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Se quella norvegese è una strage ‘banale’ come i suoi analisti

– Anche il dramma, persino la tragedia è ridicolizzabile. Basta essere o geni, o gretti, o fessi.

In questi giorni la tragedia norvegese si sta manifestando come luminoso palcoscenico per la malafede o l’inadeguatezza intellettuale.

Ma sempre in nome della divulgazione scientifica.

Siamo un popolo colto siamo.

Un servizio del TG Uno di domenica 24 afferma che, chiaramente, una delle cause della strage di Oslo è da imputare al fatto che il killer è appassionato di videogame violenti. La giornalista autrice del servizio, il nome lo omettiamo per pietas, fa un discorso scientificamente ridicolo, ma lo pone come una “inquietante” verità. Riduce in 120 secondi le complessissime dialettiche psico testuali,  Gioca a fare la sociologa, anzi forse la psicologa, ma pure la semiologa. Spaccia per teorie una serie di banalissime credenze. Non dice, perché non lo sa, che gli effetti sociopatologici dei videogame si attivano solo ed esclusivamente su menti psicotiche e/o psicolabili mentre in tutti gli altri casi (la quasi totalità dell’universo dei fruitori) è un utilissimo luogo testuale di esperenzialità e simulazione delle pulsioni di morte, e quindi di “esorcizzazione”  e disinnescamento delle stesse. Spara minchiate tremebonde, quindi, che avranno come effetto terminale quello di terrorizzare milioni di genitori italiani: “oddio, nostro figlio gioca a videogame di guerra! Nascondiamogli i fertilizzanti o ci farà saltare in aria!” (e per fortuna il TG Uno nella gestione Minzolini ha abbattuto i suoi ascolti).

Il 26 Luglio Feltri fa Feltri. Pubblica un editoriale su Il Giornale nel quale afferma che: “c’è da chiedersi perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio”. La sua teoria è che i ragazzi di Utoya avrebbero potuto e dovuto coordinarsi ed attaccare in gruppo il pazzo, infatti “Se si lanciano insieme su di lui, alcuni di sicuro vengono abbattute, ma solo alcuni, e quelli che, viceversa, rimangono illesi hanno la possibilità di farlo a pezzi con le nude mani”.

Queste cose le avete già lette, ma forse non tutti avranno fatto caso a questa frase di Feltri (perché poco riportata):

Varie specie di animali quando attaccano lo fanno in massa e nello stesso modo si comportano quando si difendono. Attenzione però: gli animali istintivamente antepongono l’interesse del branco a quello del singolo. Uno per tutti , tutti per uno. (…) l’uomoforse ha perso nei secoli, l’abitudine e l’attitudine a combattere in favore della comunità della quale pure fa parte. In lui prevalgono l’egoismo e l’egotismo”.

Ecco il punto: Feltri compie il suo carpiato ma lo fa ammantandolo di scientificità. Gioca a far l’ antropologo (che si occupa di uomini) ma si confonde con l’etologo (che si occupa di bestie). E nonostante l’età e le direzioni non riesce a capire la differenza che intercorre tra  gruppo animale esperto nel poter fare e dover fare qualcosa (un branco di jene, un gruppo di scimmie), un gruppo esperto umano (una squadra di calcio, un reparto militare) ed una comunità (i ragazzi di Utoya). Questa differenza che dovrebbe esser chiara fin dal primo anno di sociologia o di antropologia o di scienze naturali, a Feltri non perviene, e ci fa un articolo. Articolo che per forma, sprezzo dell’Umano e certezza della certezza, ricorda tanto quelli degli anni venti e trenta sulle razze umane. Astrusità sì, ma ammantate da scientificità.

Fin qui abbiamo trovato inquietanti teorie spacciate per scienza. Ma non basta, ci manca ancora la madre delle scienze, la filosofia,  eccola che arriva, il suo nome è Magdi Cristiano Allam.

Domenica 24 luglio Il Giornale invece di aprire a otto colonne sulle stragi in Norvegia mette in prima pagina, a tutta pagina “La verità su Woodcock” poi un articolo di Feltri sulle intercettazioni, poi una maxi foto su “La pace fatta” tra Bossi e Berlusconi, poi un pezzo su PD e Penati, poi la Val Susa, un pezzo sulla presunta ipocrisia di Montanelli e quindi … un titolo sulla Norvegia. Per Il Giornale questa non è la notizia del giorno, Woodcock, invece, sì.

Il richiamo in prima pagina è, appunto, affidato a M. C. Allam che, dopo aver compitamente condannato e stigmatizzato le stragi, ci spiega, in termini filosofici qual è la differenza tra razzismo e multiculturalismo, con queste parole:

“ L’ideologia del razzismo si fonda sulle tesi che dalla condanna della religione o delle idee altrui si debba procedere alla condanna di tutti coloro che a vario titolo fanno riferimento a quella religione o a quelle idee. Viceversa l’ideologia del multiculturalismo è la trasposizione in ambito sociale del relativismo che si fonda sulla tesi che per amare il prossimo si debba sposare la sua religione o le sue idee, mettendo sullo stesso piano tutte le religioni, culture valori, immaginando che la civile convivenza possa realizzarsi senza un comune collante valoriale e  identitario”.

Caro Allam, cosa scrive? Il multiculturalismo non implica “sposare” la religione degli altri, bensì “rispettare” la religione degli altri altri.

Il multiculturalismo non implica quella specie di identità melassa, e informe, alla quale fa riferimento, ma una convivenza “civile” nel “rispetto” delle alterità (differenze) identitarie. Si vive insieme, ognuno con le proprie idee, e mediante norme che salvaguardano le idee, i diritti e i doveri di ogni individuo, persona, che “voglia” far parte della società, e comunità, nella quale è nato o alla quale accede.

Le scomposte riflessioni filosofiche di Allam  sarebbero dimenticabili se ,però, non giungessero a questo assunto:

La Norvegia, al pari della Svezia, Gran Bretagna, Olanda e Germania, predica l’ideologia del multiculturalismo, concependo che l’accoglienza degli immigrati e più in generale il mondo della globalizzazione debbano portare a un cambiamento radicale della nostra civiltà, fino a vergognarci delle nostre radici giudaico cristiane

e tuttò ciò, teorizza Allam, produce un razzismo di ritorno, a questo punto comprensibile, che è quello, in ultima analisi, dello stragista di Oslo e Utoya.

Queste affermazioni partono da presupposti culturali quantomeno ambigui. Ma dove sta scritto che il multiculturalismo debba portare al vergognarsi delle proprie origini? Chi lo ha teorizzato prima di Allam? Un sociologo ignorante o un filosofo razzista? Come si può tirar fuori una teoria del genere senza voler fornire, sotto sotto,  una giustificazione culturale alle stragi? Anzi, la giustificazione è palese, tanto che il titolo del pezzo era “I razzisti nati dal multiculturalismo”.

In ottica massmediologica si può tranquillamente affermare che sia quello di Feltri, sia quello di Allam siano articoli pretestuosi per mantenere la coerenza editoriale  de Il Giornale che cavalca la paura dell’altro come baluardo tematico del fortino berlusconiano, per elettori culturalmente e psicologicamente fragili, labili, insicuri, e influenzabili, come quelli che impazziscono coi videogame, ma, ahinoi, ben più numerosi di loro. Ma questa spiegazione basta?

E poi, caro Allam, il suo nome (Magdi Cristiano Allam) non è un esatto frutto del multiculturalismo? Quando lei venne in Italia era mussulmano (egiziano e non battezzato), e quindi … in base alle sue teorie filosofiche … per non doverci vergognare delle nostre radici giudaico-cristiane … avremmo dovuto ributtarla a mare. E poi scusi. Lei che è egiziano cattolico è diverso dagli altri immigrati egiziani non cattolici, si sente diverso, secondo lei qualcuno la coglie questa diversità? Ma allora la storia non ha insegnato niente a nessuno. Ripensiamo alle stragi etniche, ricordiamo le leggi razziali. Non c’è altro da aggiungere.

Altro che scienze.

Siamo ignoranti siamo.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

7 Responses to “Se quella norvegese è una strage ‘banale’ come i suoi analisti”

  1. Questa è la prova più impegnativa per te su Libertiamo, lo sai Francesco? Scherzo, dai.
    E comunque non vendo i titoli “Linguiti Spa”, che comprerò oggi su eventuale debolezza :-)

  2. creonte scrive:

    il branco dei Berlusconiani non mi pare che agisca come dice Feltri;

    però immagino fior di giornalisti pronti a mettere in gioco la propria vita per la salvaguardia del loro direttore e del loro giornale!

  3. Maurizio Ranieri scrive:

    Vebbé alla lista avrebbe dovuto aggiungere sé stesso e il presente articolo… banalitá per banalitá..

  4. Lorenzo scrive:

    Bellissimo articolo che condivido pienamente. Tranne un miserrimo dettaglio che non posso non segnalare: “Gioca a far l’ antropologo (che si occupa di uomini) ma si confonde con l’etologo (che si occupa di bestie).” L’antropologo sappiamo che si occupa solo di uomini, fondamentalmente dal punto di vista culturale. L’etologo, che si occupa di comportamento animale (uomo incluso, chiaramente) lo fa da molti punti di vista (culturale incluso, che vale per tutti gli animali, sopratutto quelli più evoluti come l’uomo). Basti ricordare il premio Nobel Konrad Lorenz, il suo discepolo Eibl-Eibesfeldt, o un più noto divulgatore come Desmond Morris.

  5. Francesco Linguiti scrive:

    Lorenzo hai perfettamente ragione, ma l’antropologia (Morris) che riprende le logiche etologiche lo fa trasformando i paradigmi etnologici in logiche antropologiche.
    La divisione tra etologia e antropologia si compie nel concetto di trasformazione e transcodifica delle modalità istintuali e relazionali non culturali (etnologia) in modalità culturali (antropologia).
    Giustamente, come sostieni, l’uomo è frutto di un percorso che parte dall’istinto per coniugarsi nella cultura, ma etnologia ed antropologia rimangono, comunque, aree sì contigue e sì dialettiche ma con assunti di ricerca differenziati.

  6. Francesco Linguiti scrive:

    lapsus: un paio di volte ho scritto etnologia per etologia

  7. Lorenzo scrive:

    Francesco, io vedo l’antropologia come una specializzazione dell’etologia, che ha un campo d’indagine più ampio sia come soggetti (tutti gli animali, uomo incluso) che come temi (tutti i comportamenti, inclusi quelli definiti culturali, quindi trasmessi dalla società e non dai geni). Nel caso specifico ci vuole proprio l’etologo direi…

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