– La politica italiana versa da anni in uno stato di cronico immobilismo, asfissiando l’elettorato con un’eterna e logorante ordalia meramente improntata alla contrapposizione e al conflitto, tutta slogan e veleni. Se da una parte assistiamo all’incivilità dei La Russa e dei Sacconi, oltre che all’inesorabile e triste crepuscolo di un venditore di tappeti che non riesce più a incantare gli spettatori, dall’altra siamo di fronte all’immobilismo eterno di una classe dirigente emersa dai meandri della Prima Repubblica e totalmente incapace di rinnovarsi.

In questa putrida palude, sono molti coloro che hanno visto nel Terzo Polo quella alternativa necessaria al mai arrivato rinnovamento spirituale (ancor prima che fisico) della classe politica italiana, del fantomatico e maledetto Palazzo. Questo dato impone tuttavia la risposta a una severa domanda: questo Terzo Polo rappresenta davvero quella sempre più vitale e non più procrastinabile cesura rispetto all’attuale panorama politico dell’Italia, o una mera continuazione (mascherata) dello stesso?

Anche nella patria del bipolarismo più duro-e-puro (l’Inghilterra di Sua Maestà) esiste un “terzo polo”; i Liberal-Democratici. Tutta la loro campagna elettorale dello scorso anno è stata – appunto – improntata nell’evidenziare l’aspetto da Giano bifronte delle politiche del Partito Conservatore e del Partito Laburista e tutte le loro broken promises. Senza tuttavia mai scadere in dichiarazioni populiste condite in una salsa grillina o cercare di buttare fumo negli occhi dell’elettorato, spendendosi in retorica o nel promettere di compiere impossibili miracoli. Hanno portato avanti un manifesto, un patto nazionale per una nuova fairness; un programma preciso e ordinato per “liberare l’Inghilterra dalla stessa politica dei Conservatori e dei Laburisti”. Tradotto: da un bipolarismo fasullo e ingannevole.

Non hanno ottenuto il successo elettorale sperato, ma hanno comunque compiuto un’impresa che alcuni ritenevano impossibile; sono riusciti a tornare a sedere tra gli scranni del governo dopo un digiuno ultra-quarantennale. Certo: hanno dovuto scendere a patti, hanno dovuto derubricare alcune importanti voci del loro programma, hanno perso popolarità e sostegno, hanno pagato lo scotto con errori gravi – talvolta goffi ed imbaranzzanti – e subendo tutto il peso di junior partners della coalizione Con-Lib. Tuttavia, sono riusciti a incanalare (seppur solo parzialmente) quella voglia di cambiamento di un’Inghilterra impaurita, sperduta e sconvolta da un national debt sempre più minaccioso; globalmente intesa, la loro ricetta elettorale ha grossomodo funzionato, specie se si considera che il bipolarismo è tutt’altro che fasullo e gode di ottima salute (anche se ha funzionato ancor meglio quella di David Cameron). E non hanno esitato ad alzare la voce su temi scomodi e spinosi per i Conservatori e per lo stesso Cameron (come la questione Murdoch).

E’ da questo confronto che si evidenziano quasi tragicamente tutte le differenze di un Terzo Polo “inglese” con un Terzo Polo “italiano”. Perché quest’ultimo – il Terzo Polo nato il 22 Luglio a Roma – non ha un programma e una visione innovatrice della società e della politica italiana. Non ha una risposta chiara (o perlomeno: non ha una risposta chiara e pubblica che superi i retorici steccati del “costruiamo la nuova Italia” e l’attendeismo da Prima Repubblica) alle innumerevoli issue irrisolte di questa nazione; esso è una mera sommatoria di forze elettorali e di leader, senza un fattore realmente moltiplicante e significativo che lo renda davvero appettibile. Oggi, l’elettore medio non può fare a meno di identificare il “Terzo Polo” come una zuppa riscaldata composta da personaggi politici “riciclati” che cercano spasmodicatamente un nuovo cavallo per evitare di essere tagliati fuori dall’agone politico italiano e continuare a “contare”. Nessun programma, dunque; e nessuna vera ambizione maggioritaria.

Si inizia già a parlare di alleanze di governo, convergenze, possibili governi di intesa, nuovi fantomatici centro-destra a targa verde-leghista; tutto questo tradisce (seppur a denti stretti) una sorta di autoconsapevolezza delle capacità di questa zattera, e le sue finalità: ovvero il semplice “fiancheggiare” una delle coalizioni esistenti, tentando di raggiungere quel minimo necessario che permetta al Terzo Polo di imporsi democristianamente come ago della bilancia tra i due contendenti. E’ una cosa che ci ricorda tempi del XX decolo, tempi che avremmo preferito dimenticare. Tempi da Prima Repubblica e Pentapartito, tempi di congiure di Palazzo, tempi di governi dichiarati lontani dagli elettori e tra i banchi di Montecitorio.

Non è sorprendente questo tipo di visione se si pensa all’UDC e a personaggi come Casini (nei fatti incoronato come lìder maximo del Terzo Polo), fieramente anti-bipolaristi e proporzionalisti di Prima Repubblica. Questo è, purtroppo, il Terzo Polo di oggi, guidato dal trio Casini-Fini-Rutelli: un salvagente elettorale improntato su posizioni reazionarie e pronto a votarsi al vincitore che gli offrirà maggiori garanzie di potere. Lo strumento per spezzare il quadro politico attuale è giusto; ma non lo è il suo uso e nemmeno la sua composizione. Non sarà una nuova piccola balena bianca di reazionaria memoria a salvarci.

L’ultimo tenue barlume di speranza risiede proprio in Fini, unico del trio ad avere una visione davvero innovatrice; se davvero vuole cercare di rivoluzionare il panorama della politica italiana dovrà tornare a combattere unicamente nell’area della Destra Liberale, candidarsi a una futura leadership e puntare unicamente a quell’elettorato, alzando la bandiera dei valori laici e liberali. Valori inconiugabili con le Binetti, i Buttiglione, i Casini e i Cesa. Il Terzo Polo deve partire da lì, dall’abiura e dal Nuovo Partito Conservatore (o anche Lib-Dem); ma un’altra domanda pesa. Una domanda forse più pesante di tutto questo. Fini intende davvero rendersi partecipe di questo cambiamento? Avrà la forza di essere l’apripista di questo ambizioso e immenso progetto e mollare i due “bellissimi” centristi de noantri? O vorrà essere l’eterno secondo?

Aspettare i Godot (montezemoliani) della situazione non servirà a nulla. Non sarà un Terzo Polo che ricorda una DC in piccolo ad attrarre l’elettorato, specie i giovani. Bisogna salvare questo bipolarismo rimanendo bipolaristi e spezzando il perverso flusso in cui è stato intrappolato, proponendosi come alternativa e compiendo strappi. Forse è troppo tardi, forse troppi errori sono stati fatti; ma FLI dovrà prendere direttamente in mano questo compito e costruire per davvero un vero polo alternativo ai due esistenti, senza svendere il proprio brand a questa accozzaglia disordinata di forze. Perché se nulla cambierà, ci aspetterà la notte dadaista della politica italiana. Una notte lunghissima; una notte la cui alba ci parrà un vero sogno.