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Antiomofobia, la non esistenza di “quella gente”

– Era il dicembre del 1907 quando tre giovani romani di buona famiglia si recarono a Palo, non lontano da Civitavecchia, per uccidere un sacerdote omosessuale, tale don Luigi Scheffermeyer: al loro arresto, avvenuto non molte ore dopo, si giustificarono dicendo che quell’assassinio “è la sorte di quella gente, tutti così hanno da finire”. Da allora è passato più di un secolo, un lungo periodo di tempo fatto di rivoluzioni culturali e di globalizzazione dell’informazione, ma per “quella gente”, per quegli individui dall’affettività e dalla sessualità asociale, è cambiato davvero poco.

E’ illegale aggredire una persona, si sa. Ma nel paese dove tutto ciò che non è proibito si può tranquillamente fare, per taluni, troppi, non è sbagliato – o è meno sbagliato – colpire o insultare un omosessuale, perché il gay non è una persona. Perché fa parte di “quella gente”.

Della categoria di “quella gente” non fa parte l’ebreo, lo dice la legge e lo dice il buon senso. Non vi appartiene neppure la persona di colore: razzismo ed antisemitismo sono pagine buie della nostra storia e della storia dell’uomo in generale. Eppure per i gay, per le lesbiche e per le persone transessuali non è cosi, perché l’omofobia è un diritto, è parte integrante di quella sacrosanta libertà di pensiero e di espressione che caratterizza la nostra società libera e democratica. Poco importa, poi, se il rifiuto dei diritti da parte dell’intellettuale si traduce nell’atto efferato di Svastichella, perché la colpa dell’omofobia, alla fine, è sempre di “quella gente”.

Persino Mauro Mellini, il radicale libertista e libertario prestatosi per l’occasione a Il Giornale di Feltri e Sallusti, spiega che l’introduzione di una aggravante per i delitti contro la vita, l’incolumità e la libertà motivati da ragioni legate all’identità o all’orientamento sessuali della vittima avrebbe comportato una sorta di “separatezza protettiva” e sancito la “diversità sociale” di gay e di transessuali.

Come ha spiegato ieri Flavia Perina, nel commentare il voto che ha prevedibilmente sepolto sotto una dichiarazione di incostituzionalità molto “politica” la riforma dell’articolo 61 del codice penale,

ci sono nel nostro ordinamento varie aggravanti legate alla “condizione soggettiva” – ad esempio etnica o religiosa – della persona offesa. Invece l’aggravante legata all’identità e all’orientamento sessuale della vittima sarebbe incostituzionale. Troppo semplice fare i libertari solo con le discriminazioni degli altri.

Questo “garantismo” così solerte contro i reati e le aggravanti culturalmente omosessuali e così disattento alle discriminazioni della minoranza più numerosa e perseguitata della terra – gli omosessuali, appunto – non può dirsi propriamente anticonformista.

Lo stesso Vaticano, qualche anno fa, si rifiutò di avallare all’Onu la proposta di depenalizzazione dell’omosessualità, in quanto avrebbe indirettamente censurato i paesi che si oppongono alle legislazioni “relativiste” sui temi della morale sessuale e familiare. I reati contro gli omosessuali sono meno gravi e comunque meno “aggravati”. Le discriminazioni legali contro gli omosessuali non sono illegittime e neppure censurabili. Tutto torna.

La proposta di una legge antiomofobica ieri è stata dunque bocciata da una classe politica che preferisce rimanere insensibile alle palesi discriminazioni e violenze verso i gay, un’emergenza per la quale il Capo della Polizia ha istituito un apposito osservatorio, l’OSCAD. Nel Parlamento italiano ci si è insomma risparmiati di riconoscere, sia pure lontanamente, l’esistenza fisiologica e del tutto normale di “quella gente” e l’esigenza – altrettanto normale – della loro tutela da un pregiudizio che non è semplicemente libera opinione, ma, da secoli, terreno di incubazione della violenza.


Autore: Enrico Oliari

Nato nel 1970. Presidente di GayLib, associazione dei gay di centrodestra, dal 1997. Autore di diversi studi sul mondo dell'omosessualità fra i quali "L'omodelinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti" (2006) e "Omosessuali? Compagni che sbagliano. Comunismo e omosessualità" (2010). E' membro dell'Assemblea nazionale di FLI.

2 Responses to “Antiomofobia, la non esistenza di “quella gente””

  1. francesco sica scrive:

    I diritti dovrebbero essere individuali e non per appartenza a determinati gruppi. Diritti fondamentali sono diritto alla vita e alla proprietà. Un’atto violento contro una persona dovrebbe essere punito come tale a prescindere che venga rivolto contro una donna, uomo, etero, omo o chicchessia.

  2. Un vomito parlamentare. Non c’è che dire. La pregiudiziale di incostituzionalità sull’omofobia richiama più l’inquisizione che uno stato liberale. Però a questo punto prendiamo le distanze dagli astenuti anche di FLI e dalla posizione dell’UDC. Un voto del genere non può non avere conseguenze politiche. Un giorno si fa la convention del terzo polo il giorno dopo mezzo terzo polo si divide su una questione dirimente. Chi ha votato contro o si è astenuto ha prodotto una violazione di diritti umani fondamentali.

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