– Forse c’è un’unica grande speranza di salvezza nel’estremo trapasso che da troppo tempo la politica italiana sta imponendo a se stessa, ed è proprio che non si ritorni allo spirito del ’93. Quello spirito che, facendosi beffe dell’ansia di rinnovamento che arrivava dai cittadini, trasformò una presunta rivoluzione nella più feroce delle restaurazioni: il berlusconismo e la Seconda Repubblica, degenerazione estrema e terminale della Prima.

D’altronde, ad avvenimenti simili la nostra storia non era certo nuova. Il fascismo, per dirne una, si affermò dopo il “biennio rosso”, quando la borghesia spaventata dal bolscevismo, fece leva su quel movimento autoritario per “garantire l’ordine nel Paese”, aiutata da un’opposizione balcanizzata e confusa. Con i risultati che tutti sappiamo: un ventennio di dittatura, una guerra costata migliaia di morti, una politica che ancora oggi soffre l’assenza di due solidi schieramenti liberali di destra e di sinistra.

Ora, non si tratta di pensare che siamo alla vigilia dell’avvento di un nuovo berlusconismo o di un nuovo fascismo, posto che i due fenomeni non si possono accostare e sono molti diversi. Tuttavia, viene sempre da rabbrividire quando una politica inconcludente, autoreferenziale, arroccata nei suoi privilegi e sorda a qualsiasi sollecitazione esterna, viene assediata per reazione dall’antipolitica: dalle grida indistinte, dal “sono tutti uguali”, dalla retorica della casta che senza sfumature mette tutto dentro un calderone, dal “popolo dei fax” che diventa “popolo del web“, dalla voglia di galera come “igiene del Paese“, dal fascismo degli impuniti che produce, specularmente, un fascismo manettaro, altrettanto insidioso e pericoloso per la salute dell’Italia.

Da una deriva definitiva che nella sua parabola estrema ha un solo sbocco: l’uomo forte, che purifichi la limacciosa politica italiana a colpi di legge, ordine e disciplina; l’uomo forte, che trasformi la transizione in nuova restaurazione, che finga di igienizzare la vita pubblica del Paese a colpi di etica di superficie mantenendo in profondità le stesse ingiustizie che impediscono al nostro Paese di essere giusto, da troppi decenni: il corporativismo, la partitocrazia, la gerontocrazia, il familismo; l’uomo forte che spazzi via i dubbi e la difficoltà di una società complessa da solo con la sua figura integerrima, o presunta tale.

Ancora una volta è necessario dirlo a squarciagola, con tutta la voce che si ha in petto: l’Italia non ha bisogno del taumaturgo, dell’uomo d’ordine, del manganello, dell’aspersorio, delle manette. Per ripartire ha bisogno delle migliori intelligenze della sua società, che ci sono e aspettano solo di essere allertate, di un lavoro di ricostruzione sociale, politica e morale che sarà durissimo ma dovrà essere profondo, e non dovrà cedere a facili scorciatoie manichee: di là il male, di qua il bene, noi gli aristoi, gli illuminati, gli onesti, i puri; di là la feccia, i reietti, lo schifo.

Ma è necessario, ancora una volta, e ancora di più, ripetere a questa politica che l’allarme rosso è già suonato, che la sua credibilità, già in gravissimo deficit da lungo tempo, è davvero finita e che se vuole salvare tutti noi deve salvare se stessa cambiando: ma stavolta cambiando davvero, non solo furbescamente o gattopardescamente. C’è un detto americano che dice “It ain’t over till it’s over”, “non è finita fin quando non è finita”. Quindi, per una vera rinascita lo spazio, anche se angusto, c’è ancora. Ma chi ha responsabilità si deve affrettare, perché se finisce stavolta finisce davvero per un bel po’, e finisce per tutti. Nessuno escluso.