Un’America più gay-friendly. Anche a destra

– Sono stati molti i successi conseguiti recentemente negli Stati Uniti dagli omosessuali che aspirano a dare al proprio orientamento una dimensione pubblica – dall’abolizione della pratica del Don’t Ask Don’t Tell nelle forze armate, che imponeva alle reclute gay di non rendere pubblico il proprio orientamento, all’introduzione nello Stato di New York, proprio in questi giorni, della possibilità di sposarsi per le coppie gay e lesbiche.

E’ interessante notare come, ad oggi, il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia ammesso in sei Stati dell’Unione più il District of Columbia, mentre in vari altri Stati si celebrano unioni civili che conferiscono diritti simili a quelli delle coppie sposate.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, il numero degli Stati che consentono alle coppie gay l’accesso all’adozione è ancora maggiore rispetto a quello degli Stati che consentono il matrimonio: sono dodici più ancora una volta il distretto della capitale.

L’evoluzione delle normative in materia di famiglia e di adozione va evidentemente di pari passo con un’evoluzione della percezione dell’omoaffettività nella società americana. Nei fatti i trend dei sondaggi mostrano in maniera abbastanza chiara come vivere in modo pubblico la propria omosessualità stia divenendo sempre più socialmente accettabile, al punto che per la prima volta quest’anno si è registrata una risicata maggioranza a livello nazionale a favore delle nozze gay.
Peraltro il modello federalista fa sì che il riconoscimento legale per le coppie omoaffettive si propaghi in modo graduale e questo è in gran parte un bene, perché da un lato fa sì che il cambiamento avvenga senza strappi o scontri di civiltà, dall’altro consente alle aree del paese più gay friendly di sperimentare in anticipo l’innovazione normativa, preparando il terreno per le altre.

Con l’evoluzione graduale del costume, non c’è da meravigliarsi che politici apertamente omosessuali possano aspirare ad uno spazio crescente.
Il Gay & Lesbian Liberty Fund, un’organizzazione che sostiene l’avanzamento degli omosessuali nella sfera pubblica, nel suo rapporto annuale, segnala che le elezioni del 2010 hanno rappresentato un passo avanti per la comunità LGBT, con numerosi candidati eletti a tutti i livelli.

Se, come prevedibile, è il Partito Democratico ad essere il terreno più fertile per i gay dichiarati, anche a destra gli omosessuali cominciano a rivendicare un legittimo diritto di cittadinanza.
Negli anni, intellettuali e giornalisti omosessuali come Andrew Sullivan, Norah Vincent e per molti aspetti Camille Paglia hanno contribuito ad aprire uno spazio per posizionamenti non conformi rispetto allo stereotipo dell’omosessuale progressista.
Andrew Sullivan, in particolare, è stato uno dei maggiori protagonisti dell’era dei blog negli Stati Uniti, portando avanti una linea di conservatorismo sui temi economici e fiscali combinata a posizioni libertarie sui temi sociali.

Ma il “coming out” dei gay di destra si esprime anche su un piano più strettamente legato all’impegno politico-partitico, anche attraverso alcune articolazioni organizzate.
In particolare i Log Cabinet Republicans (LCR), attivi dal 1977, si battono da anni per la visione di un Partito Repubblicano inclusivo ed aperto al contributo di gay e lesbiche.

“Crediamo in tasse basse, in un governo limitato, in una forte difesa nazionale, nel libero mercato, nella responsabilità personale e nella libertà individuale. LCR rappresenta una parte importante della famiglia americana – contribuenti, gente che lavora sodo e che crede orgogliosamente nella grandezza di questa nazione.”

Proprio i Log Cabin Republicans sono stati gli iniziatori della causa contro il governo degli Stati Uniti (Log Cabin Republicans v. United States) perché fosse dichiarata incostituzionale la pratica del Don’t Ask Don’t Tell nelle forze armate. Dopo un lungo procedimento la causa si è conclusa proprio pochi giorni fa, il 6 luglio, con la vittoria dei LCR e l’ordine alle forze armate di cessare l’applicazione del Don’t Ask Don’t Tell – in tal senso anticipando la piena entrata in vigore della riforma nella stessa direzione avviata da Obama l’anno scorso.

Va detto che sarebbe sbagliato pensare che i gay possano ambire a dire la loro solamente tra i repubblicani moderati e centristi, in quanto in realtà si stanno aprendo spazi di agibilità anche in settori più dichiaratamente di destra.
Da questo punto di vista al Log Cabinet si è recentemente affiancata GOProud, un’altra organizzazione LGBT, su posizioni ancora più marcatamente conservatrici, che non ha paura di sfidare molti tabù.

Com’è noto, il movimento conservatore sui temi sociali è schierato con forza a difesa dei valori culturali tradizionali
– ed è un fatto che per molti la difesa dell’unione eterosessuale, come unico legame “naturale” e degno di riconoscimento pubblico, sia considerata parte integrante della visione conservatrice. Così quando GOProud è divenuta uno degli sponsor della Conservative Political Action Conference (CPAC) che rappresenta ogni anno uno degli eventi chiave della destra americana, ciò ha costituito un elemento di scandalo e per qualcuno una ragione di boicottaggio.

Tuttavia c’è anche una base conservatrice che non ritiene che l’eterosessualità sia necessariamente un prerequisito del conservatorismo e che crede invece che quest’ultimo possa declinarsi – senza per questo rimetterci in coerenza – su temi diversi dalla sfera delle preferenze sessuali, quali l’economia, la sicurezza e la difesa della civiltà occidentale. E non si tratta di poche persone, se è vero che l’ultimo sondaggio Gallup registra, tra chi si dichiara conservatore, un 28% di persone favorevoli ai matrimoni gay, mentre ben il 58% dei conservatori approvano che omosessuali dichiarati servano nelle forze armate e circa uno su due sarebbe pronto a votare un gay alla presidenza degli Stati Uniti.

Significativamente se si esaminano l’evoluzione dei sondaggi sull’accettabilità di un omosessuale alla Casa Bianca, osserviamo come le dinamiche sembrano seguire, solo con un po’ di ritardo, quelle relative ad altre “minoranze” tradizionali.
Oggi il 67% degli americani voterebbe un gay presidente. Grosso modo la stessa percentuale che nel 1955 si diceva disponibile a votare un cattolico, nel 1971 una donna o un nero.
E’ un segno, in fondo, che anche il pregiudizio contro l’omosessualità è destinato via via a diventare meno rilevante.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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