L’informazione ai tempi di Google

– E se una delle ragioni della nostra arretratezza digitale fosse il racconto mediatico del digitale? Proviamo a lasciare da parte le note, anche se non per questo meno  tristi, carenze infrastrutturali di cui soffre l’Italia e proviamo a  concentrarci su quelle culturali. A livello globale alcuni temi si  stanno imponendo all’attenzione di un pubblico sempre più vasto.

La  richiesta di trasparenza alle istituzioni pubbliche e private. La  necessità di contemperare il sovraccarico informativo con oasi di  riflessione e lentezza. L’opportunità o meno di tutelare la privacy  individuale e il diritto d’autore tramite l’iniziativa del  legislatore e, in particolare, secondo logiche precedenti alla  ridefinizione di questi concetti imposta da Internet.

Come dimostrato dalla recente polemica  sulla delibera Agcom proprio su quest’ultimo problema, l’opinione  pubblica fatica a percepire l’urgenza e l’importanza di questi temi.  Salvo destarsi improvvisamente, almeno in parte, quando chiamata alle  armi contro lo spettro della censura. Ma è evidente che un dibattito  serio e costruttivo non si può costantemente giocare sul livello  delle fiammate e sulla retorica del ‘bavaglio’. Viene quindi da  chiedersi come mai i cittadini digitali italiani manchino di questa  percezione quando non sia accompagnata dal suono di un campanello  d’allarme. Non ho una risposta, ma da qualche tempo covo il sospetto che una parte della colpa ricada sul sistema dell’informazione  italiano. Che, con le dovute eccezioni, continua a trattare la rete  con un misto di superficialità e pressapochismo che non aiuta certo  a elevare il tenore del dibattito pubblico sopra le urla e le  semplificazioni che necessariamente producono.

I fatti delle ultime settimane ne sono  una chiara esemplificazione. Si prenda il caso del presunto precario  anti-Casta, Spidertruman. I media tradizionali ne hanno rilanciato le  ‘rivelazioni’ spacciandole per oro colato quasi istantaneamente,  senza porsi molti dubbi sull’identità dell’anonimo fustigatore della  politica. Chiamato, altrettanto istantaneamente, il «Julian Assange  italiano». Come se il fondatore di WikiLeaks non avesse prodotto che  accuse generiche e lo avesse fatto protetto dall’anonimato, invece di  fornire – al contrario – i documenti correlati a ogni notizia e  mettendoci la faccia.   Poi è apparso un comunicato su YouTube  intestato a Spidertruman, e quotidiani online come il Corriere e  Repubblica l’hanno sbattuto in homepage tra le notizie principali  senza curarsi minimamente di chiedersi se si trattasse di un  buontempone o un impostore. E quando è apparsa la smentita del  diretto interessato, quello in qualche modo ‘originale’, si è usata  la solita tattica di definire un grossolano errore un «giallo».  Risultato? Un tema terribilmente serio come la trasparenza in rete è  finito stritolato tra i segugi a caccia dell’identità del  fantomatico precario e gli sciacalli che, nelle redazioni, ne hanno  strizzato l’ingenuità fino all’ultima goccia per fare click, per poi  abbandonare i resti al loro destino. La retorica anti-Casta ha  prevalso su una riflessione sul significato profondo della  possibilità stessa dell’esistenza di un fenomeno Spidertruman: e  cioè, per esempio, che chiunque, sfruttando abilmente le prevedibili  manie di certa informazione, può ritagliarsi abbastanza spazio per  mettere a nudo segreti che non dovrebbero essere tali (se ne  possiede), e avere abbastanza visibilità per mettere in difficoltà  il responsabile dell’occultamento.

Ancora più evidente la banalizzazione  derivante da sovraccarico informativo. Su questo il trattamento  mediatico del caso della strage di Utoya fornisce diversi spunti di  riflessione. Sul riflesso condizionato di attribuire la  responsabilità dell’attentato a Oslo al fondamentalismo islamico  molto è stato scritto. Restando sul piano dell’informazione, gli  elementi per avanzare dei ragionevoli sospetti c’erano, come ha  giustamente sottolineato Luca Sofri, anche limitandosi alla scansione  temporale delle agenzie. Perché diversi giornali, guarda caso tutti  conservatori, non se ne sono accorti in tempo? A parte la malafede,  che voglio escludere, resta la spiegazione – valida anche più in  generale – riconducibile alla necessità di stare col fiato sul  collo alla notizia e al pubblico, bombardandolo di dettagli in tempo  reale anche a scapito dell’esattezza. Così come avvenuto qualche giorno dopo  il massacro, quando si è sparsa la voce di un bagaglio sospetto alla  stazione di Oslo. Un fatto riportato con evidenza minima dai giornali  di tutto il mondo. Eccetto quelli italiani, che avevano già  cominciato a diffondere allarmismo su un possibile emulo di Breivik –  ipotesi tutta da verificare, ma sufficiente per un titolo e qualche  palata di click. Per non parlare della pubblicazione delle 1.500  pagine del delirante ‘manuale’ dell’attentatore: siamo proprio sicuri  che le redazioni che l’hanno pubblicato ne avessero precedentemente verificato l’autenticità, lo avessero letto per intero e avessero  attentamente valutato che fosse il caso di metterlo online senza alcun intervento editoriale? Se così non fosse – e il sospetto è  lecito – molte delle critiche mosse a WikiLeaks e Assange proprio per  evidenziare la differenza tra il lavoro di questi ultimi e quello dei  giornalisti professionisti andrebbero a farsi benedire.   Il risultato di questa eccessiva fretta  è un deragliamento del dibattito pubblico sul nulla. In questo caso,  portando a scrivere fiumi di inchiostro sul presunto ritorno della  minaccia islamista. Che magari esiste, ma non certo a causa della  strage di Utoya. O sulla pericolosità dei «videogiochi violenti»  di cui Breivik è appassionato. Quando poi non è la smania di  bruciare la concorrenza, intervengono le inesattezze, che producono  le stesse conseguenze.

Come quando si parla, scorrettamente, di  «WikiLeaks all’italiana» in riferimento all’attività di hacker che  violano i sistemi di sicurezza del Cnaipic per prelevarne dati  sensibili. Quando l’hacking diventa uguale al cracking, o comunque a  un fenomeno intrinsecamente cattivo, da debellare. O riappaiono,  nonostante l’esistenza dei troll e le dinamiche del trolling siano  documentate da anni, pezzi che denunciano l’esistenza di gruppi  Facebook inneggianti a Breivik con la solita, inutile, ventina di  iscritti. Perlopiù, altri troll.   Ecco, questa frattura tra le richieste  di consumo dell’informazione e la necessità che chi la fornisce sia  in grado di verificarne l’attendibilità credo stia producendo  effetti deleteri per la diffusione della cultura digitale del Paese. Insieme a un profondo rinnovamento dell’atteggiamento della politica  nei confronti della rete, dunque, sarebbe bene che anche i giornali,  vecchi e nuovi, si fermassero almeno un istante a riflettere su come  sciogliere questo nodo. Prima che trasformi anche buona parte della  rete italiana in una immensa, sciocca replica della televisione.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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