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Back to black

– Ci sono un sacco di deficienti, in queste ore, che su Facebook consegnano a status beffardi il proprio compiacimento per l’origine pseudo-culturale della brutalità norvegese: il mostro – scrivono – stavolta è cristiano. Cristiano – si sottintende – come quelli che ce la menano da 10 anni con la storia della superiorità occidentale, del pericolo musulmano, dell’identità europea sotto attacco.

Sono deficienti, costoro, almeno quanto i bersagli del loro, pur legittimo, risentimento per quella patologica deriva crociatesca assunta, dall’attacco fondamentalista agli Usa, dal fronte sé-dicentesi neo-conservatore: il blocco demenzial-resistenziale nutritosi della banalizzazione del concetto di ‘multiculturalismo’ e della nobilitizzazione della contro-cultura della ‘società chiusa’, una società introversa nella difesa dell’auto-coscienza identitaria ed adagiata nel giaciglio della propria presunta superiorità.

Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese, la pensava pure lui così: ce l’aveva non tanto con l’Islam in sé quanto con i Cavalli di Troia politico-culturali che hanno favorito la presunta islamizzazione dell’Occidente. Il tizio, però, non è affatto un fondamentalista cristiano. Sul Cristianesimo in sé, anzi, e sul ruolo della Chiesa in particolare, mantiene le riserve strumentali proprie del fedele pret-à-poter. Non a caso era un massone.

The name of the devilscrive nelle 1500 pagine di memoriale depositate nel web alla vigilia dell’azione – [is] cultural Marxism, multiculturalism, globalism, feminism, emotionalism, suicidal humanism, egalitarianism”. “A recipe for disaster” – definisce il mix.

Ora, in questo pur estremizzato anatema contro i derivati dell’utopismo socialista, molti di noi potrebbero trovare elementi di condivisione. Nessuno di noi, tuttavia, scommetto avverta l’urgenza di appellarsi alle “libere persone indigene d’Europa” per “dichiarare guerra preventiva contro tutte le elite marxiste e multiculturaliste dell’Europa occidentale”. Urgenza che invece induce lo psicopatico 32 enne a dedicare “9 anni della sua vita a lavorare al Compendium”, gli ultimi tre dei quali “spent working full time with research, compilation and writing”. Una dedizione assoluta che è costata personalmente al tipo 317 000 Euro (“130 000 Euros – dettaglia lui stesso – spent from my own pocket and 187 500 Euros for loss of income during three years”).

Si fosse limitato a questo – si potrebbe osservare – non avrebbe fatto nulla di meno culturalmente nocivo, meno intellettualmente infondato, meno cristianamente incompatibile di quanto prodotto nel tempo da una pluralità di acclamatissimi cantori della riserva bianca da risparmiare alla selvaggia invasione del nemico identitario. Molti titoli de Il Giornale sallustian-feltriano, per dire, ci sono andati giù persino più estremi.

Il tipo però si è spinto oltre, dando in un certo senso razionale conseguenza a quelle farneticanti elucubrazioni (qui sintetizzate in video). Se il pericolo è quello, d’altronde, quel pericolo va combattuto, anche con sacrifici clamorosi.
Ed il pericolo dalla sua sub-cultura teorizzato risiede appunto in quella fetta di popolazione occidentale che si crede talmente forte dei propri valori meta-religiosi da guardare all’uomo e non alla sua professione di fede, e dunque accogliere e non temere l’idea che uomo e uomo, pur nelle loro differenze, possano trovare un’intesa di convivenza ed arricchimento reciproco fondata sulla condivisione di una base di valori assunta a nutrimento del terreno della comune appartenenza e del mutuo sviluppo civile.

Mentre da Oslo si aggiornava il tragico bollettino delle vittime del mostruoso squilibrato, da Londra giungeva la notizia della morte di Amy Winehouse – del suo ritorno alle tenebre, del suo back to black, appunto. Si è dovuto attendere fino a sera, sabato, per avere dalla polizia britannica una dichiarazione formale. L’ufficiale che si è presentato innanzi ai media nazionali – e, per loro tramite, a quelli di tutto il mondo – era in divisa da bobby e con un turbante in testa. Era un sikh, evidentemente, come ce ne sono tanti in Inghilterra: lavorano nella City, nelle università, fanno i tassisti o, appunto, i poliziotti. Perché – toh – sono inglesi pure loro.
Anche questo è multiculturalismo.

Una curiosità infine: nel Compendium l’artefice della strage di Utoya firma l’introduzione con la seguente locuzione:
Sincere and patriotic regards, Andrew Berwick, London, England – 2011
Justiciar Knight Commander for Knights Templar Europe and one of several leaders of the National and pan-European Patriotic Resistance Movement
With the assistance from brothers and sisters in England, France, Germany, Sweden, Austria, Italy, Spain, Finland, Belgium, the Netherlands, Denmark, the US etc
.”
Ecco, colpisce il riferimento ai fratelli ed alle sorelle dei paesi europei citati quali contributori dell’opera, paesi tra i quali figura l’Italia.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

One Response to “Back to black”

  1. Lucio Scudiero scrive:

    Breivik mi ricorda Merry di Pastorale Americana, bel romanzo di Philip Roth

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