Con Breivik, nel backstage di una strage

– Nel gran discutere sulle motivazioni della strage in Norvegia, sono alla ribalta in questi giorni i ‘fondamentalisti cristiani’ e ‘l’estrema destra’. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Da quale sottobosco é uscito Anders Breivik, prendendo di sorpresa anche i servizi d’informazione del suo paese? Quanti altri sono come lui, quanto dovremmo preoccuparci, come li possiamo contrastare?

Un buon punto di partenza consiste nel lasciar perdere per un attimo la qualificazione confessionale, che viene per lo piú dall’abitudine a scrivere ‘fondamentalismo islamico’, e collocare Breivik nel suo vero ambito di riferimento: il cosiddetto movimento per il potere bianco (white power). Non si tratta di un’organizzazione unica, ma di una galassia di gruppi che condividono luoghi di elaborazione comune, ad esempio il frequentatissimo forum Stormfront, e soprattutto una sola ideologia di riferimento, il nazionalismo bianco.

Elemento principale di questo pensiero é la coincidenza ideale tra gruppo etnico e nazione; non é importante se si é tedeschi, statunitensi o greci, ma solo il patrimonio genetico rappresentato dal colore della pelle, e su questa base dovrebbe organizzarsi la convivenza civile. Gli individui devono essere leali alla ‘razza’ piú che alla bandiera, e hanno il diritto-dovere di lottare per l’edificazione di una sola nazione che riunisca tutti i bianchi. Se le circostanze dovessero rendere irraggiungibile quest’obiettivo, essi devono comunque agire per evitare qualsiasi contaminazione con le etnie considerate inferiori. La guerra si combatte sul fronte delle leggi sull’immigrazione, ma anche con atti di intimidazione nei confronti delle donne bianche che sposano uomini di colore. Particolarmente meritoria é l’infaticabile denuncia delle nequizie del Governo Sionista di Occupazione, l’apparato israelitico che controlla segretamente il mondo intero.

Ecco il principale slogan: “Dobbiamo assicurare l’esistenza del nostro popolo e un futuro per i bambini bianchi”. Gli aderenti vi si riferiscono semplicemente scrivendo “14”, ad indicare le 14 parole che compongono la frase nell’originale inglese. Autore del motto é il nazionalista bianco David Lane,  da non confondere con l’omonimo attivista conservatore. Nato nel 1938 in Iowa, Lane morí nel 2007 in un carcere texano. Stava scontando una condanna di 190 anni per una molteplicitá di reati commessi tramite The Order, una banda politico-criminale usa all’autofinanziamento tramite rapina, sciolta dalle autoritá appena un anno dopo la nascita a seguito dell’omicidio di un giornalista radiofonico ebreo.

Lane si proclamava seguace del wotanesimo, una religione neopagana ed etnicista vagamente ispirata ai culti degli antichi Germani. Era in aperta polemica con varie chiese cristiane, considerate contro natura in quanto votate alla protezione dei deboli, prive di insegnamenti razzisti e per giunta di derivazione giudaica. Storicamente il nazionalismo bianco é superstizioso, incline alle derive misteriche e ai linguaggi iniziatici, che alle volte con triste ironia sembrano fare il verso alla kabbalah: tra i numeri magici, che funzionano un po’ come strette di mano segrete, oltre al 14 ci sono anche il 18 e l’88. Il primo rappresenta il nome di Adolf Hitler (1 per la prima lettera dell’alfabeto, 8 per l’ottava), il secondo il saluto Heil Hitler.

Il riavvicinamento al cristianesimo – peraltro confinato ad una sorta di culto dei crociati, a esclusione di tutti gli altri aspetti – é un fenomeno molto recente, che discende dalla facile tripla identificazione tra fedeli musulmani, ‘razze inferiori’ e terroristi islamici. Breivik, come altri militanti white power la cui maturazione politica é avvenuta ai tempi di Bin Laden, ha verniciato con qualche riferimento alla Piana dei Merli il suo odio etnico, ma scorrendo il suo memoriale é evidente che si tratta di aspetti marginali, come giá ben notato qui da Simona Bonfante. Il suo immaginario é quello tradizionale del nazionalismo bianco, non quello evangelico: coltiva una fantasia pseudo-medievale dove un popolo etnicamente omogeneo vive a stretto contatto con la natura, lontano dalla comoditá e dalla corruzione della vita moderna, protetto da valorosi guerrieri che tengono al sicuro le loro donne dalle turpi aggressioni dei mori (uno dei principali abomini dei nostri tempi sarebbe infatti l’atteggiamento compiacente dei maschi bianchi progressisti verso gli immigrati, che lascerebbe il sesso debole esposto alle peggiori angherie).

Dobbiamo preoccuparci dei Breivik che sono ancora a piede libero tra noi, della Aryan Guard canadese, della rete internazionale Blood & Honour? Sí, senz’altro, ma non come ci si preoccupa di Al Qaeda. Non é un problema politico, nonostante alcuni commentatori abbiano accostato la tragedia norvegese al recente successo elettorale di partiti anti-immigrazione in Finlandia. Breivik non é Hitler; é piuttosto Dylan Klebold, é piuttosto Tim McVeigh, che a loro volta mostravano amore per certa simbologia. Non c’é accanto a lui uno schieramento in grado di conquistare consenso e potere, né c’é un progetto coerente, un obiettivo concreto dei nazionalisti bianchi che vada al di lá del produrre danni con singole azioni violente.

Anche di fronte a eventi con un bilancio pesantissimo come quello di Utoya, si é piú nel territorio del delirio – cospirazionismo, sette, savi di Sion, rituali propiziatori, assedio di Waco, culti solari neonazisti come narrati da Max Schaefer a margine del suo ‘Children of The Sun’ – che in quello dell’eversione organizzata. Alcuni squilibrati rispondono allo stimolo del satanismo, altri a quello delle svastiche, ma la perniciositá del partito nazionalsocialista non stava nelle credenze esoteriche affermate da Eichmann davanti al tribunale di Gerusalemme, e l’infatuazione di un folle per la razza ariana non é una recrudescenza di tentazioni totalitarie nella societá. Vale sempre la pena di ricordare i valori della tolleranza e della democrazia, ed é senz’altro opportuno ribadire a ogni occasione la condanna di ideologie razziste; anzi, c’é da sperare che l’orrore per il gesto di Breivik porti a una maggiore diffidenza per quegli elementi di xenofobia che pure esistono nel mainstream partitico. Ma non carichiamo di significati fin troppo alti – politici, religiosi, storici – quello che resta lo sfogo di un invasato.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

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