Cronache dalla Toscana sovietica

– Alessia mi aveva messo in guardia sulle condizioni della strada da percorrere, ma l’ultimo chilometro, dopo avere abbandonato la strada provinciale che unisce San Giovanni d’Asso e Trequanda, mette davvero a dura prova le sospensioni del mio vecchio Discovery, che pure ne ha viste parecchie.

L’Ormennano, l’azienda agricola di Alessia Farina e della sua famiglia, è scolpito nel cuore di uno dei paesaggi rurali più suggestivi del mondo, quelle crete senesi che si estendono dalla Val d’Orcia verso est, dove le colline diventano più dure e assolate, intervallate da calanchi e biancane, le cupole di argilla vergine che emergono dai campi là dove l’erosione e il dilavamento dei terreni sono andati troppo in là, e non si può più tornare indietro.
E proprio lo scontro tra la tutela del paesaggio e i diritti sacrosanti di chi, all’interno di questo paesaggio, ci vive e ci lavora è stato uno dei motivi che hanno portato Alessia ed altri agricoltori del territorio di Asciano a costituire, ormai più di un anno fa, un comitato agguerrito già dal nome: “Agricoltura in Rivoluzione” (qui il gruppo Facebook). Mi porta a vedere la stalla, che ha dovuto realizzare a forma di “elle” e non in linea per non impattare troppo il paesaggio (come, poi, chissà…), e coprire con un tetto di tegole vere di cotto, manco fosse una villa del Chiantishire.

Lascio immaginare lo svantaggio competitivo rispetto a chi, semplicemente risiedendo altrove, la stalla la può coprire di semplice lamiera coibentata (non è solo un problema di materiali, il tetto in cotto è enormemente più pesante e richiede una struttura portante molto più costosa, e quando ti servono i metri quadri necessari a ricoverare 700 pecore la cosa si fa sentire).

Addirittura dalle sue parti non è neanche più possibile effettuare quei semplici lavori di bonifica che ovunque gli agricoltori fanno senza bisogno, come è ovvio, del permesso di nessuno, come leggeri livellamenti dei terreni in pendenza che hanno subito qualche piccola frana durante l’inverno, o la pulizia dei fossi e dei laghetti per abbeverare gli animali, che di tanto intanto si riempiono di terra.

“Toccava presentare una domanda al comune, fatta dal tecnico e con la relazione del geologo!” mi spiega, e mi racconta con orgoglio come grazie all’azione del comitato ora possano godere di una deroga al regolamento provinciale, che permette loro di poter fare questi lavori “solo” previa presentazione di una domanda correlata di indagine conoscitiva, rilievi catastali e tre fotografie dell’area, e dopo aver aspettato la risposta per 45 giorni. Una procedura comunque più complicata di una DIA, faccio notare, per poter esercitare quello che comunque è un diritto di proprietà. “Almeno il geologo non lo si paga più…” sospira Alessia. “Ci si deve accontentare… Immagina che anni fa in comune l’assessore di allora ci ha detto che la terra non è la nostra, ma è di tutti, che è roba pubblica, e che noi ce l’abbiamo solo in custodia temporanea”.

Ecco dove siamo arrivati. Ci hanno raccontato che gli agricoltori esercitano una funzione sociale di custodia e tutela del paesaggio, e in nome di questa assurda filosofia sono prepotentemente entrati nelle proprietà private per disporne a piacimento. E’ banalmente ovvio che il legittimo proprietario tutela la sua roba molto meglio del sindaco, del tecnico comunale e della commissione edilizia di qualsiasi comune, che obbligare un agricoltore a pagare la perizia di un geologo per stupidaggini del genere equivale solo ad una tangente estorta ad una categoria a vantaggio di un’altra, che dover aspettare l’autorizzazione può significare spesso rimandare i lavori alla stagione successiva, quando ci sarà bisogno di interventi maggiori, ma tant’è, accontentiamoci. “E intanto sulle frane si ribaltano le trebbie, ci si lascia la pelle” dice Alessia. “Almeno ora qualche lavoro lo faremo, prima non si poteva far nulla, nessuno ruspava più, le frane col tempo diventavano calanchi e i campi andavano in malora”.

Eccola, la tutela del paesaggio rurale, in salsa toscana. Ed è altrettanto ovvio che solo imprese agricole orientate al profitto possono svolgere quella funzione di tutela del paesaggio che oggi si richiede loro, mentre la dipendenza dai sussidi, unita a vincoli costosi ed assurdi, porta inevitabilmente all’abbandono. Dovremmo ricordarci che il paesaggio rurale non è qualcosa di immutabile, ma è il frutto del lavoro e delle scelte economiche dell’uomo nel corso dei secoli, così come ogni tradizione altro non è che un’innovazione che ha avuto successo nel passato, che si è consolidata ma può legittimamente essere messa in discussione in qualsiasi momento da altre innovazioni.

Ma la soddisfazione più grande, per Alessia e gli altri del comitato, è quella di aver messo seriamente in discussione la rappresentatività delle organizzazioni sindacali agricole. “Alla prima riunione s’era in 250, così, solo con qualche telefonata. Nella saletta comunale non s’entrava tutti, e in fretta e furia abbiamo dovuto affittare la sala del dancing”. E lì, in quella riunione, hanno potuto toccare con mano la rabbia che cova proprio contro i sindacati, impegnati più a far soldi attraverso l’intermediazione dei fondi europei che a rappresentare i loro interessi. E in seguito si sono dati da fare per metterli seriamente in imbarazzo, come dimostra lo scambio epistolare ,su un periodico di informazione agricola, tra il presidente del comitato Giacinto Beninati e un balbettante Giuseppe Politi, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori. Ed ora stanno mettendo su un network, o qualcosa del genere, con i pastori sardi, con gli allevatori che contestano il parastato che ruota attorno alla gestione del sistema delle quote latte e con chiunque altro condivida la loro battaglia.

Alessia parla come un tornado, ed è difficile starle dietro, mentre insegue i suoi due bambini su e giù per l’Ormennano, tra la stalla e le scale dell’antico casale dove abitano, e si fa sera in un baleno. Mi rimane un po’ di tempo per fare due chiacchiere su trattori, attrezzature e pratiche agronomiche con Cosimo, il marito, e poi via, giù per quello scapicollatoio di strada, verso casa. Con la speranza che tra quelle colline stia nascendo davvero qualcosa di nuovo, e che duri.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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