– Il caso delle gemelline siamesi di Bologna ha scosso sia l’opinione pubblica, sia molte personalità che hanno a che fare col mondo della bioetica.

La vicenda, per chi non l’avesse seguita, si può riassumere in poche parole: una coppia in attesa di un figlio viene informata dai medici che, in realtà, quel figlio sono due gemelle siamesi. I genitori decidono, di comune accordo, di portare a termine la gravidanza e di accudire al meglio le bambine una volta nate, nonostante le grandi difficoltà che la loro condizione inevitabilmente comporta.
Una scelta fatta dalla coppia anche in nome della comune fede cattolica nel valore della Vita, della quale entrambi hanno deciso di prendersi la responsabilità fino in fondo; una scelta coraggiosa, non meno meritevole di rispetto per il fatto che in Italia, spesso, scelte di segno diverso, non potendo essere proibite, vengono (anche per legge) ostacolate in tutti i modi.

Adesso che le bambine sono nate, però, appare chiaro che non hanno molte possibilità di sopravvivenza. Hanno un solo cuore, che non sarà – dicono i medici – in grado di mantenere in vita entrambe molto a lungo, e l’unica via che al momento sembra praticabile è quella di separarle chirurgicamente, per dare ad una delle due una possibilità di vita, lasciando però morire l’altra.

Per chi, come la sottoscritta, non ha particolari conoscenze di medicina, in un caso come questo è d’obbligo fidarsi di quello che dicono i medici, gli esperti, insomma, in breve, la scienza. Ecco la parola, ecco il concetto che tante discordie suscita tra laici e cattolici, tra vescovi e scienziati, tra politici anche all’interno dello stesso schieramento: la scienza.

Quella scienza tante volte accusata di essere contro la Vita, di voler imporre l’eugenetica, di voler controllare l’esistenza delle persone con la scusa di migliorarla, quella scienza che, velatamente o apertamente, viene etichettata come “nichilista” da chi non riesce a concepire la libera scelta ma solo l’imposizione. Quella scienza che però, oggi, è l’unica speranza di sopravvivenza per almeno una delle due gemelline; quella scienza alle cui leggi, infine, tutti dobbiamo piegarci, non importa in quali alti valori crediamo o non crediamo.

Oggi, sul caso di Bologna, pare acclarato che, per dare una speranza di vita (Vita?) almeno ad una delle due, la via scientifica (eugenetica?) sia più efficace di quella naturale del lasciare le cose come stanno, seguendo la quale le gemelline non potrebbero, secondo i medici, che morire entrambe.
Ma allora, viene da chiedersi, dove sta il vero nichilismo? Nella natura (quella Natura che, in altre occasioni, guai a disturbare, per carità) che, lasciata a se stessa, farebbe morire entrambe le bambine, oppure nella scienza che, se lasciata lavorare, potrebbe forse salvarne una, sia pure a scapito dell’altra?

Noi non siamo in grado di rispondere a questo interrogativo. Ci permettiamo, però, di suggerire, a chi di solito sembra avere sempre la risposta “giusta” e l’invettiva sull’eugenetica sulla punta della lingua, una riflessione: se una famiglia cattolica, che in nome della propria fede si è assunta la responsabilità di mettere al mondo due gemelline siamesi, deciderà di salvare una delle due accettando l’aiuto che la scienza può offrirle, forse allora sarà il caso di finirla con i proclami antiscientifici.

Se perfino la pensatrice devota per eccellenza ammette la possibilità che i medici decidano di salvare una delle due bambine (de facto a scapito dell’altra), e si affanna a cercar di dimostrare che in questo caso la funzione esercitata dalla scienza sarebbe “etica”, forse allora sarebbe opportuno che smettesse di tacciare senza appello di “eugenetica” altre decisioni che pure vengono prese per salvare la vita di un bambino.

Forse, però. Perché qui, in questo covo di nichilisti, la verità non ce l’ha in tasca nessuno. Né – saremo nichilisti, ma almeno siamo sinceri – finge di avercela.