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Per non morire di politica

“Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento”.

E’ da queste righe, tratte dal Discorso agli Ateniesi rivolto da Pericle ai suoi concittadini nel 461 a.C., che può iniziare una riflessione su quella che oggi tutti i giornali e l’opinione pubblica definiscono “casta”. In questi pochi versi si colgono i concetti chiave a fondamento di uno Stato e soprattutto le peculiarità che colui che è chiamato a rappresentare i cittadini, il suo popolo, la sua Nazione deve necessariamente possedere.

Democrazia, giustizia, merito a prescindere dallo status sociale ed eccellenza di chi è chiamato a servire lo Stato. In Italia siamo proprio sicuri di vivere in una libera democrazia, in cui la legge è uguale per tutti e in cui conta solo il merito senza distinzione di appartenenza o di ceto sociale? Ed è o non è nostro dovere chiederci se chi detiene il potere all’interno delle nostre Istituzioni davvero si distingue per eccellenza rispetto ad altri comuni cittadini? Perchè è sempre più palese che buona parte di chi serve lo Stato oggi non è lì per servire lo Stato ma per servire se stesso.

Oggi si verificano gli ennesimi episodi a dimostrazione di questo. Si estende l’ennesima ombra sul potere della “casta”. Di nuovo sentiamo parlare di malaffare, di corruzione ad opera di faccendieri della politica completamente indegni di rappresentare i cittadini italiani. Prendiamo nuovamente coscienza di quanto la cosiddetta “casta” sia lontana dai problemi reali del Paese e come sia sempre più arroccata in posizioni di privilegio e “in mille faccende affaccendata”. Sempre più lontana e disinteressata ai problemi reali di un’Italia che sta vivendo un momento di estrema difficoltà. Rischiamo però di assuefarci o forse ci siamo già assuefatti e rimaniamo immobili, inerti e, quel che è peggio, quasi accondiscendenti.

La triste realtà è che i cittadini italiani sono ormai abituati a leggere sui giornali notizie di associazione a delinquere, favoreggiamenti, corruzione, finanziamenti illeciti ai partiti, riguardanti anche personaggi di primo piano della politica, e a non indignarsi, a non reagire, quasi a non stupirsene nemmeno. Sono assuefatti, appunto.

E così, ancora una volta, mentre l’Italia piange e nessuno sembra accorgersene; le piccole e medie imprese arrancano; la classe media si impoverisce sempre di più perdendo potere d’acquisto; la crescita economica è pressoché inesistente; i giovani sono sempre più frustrati da una società che non riesce a garantire loro un futuro migliore; mentre tutto questo accade, uomini la cui obbedienza alle leggi dell’onestà è ben lungi dall’essere simile a quella pronta ed assoluta che si richiede ai comuni cittadini governano le nostre Istituzioni. Noi italiani ci chiediamo a questo punto: a chi abbiamo affidato le nostre sorti? E, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, dove siamo destinati ad approdare?

Serve una presa di coscienza da parte di tutti. E non basta predicare bene. E non basta usare belle parole per convincere gli elettori. Servono proprio uomini migliori nelle nostre Istituzioni. Uomini degni di rappresentarci e che sentano il peso della responsabilità nei confronti di un Paese intero. Servono regole più rigide e una selezione a monte dei soggetti chiamati a rappresentarci. E una di queste regole potrebbe essere ad esempio quella di estromettere chi viene giudicato colpevole di certi reati in sentenza definitiva e di precludergli la possibilità di essere reintegrato tra le fila delle Istituzioni. Siamo ad una nuova tangentopoli, e, visto che ancora stiamo pagando lo scotto della prima, dove ci porterà la nuova? Forse diventeremo un Paese povero? O forse lo siamo già e i risultati si vedranno in un lasso di tempo molto breve?

E’, poi, ovvio e conseguenziale che di fronte a continui e ripetuti episodi di questo genere si verifica un allontanamento sempre più repentino dei cittadini dalla politica, sentita come estranea ai problemi reali del Paese e del singolo cittadino che ne riceve passivamente i dettami. Sembra essersi creata una linea di separazione netta tra le stanze del potere e ciò che all’interno si decide e le esigenze reali di un Paese in serissime difficoltà. Forse gli italiani dovrebbero prendere atto che troppa è stata l’intromissione della politica in tutti i settori della società; che, se pur di questa abbiamo bisogno per trovare regole condivise da poter rispettare, è necessario staccarsi dal “pubblico ad ogni costo”, e solo per questa via si potrebbe giungere anche una riduzione dei membri stessi delle nostre Istituzioni, troppi rispetto a ciò di cui il Paese ha bisogno.

Se da un lato sono plausibili le critiche severe, dall’altro è anche vero però che forse in questo particolare momento storico non è molto utile assumere un atteggiamento totalmente distruttivo. Forse non è necessario un rovesciamento politico totale. Occorre forse salvare ciò che è salvabile allontanando anche il pensiero che tutto sia completamente marcio. Perchè di uomini credibili e onesti, degni pertanto di rappresentare i cittadini italiani, ce ne sono anche tra le fila delle nostre Istituzioni: purtroppo pagano la pena di essere coinvolti, contro la loro volontà, all’interno di situazioni che fanno affiorare negli ultimi tempi comportamenti sempre più illegali e disonesti, che offendono la morale pubblica e di far parte di quei luoghi dove queste situazioni si verificano. Sarebbe forse più giusto estromettere tutti coloro che non sono degni di certi ruoli e far emergere chi invece eccelle per meriti, morale, preparazione, autorevolezza, carisma.

Accanto a questo, sarebbe più giusto rigenerare e rinnovare la politica con nuovi volti, più giovani e perciò scevri da certe logiche di potere.
Perchè, nel tempo che stiamo vivendo e nelle condizioni in cui il nostro Paese versa, come è stato ribadito più volte dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, “non c’è spazio per i nani della politica”. Servono uomini di valore per risollevare le sorti di un Paese che è sempre più in crisi non solo da un punto di vista economico ma anche da un punto di vista etico, dove per etica si intende la condivisione di valori, tra cui l’amore per la propria patria e per il bene comune. Questi uomini saranno in grado di portare avanti una politica capace di agire nell’immediato futuro perchè “la grande politica è quella delle risoluzioni audaci”.


Autore: Maria Teresa Merlino

Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Firenze. Master in Economia, gestione e marketing dei turismi e dei beni culturali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Collaboratrice freelance per il magazine online "Il reporter-raccontare oltre il confine" e per FareItaliamag. Addetto Stampa Pari Opportunità Futuro e Libertà per l'Italia. Consulente Marketing Territoriale.

2 Responses to “Per non morire di politica”

  1. “uomini credibili e onesti, degni pertanto di rappresentare i cittadini italiani, ce ne sono anche tra le fila delle nostre Istituzioni”

    Non lo metto in dubbio ed anzi ne sono certo, Fini e chi lo ha seguito e ne sono con lui rimasti fino ad ora hanno dimostrato di essersi dissociati da un certo modo di vivere la politica, lo stesso possiamo dire dei Radicali ma anche di IdV, per quanto so essere disprezzata con l’etichetta di manettari da un certo ambiente liberale garantista (io la penso un po diversamente e mi conforta il voto per l’arresto di Papa, convenendo con le motivazioni espresse da Maurizio Turco che non può esserci assenza di garantismo per il popolo ed eccesso per la casta per dire che IdV non dovrebbe essere “schifata”), ma oggi c’è il M5S che interpreta la vera voglia di cambiamento, perché non basta mettere facce nuove di vecchi apparati partici cresciuti nell’ambiente degenerato per avere il cambiamento, occorrono persone del tutto slegate dal putrefatto sistema.

    Se però dopo essersi dissociati dal PdL ora FLI si mette a cercare una ipotesi di coalizione con altri ruderi della organizzazioni politiche come UDC e nuovi agglomerati come API (Rutelli avrebbe fatto meglio a continuare con i verdi arcobaleno e lavorare per una federazione dei verdi migliore invece di far scomparire il partito ambientalista) ed ora propone per questo fine legislatura un governo di transizione, non per specifiche riforme ma solo per un cambio di premiership proponendo addirittura Maroni come leader (dopo essere usciti dal governo in primis dichiarando la maggioranza troppo a trazione leghista), diventa incomprensibile anche a quelli che hanno visto l’operazione FLI come una speranza.

    So che direte che c’è in me l’istinto “giacobino” e probabilmente in un certo senso è anche vero, difatti sono nostalgico del vecchio simbolo del PR con la marianna dal berretto frigio, ma se non avviene in fretta una rivoluzione democratica siamo vicini a qualcosa di irreversibilmente molto più grave, e chi non si sarà attivato per prevenirlo ne è colpevole tanto e più di quelli che poi le azioni barbare le compiranno. Presto che è tardi!

  2. lodovico scrive:

    all’amore della Patria preferisco quello per gli Italiani e non mi é acora chiaro il concetto di bene comune: a leggere P.Ostellino (Corriere della sera 30.07.2011) anche il debito statale é un bene comune ed allora mi chiedo per condividererne il valore deve aumentare o diminuire?

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