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Chi ci protegge dalle aree protette (e dalle relative tasse)?

– Le tasse non finiscono mai. Archiviata la manovra, la maggioranza sta lavorando alla proposta di nuove tasse per l’industria estrattiva e per i titolari di infrastrutture energetiche che ricadono in aree naturali protette o nelle loro prossimità.

L’iniziativa è del Senatore Orsi, del PDL, relatore del disegno di legge sulle aree protette all’esame della commissione ambiente. L’iter della riforma dei parchi e delle riserve si è protratto a singhiozzo, tra rinvii e sospensioni, dal novembre 2009. Ma oggi la maggioranza sembra voler premere sull’acceleratore, trasformando il riordino normativo delle aree protette in una manovrina per far cassa.

L’emendamento, infatti, prevede il versamento annuale all’ente di gestione del parco di una tassa da parte di una serie di soggetti imprenditoriali che operano nell’area: impianti alimentati da fonte rinnovabile, operatori dell’industria estrattiva, titolari di permessi di prospezione e di ricerca e di concessioni di coltivazione degli idrocarburi, proprietari di oleodotti e elettrodotti e titolari di concessioni per pontile per ormeggio imbarcazioni, per punto ormeggio in campo boa e per posto barca.

Per come è formulata, la nuova imposta sembra applicarsi anche alle infrastrutture esistenti. Investimenti decisi e realizzati considerando costi e ricavi preventivabili sulla base della normativa vigente potrebbero diventare rovinosi alla luce delle nuove tasse da versare e portare il segno meno nel conto economico delle imprese.
Ancora una volta questo Governo sembra non tenere nel giusto conto l’esigenza di garantire un quadro certo di regole agli investitori, come già avvenuto nel recente passato con il susseguirsi di modifiche al regime degli incentivi per gli impianti fotovoltaici, e, cosa ancor più grave, colpisce sempre un settore strategico per le imprese quale l’energia.

Da un punto di vista giuridico, la proposta sembra destinata a infrangersi contro un giudizio di incostituzionalità.
L’ambito dei soggetti passivi, infatti, non è definito dalla disposizione di cui si chiede l’approvazione. Si prevede solamente che siano tenuti al versamento dell’imposta i titolari di infrastrutture che ricadono nelle aree protette o “nelle aree contigue”. La delimitazione delle aree contigue sarà stabilita nel regolamento del parco, proposto dal gestore dell’area naturale protetta e approvato dal Ministero dell’ambiente. Le autorità pubbliche saranno incoraggiate a dare un’interpretazione quanto più estensiva possibile al concetto di contiguità, così da poter esigere il pagamento dell’imposta da quante più imprese possibili. Di fatto l’amministrazione potrà decidere praticamente a suo piacimento chi dovrà pagare l’imposta. Considerato il numero e l’estensione delle aree naturali già istituite, il rischio è elevato per un numero significativo di soggetti imprenditoriali.

Altro profilo di incostituzionalità è dato dalla mancata definizione della misura dell’imposta in una disposizione di legge, richiesta dall’articolo 23 della Costituzione.
La norma proposta rinvia ad una convenzione da stipularsi con l’ente di gestione dell’area. Praticamente si dà carta bianca all’ente parco, che può stabilire quanto esigere. Per di più, potendo il gestore stipulare convenzioni dal contenuto diverso con ciascun operatore, il potere arbitrario che viene ad esso attribuito apre la strada alle più colossali violazioni dei principii di uguaglianza dei cittadini e di imparzialità della pubblica amministrazione.

Solo nel caso degli impianti idroelettrici, si precisa che l’imposta da versare ogni anno all’ente gestore è pari al 10% del canone annuo già corrisposto in forza delle disposizioni attualmente vigenti. Per i titolari di concessioni di derivazione d’acqua, quindi, la misura si traduce in un inasprimento considerevole del canone che già oggi sono tenuti a pagare.
Rasenta il paradosso il fatto che siano soggette all’imposta anche opere di pubblica utilità di cui si serve lo stesso ente gestore. Si dà il caso, infatti, che nelle aree naturali protette vi siano edifici e strutture che beneficiano del servizio elettrico e che quindi consumano l’energia trasportata dai medesimi elettrodotti che si vuole tassare. Cosa dovranno fare i gestori di rete? Risparmiare sui chilometri di linea che attraversano le aree naturali protette anche se ciò comporta una riduzione della sicurezza del sistema elettrico (in altre parole, un rischio black out)?

Il nobile fine che viene dichiarato non regge. Per quanto si voglia far passare l’imposta per un “contributo alle spese per il recupero ambientale e della naturalità”, la lettura dell’emendamento suggerisce ben altro. Le imposte riscosse finiscono in un fondo unico del Ministero dell’ambiente che ripartirà solo per il 50% le risorse sulla base degli introiti prodotti dai singoli enti gestione.

Le leggi dello stato già oggi prevedono che le imprese concordino con le amministrazioni pubbliche il finanziamento di misure di compensazione e mitigazione ambientale adeguate all’impatto dell’opera. Le somme versate dagli operatori per la realizzazione di questi interventi sono concordate prima della realizzazione dell’impianto di produzione o della linea elettrica e non possono rappresentare un canone annuo da versare all’amministrazione. Devono, invece, tradursi concretamente in interventi preventivamente stabiliti di tutela ambientale.

La tassa per le aree protette proposta in commissione ambiente è tutt’altra cosa e se dovesse essere approvata produrrebbe incalcolabili effetti negativi per le imprese e il sistema elettrico; almeno fino a che la legge, com’è già successo a tante altre, non sarà portata sul tavolo del giudice costituzionale.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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