L’Argentina nasconde in Svizzera i soldi dei suoi creditori

– Sono ormai trascorsi dieci anni dal fallimento dello stato argentino. Prima della drammatica crisi che costrinse il paese sudamericano a dichiarare default nessuno avrebbe mai scommesso sulla bancarotta di uno stato di tali dimensioni e ricchezza. A un decennio di distanza dai fatti del novembre 2001 è possibile asserire che la crisi del “peronismo economico” ha inaugurato una nuova stagione di sensibilità alla salute delle finanze pubbliche.

Il terremoto culturale causato dal default argentino ha minato per la prima volta i presupposti di infallibilità degli stati sovrani e delle loro politiche interventiste, anticipando i fallimenti di Grecia e Minnesota e l’attuale apprensione dei mercati per l’indice del debito pubblico dei paesi più a rischio.

I bond di alcuni stati sovrani, un tempo ritenuti investimenti a basso rischio, sono oggi meno redditizi e affidabili di azioni e obbligazioni di molti privati. Gli investor che avevano acquistato bond argentini prima del 2001, infatti, non hanno ancora ottenuto alcun risarcimento. Per la prima volta, dunque, è apparso evidente come uno stato sovrano non fosse in grado di fornire maggiori garanzie di emittenti privati agli acquirenti dei propri titoli.

Rimborsare quanti – in molti casi piccoli risparmiatori – hanno investito il proprio denaro in bond dovrebbe essere una priorità per l’Argentina, unico modo per riacquistare credibilità sul mercato. Tuttavia, Buenos Aires non sembra intenzionata ad adempiere i propri obblighi nei confronti dei creditori, che la scorsa settimana hanno messo in scena una protesta in Svizzera, presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, la “banca delle banche centrali”, nata nel primo dopoguerra e mantenuta in vita per volontà di John Maynard Keynes durante la Conferenza di Bretton Woods, dove è depositato l’85% del capitale argentino, pari a circa 45 miliardi di dollari.

Il trasferimento di capitali all’istituto di Basilea è iniziato dopo il default del 2001 ed è cresciuto nel 2005, a seguito della ristrutturazione del debito. La BRI, nota per aver in passato protetto capitali del regime nazista e del dittatore nigeriano Sani Abacha, gode dell’immunità giurisdizionale, estesa per giunta ai suoi clienti. Forte di tale privilegio, il governo argentino è di fatto legittimato a non rispettare le numerose sentenze italiane, tedesche e giapponesi che imporrebbero un risarcimento per quanti hanno visto andare in fumo i propri risparmi.

Paradossalmente, nell’attuale attacco cui è sottoposto il libero mercato, principale imputato della crisi del 2008, la più grande falla del diritto finanziario non è causata dall’assenza di regole, bensì da un’organizzazione internazionale che dovrebbe, in teoria, garantire la trasparenza e la correttezza delle relazioni tra banche centrali. Come è possibile, dunque, auspicare una maggiore regolamentazione del mercato finanziario quando a sfuggire alle più basilari norme del diritto internazionale sono gli stessi organismi sorti con l’intento di imporre ordine e disciplina?

Il caso argentino è sintomo del declino di una mentalità che ha prevalso nello scorso secolo grazie al mito dell’infallibilità degli stati sovrani, al moloch delle banche centrali e alla presunta necessità di restrizioni da porre al mercato. In realtà, se il timore di trascorrere il resto dei propri giorni in carcere o di vedere aggredito il patrimonio personale può fungere da deterrente per gli imprenditori tentati a frodare i propri azionisti, l’impossibilità di imputare la responsabilità penale per il fallimento di uno Stato a un qualsiasi membro del governo o di rivalersi sul patrimonio pubblico dello Stato fallito, accresce l’impunità di cui gli stati sovrani dispongono per sfuggire alle conseguenze di decenni di politiche economiche scellerate e volte a garantire il consenso ai governanti.

Mentre una certa stampa partigiana si affanna nel diffondere panico per gli speculatori e suonare le campane a morto per il mercato, migliaia di persone lottano impotenti per riottenere ciò che è stato loro impunemente sottratto dallo stato argentino. In tutto ciò, del tanto temuto mercato selvaggio neanche l’ombra.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

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