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Lo ‘scandalo’ dei garantisti che mandarono in galera Papa

– Dopo il voto su Papa, cacciato in galera, secondo la vulgata “garantista”, da un Parlamento che, per ragioni politiche e di giustizia (a scelta o magari entrambe: melius abundare), avrebbe potuto e dovuto “salvarlo” dalla misura cautelare disposta dal giudice e per viltà ha preferito sacrificarlo, a finire sul banco degli imputati sono stati quanti – battendosi da sempre contro un uso disinvolto della galera e di quella cautelare in particolare – non hanno impedito che un loro collega finisse a Poggioreale.

Se uno è contro la galera preventiva – questo è l’argomento – non può mandare nessuno in galera prima della sentenza definitiva. E se è contro la galera come pena, ritenendo che il mezzo, nella generalità dei casi, contrasti col fine civile della pena, allora non deve mandare in galera nessuno, tranne che in casi eccezionali. E l’eccezione non dipende neppure dalla gravità del reato, ma dall’irredimibilità del reo, che non può desumersi solo dal delitto per cui è stato condannato.

Come il dovere della carità cristiana eccede i meriti e i demeriti di chi ne beneficia, esprimendo così una posizione moralmente perfetta, nel senso di non-negoziabilità e non solo del valore, così l’intransigenza garantista – di fronte alla galera di un colpevole e a maggior ragione di un non colpevole fino a sentenza definitiva – dovrebbe eccedere le ragioni, di diritto e di fatto, che giustificano l’applicazione di una misura detentiva. I garantisti – e tra essi, ovviamente, anche i giudici e i parlamentari garantisti – dovrebbero insomma fare obiezione di coscienza ogni volta che dalle loro decisioni potesse dipendere la galera altrui, come i medici fanno rispetto agli aborti e i militanti nonviolenti rispetto alle missioni militari. Not in my name.

Il paradosso dell’intransigenza sarebbe quindi che chi è garantista non dovrebbe occuparsi della giustizia – almeno di quella disciplinata da leggi che garantiste non sono – lasciandone il monopolio ai banditori dell’ingiustizia e della galera. Ma è soprattutto un altro il paradosso di questa favoletta morale, con cui in buona e cattiva fede si denuncia falso il garantismo di quanti hanno lasciato che per Papa non ci fosse scampo.

La galera è per definizione una questione politica. Togliere la libertà e sacrificarla alle esigenze di giustizia, è una pretesa politica. Nella legge sta scritto – e in quella italiana a caratteri cubitali – l’eccesso e il difetto di misura e di uguaglianza con cui la galera si infligge da parte dei giudici. Anche l’incertezza e l’arbitrio che rendono la giustizia ingiusta, prima che cattiva, originano dal modo in cui, nelle leggi, la politica sceglie di dire e non dire, di mettere e di togliere. Se i giudici oggi abusano della galera, è anche perché nelle questioni di diritto la politica manca di deferenza verso lo ius e abusa di confidenza verso l’iniuria. Più galera per tutti, promette. E in sovrappiù ne mantengono i giudici.

Se l’ingiustizia sta nella legge – e nel modo in cui il legislatore tollera e chiede che della legge si abusi – qui dovrebbe riconquistare spazio anche la giustizia, non nel privato sentimento morale dei garantisti, non nell’eccezione buona alla regola cattiva, che non può garantirsi che per privilegio e non per diritto. Una giustizia eslege semplicemente non esiste. Che Papa vada in galera perché alla legge manca una misura di giustizia – e non ai parlamentari uno spirito di pietà – è una ragione per cambiare la legge o per arginarne le interpretazioni più spericolate, non per scampare a Papa la pena che ingiustamente gli spetta.

Come nella disobbedienza civile, si viola la legge ingiusta per averne sanzione e far emergere lo scandalo dell’ingiustizia – perché altri, per questo tramite, possano averne rimedio – così anche sulla galera chi voglia sollevarne lo scandalo, e non darne di ulteriore, non deve pretendere – e pure moralisticamente – che per gli amici si aprano le celle, mentre per gli altri irrimediabilmente si chiudono.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Lo ‘scandalo’ dei garantisti che mandarono in galera Papa”

  1. penoso, semplicemente penoso. se un deputato viene colto in flagranza di reato, con in mano la mazzetta, picchia la moglie, ruba il pc al collega e c’è il filmato, stupra una persona, la violenta etc etc io accoglierei la richiesta d’arresto. ma quando una procura richiede l’arresto per un supposto coinvolgimento in un’attività ritenuta criminogena che parte da lontano e non vi è neppure una prova ma solo per interrogarlo dentro le sbarre io direi no, niente manette. procedete nell’inchiesta ma senza sbattere preventivamente in galera una persona. fosse anche il più acerrimo avversario politico. per tutti e non solo per un mio compare di partito. anche perchè di questa magistratura non mi fido.
    mn

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