parla perché non ha proprio niente da dire. Ma oltre a sottolineare l’evidenza, le opposizioni cos’hanno da dire, cos’hanno da prospettare, quale reazione immediata sono pronti ad intraprendere per impedire che, in questo finale di stagione, nel magazzino Italia non resti altro che un enorme stock di occasioni mancate?