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Strage in Norvegia, solidarietà ad un popolo colpito al cuore

– Una strage. Non è una metafora, non è un’esagerazione: in Norvegia è veramente avvenuta una strage.

Nel pomeriggio di ieri sono cominciate a circolare notizie di un’autobomba ad Oslo, la capitale del Paese, di una fortissima esplosione accanto alle sedi del governo, di morti e di feriti: sebbene la prima reazione generale sia stata d’incredulità, “ma come, i Paesi scandinavi, lassù non succede mai niente…”, abbiamo dovuto cominciare a crederci (e a preoccuparci) quando sono arrivate le immagini e le prime testimonianze, che raccontavano di incendi, crolli, terrore, schegge arrivate a ferire gente anche a centinaia di metri dal luogo dell’attentato.

I primi bilanci delle vittime erano di due morti, sette feriti, sembrava insomma che i danni, sebbene gravi, fossero contenuti; all’improvviso, però, insieme all’aumento del numero delle vittime ad Oslo (sette, più alcuni feriti gravi e molti lievi) ha cominciato a diffondersi un’altra notizia, ancora più terribile della precedente: in un lago non lontanissimo dalla capitale, nell’isola di Utoya, dove si stava tenendo il congresso dei giovani laburisti, qualcuno aveva cominciato a sparare all’impazzata sui presenti, che, data la dimensione minuscola dell’isola, non potevano scappare da nessuna parte.

Venti morti la prima stima, già impressionante, ma destinata a salire di molto, fino ad arrivare ad ottantaquattro: l’unica definizione possibile per ciò che è avvenuto è “strage”, terribile strage, sanguinosa, spietata strage. Le riflessioni che possono venire in mente davanti a questa notizia sono moltissime, e di segno quanto mai vario: “a quel congresso poteva esserci qualche mio amico appassionato di politica”, “se avessi comprato tre mesi fa quel volo low cost adesso sarei stato in vacanza ad Oslo”, “cavolo, dov’è che stava il ragazzo della mia amica a fare la tesi? In Svezia o in Norvegia?”, ma soprattutto, forse banalmente, “Chi è stato? Chi ha potuto fare qualcosa di così tremendo?”.

A dieci anni da quell’Undici Settembre in cui anche i meno informati dovettero comprendere come e quanto il mondo stesse cambiando, e non in meglio, la prima matrice che viene in mente per gli attentati è naturalmente quella del fondamentalismo islamico: mettendo insieme le vignette satiriche su Maometto pubblicate da un giornale danese anni fa e ristampate recentemente in Norvegia, la partecipazione di contingenti militari norvegesi alle missioni NATO in Afghanistan e Libia, le minacce che per questi motivi il Paese ha ricevuto da Al Qaeda e le prime rivendicazioni via web fatte dal gruppo Ansar al-Jihad al-Alami, la matrice qaedista sembrava tutt’altro che inverosimile.

Ma, già alle 22.30 di ieri sera, la polizia locale ha messo da parte questa ricostruzione: sull’isola di Utoya è stato fermato un uomo, colui che – si ritiene: viene chiamato ancora “il presunto killer” – vestito da poliziotto e armato di una mitraglietta ha aperto il fuoco sui ragazzi riuniti lì in congresso, intrappolati senza via di fuga, inermi di fronte alla sua violenza folle, e che era stato visto aggirarsi con fare sospetto anche qualche ora prima dalle parti dei palazzi del governo. Sorpresa, non è islamico, non si chiama Abdul o Mohammed, non è uno di “loro”: è un trentenne, a quanto pare, norvegese al cento per cento, che – stando alle notizie pubblicate dalla stampa locale – si dichiara “conservatore” e “cristiano”, potrebbe essere vicino ad ambienti neonazisti e verso l’Islam non nutre propriamente sentimenti gentili.

E’ troppo presto per trarre una conclusione, e noi, diversamente da altre testate che si sono affrettate a sciorinare in prima pagina, ancora una volta, le loro tesi islamofobe (poi che dell’Islam fondamentalista ci sia da avere veramente paura è fuor di dubbio; ma non è di questo che parliamo), non cadremo nella trappola. Non attribuiremo oggi alla sua religione o alle sue convinzioni politiche la motivazione del suo gesto, non approfitteremo della paura che questo gesto ha generato per eccitare gli animi e fare a chi ci legge ancora più paura, per incitare all’odio contro chi odia. Aspetteremo i risultati delle indagini, e da lì giudicheremo che cosa possa aver portato questa persona (e i suoi eventuali complici) ad agire in questa maniera folle e mortale.

Per quello che è successo in Norvegia ieri proviamo soltanto terribile, triste smarrimento, di fronte all’enormità e alla gravità del massacro che è stato compiuto; siamo commossi e addolorati per le vittime, in grandissima parte molto giovani, alcuni anche bambini, e le compiangiamo insieme a quelli che volevano loro bene.

Per riflettere sulle analisi, per concionare sulle motivazioni, per comprendere i retroscena, ammesso e non concesso che a quei novanta morti innocenti serva a qualcosa, avremo tutto il resto della vita. Noi. Loro non ce l’hanno più. Questa oggi è l’unica cosa che conta, o che dovrebbe contare. Solidarietà alla Norvegia, colpita profondamente, irragionevolmente al cuore.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

One Response to “Strage in Norvegia, solidarietà ad un popolo colpito al cuore”

  1. Marco scrive:

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