L’impopolare porcata sui libri. E se ne facessimo un’iniziativa liberale?

di PIERCAMILLO FALASCA – Dal primo settembre 2011 entrerà in vigore la nuova disciplina sul prezzo dei libri: una legge che conferma come in passato vincoli severi alle promozioni e agli sconti che i rivenditori possono applicare al prezzo di copertina, stabilito dall’editore, ma che a differenza del passato assoggetta alle nuove regole anche alle vendite on-line. Nei fatti, ciò rappresenta una stretta sensibile ad un settore decisamente in crescita negli ultimi anni.
Chi scrive segue la questione da anni, da quando nella passata legislatura tentammo con Benedetto Della Vedova una liberalizzazione del prezzo dei libri che già allora appariva – come oggi – una buona strategia per un obiettivo alto: far entrare più libri nelle case degli italiani, usare le buone leve del mercato per promuovere la lettura. L’esempio di altri paesi europei è illuminante: grazie alle superpromozioni di librerie, grandi magazzini e portali web, i best seller fanno capolino sul comodino degli adolescenti e sugli scaffali delle famiglie con un livello d’istruzione più basso, aprendo una “rotta” che altri volumi seguiranno.

Sembravano le solite predicazioni nel deserto da liberali sfigati, insensibili agli interessi dei “piccoli librai” (destinati a soccombere – si diceva – nella guerra dei ribassi di prezzo) e della stabilità delle politiche degli editori. “La cultura non ha prezzo”, urlavano i radical-chic, inorriditi all’idea che il nostro obiettivo fosse quello di far leggere le storie di Harry Potter (e non evidentemente le tragedie greche in edizione limitata o l’ultima fatica di Edoardo Nesi) a quegli studenti che oggi non sfogliano altro che i libri scolastici. Il libraio di quartiere – dicevamo – dovrebbe scommettere sui benefici di una platea di lettori più ampia e variegata, scegliendo per sé strategie di mercato alternative, settori di nicchia, clienti fidelizzati cui fornire servizi aggiuntivi, organizzare eventi e offrire un canale di vendita “caldo”, contrapposto alla “freddezza” del web e delle grandi catene.

Siamo in Italia, ahinoi, e persino librai ed editori (eccezion fatta per Liberilibri e Rubbettino) trovano più conveniente seguire la via della protezione normativa all’innovazione di processo e di prodotto. Meglio fottere che competere: slogan italico buono per i tassisti, avvocati, commercianti, farmacisti, notai e via discorrendo. In qualche modo, però, il giochino è sfuggito di mano: questa volta la stampa di serie A si è accorta della “porcata”, vuoi perché c’è di mezzo Internet (che fa ancora molto figo e “di sinistra”), vuoi perché l’ADOC si è accorta del danno della normativa per i consumatori italiano, vuoi ancora perché l’Istituto Bruno Leoni è stato davvero bravo e tempestivo ad agitare le acque con la petizione al presidente della Repubblica. A legge ormai approvata, il vento sta forse cambiando?

Noi che “l’avevamo detto” non dovremmo accontentarci delle soddisfazioni morali, essendo i danni al mercato e ai consumatori molto materiali. Prima che la polvere cali di nuovo (accadrà non appena il presidente Napolitano promulgherà la legge, altro non può fare), proviamo a fare ammuina e usiamo una piccola grande questione come il prezzo dei libri per un’iniziativa di cultura politica liberale di più ampio raggio. Sfruttiamo la preoccupazione trasversale che la nuova legge sta suscitando e solletichiamo il nervo scoperto del “popolo della Rete”. Un’idea azzardata: si promuova una proposta di legge d’iniziativa popolare, si raccolgano le 50mila firme necessarie – sono 100 firme per 500 persone, in fondo – e si chieda al Parlamento di riaprire la questione (questa volta nelle sedute d’aula e non nel chiuso di una commissione convocata in seduta deliberante). Sfidiamo la diffidenza tipicamente liberale per le iniziative “militanti” e la piazza, sfruttiamo un canale di dialogo con l’opinione pubblica che questa vicenda ha aperto. Si attendono reazioni.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

4 Responses to “L’impopolare porcata sui libri. E se ne facessimo un’iniziativa liberale?”

  1. Il problema è che poi delle proposte di legge di iniziativa popolare ne fanno carta per foderare i cassetti delle scrivanie in cui li mettono. Va cambiato lo strumento della democrazia diretta con i referendum propositivi alla svizzera, oppure proposte di legge con un milione di firme ma che poi entro 6 mesi dal deposito siano portate in aula a camere congiunte, lettura unica e voto palese (con rendiconto online di come hanno votato i singoli parlamentari, come fanno al PE) senza farle transitare delle commissioni.

  2. Che dire? Siamo alle solite?!

  3. Massimo74 scrive:

    Se volete un esempio di una vera iniziativa liberale contro questa legge vergogna guradate qui:

    http://www.movimentolibertario.com/2011/07/25/sconti-massimi-sui-libri-ce-ne-freghiamo-della-legge/

  4. Lucio Scudiero scrive:

    A beh, ora che il movimento libertario ha lanciato la sua fatwa ideologica contro lo Stato impostore (che novità?!), ci sentiamo tutti più tranquilli. Con tutto il rispetto per la LFE, che non so quanti libri editi (ma posso immaginare…) non è che Amazon e Feltrinelli e Ibs e Einaudi possano sottrarsi così, impunemente, all’applicazione di una legge, per quanto stupida e illiberale essa sia. Quindi se ogni tanto metteste i piedi nella realtà invece di fare gli ideologhi intransigenti (roba che manco i comunisti) ve ne saremmo grati, perchè la vostra intelligenza, cultura e capacità di analisi, di cui non dubito, sarebbero molto più utili qui sulla Terra, a quelle poche anime sparute che cercano di far capire alla quasi totalità dell’umanità perché è bene e ragionevole ridurre il peso dello Stato nella vita di tutti i giorni.

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