Imporre le quote rosa non ci renderà meno maschilisti

– Recentemente è stata sciolta la giunta comunale di Roma del sindaco Gianni Alemanno, per non aver rispettato le cosiddette quote rosa, che impongono la presenza di un certo numero di donne tra i componenti della giunta stessa.
In realtà, guardata da un punto di vista oggettivo, questa imposizione ed immissione coatta in CDA ed amministrazioni pubbliche di una percentuale di membri di sesso femminile è una regola che stride pesantemente con il concetto di meritocrazia.

Una persona viene nominata non sulla base delle sue capacità, ma perché è obbligatorio inserire nello staff qualcuno del suo sesso. È una condizione ormai accertata che la percentuale di donne partecipanti alla politica partitica è estremamente bassa; ma, se ci sono uomini validi per un certo ruolo, perché imporre delle donne? Se alle elezioni, nonostante la presenza – imposta dalle quote rosa – di donne, nelle liste, sono stati eletti degli uomini, significa che anche le votanti donne hanno scelto un candidato maschio. Infatti, non per forza una giunta composta totalmente di uomini è peggiore di una che rispetta le quote rosa ma che è piena di Brambille o simili.

Una nuova giunta Alemanno, rinnovata, mettiamo, inserendo elevate percentuali di Donna Assunta, non sarà migliore della precedente.
L’idea che debbano essere rispettate nei consigli, le proporzioni tra i sessi che ci sono nella popolazione, è infondata: la parte femminile della società può essere comunque ben rappresentata anche da amministratori uomini – e, naturalmente, viceversa.

È ridicolo, se non pietoso, il far festa delle associazioni femministe per essere riuscite ad elemosinare qualche poltrona tramite una sentenza del TAR. Vedere associazioni di donne ricorrere in tribunale perché non si vedono abbastanza tutelate dagli uomini è un fatto abbastanza paradossale…

A rigor di logica, quest’ammissione di incapacità e bisogno di tutela di tali comitati femministi è quasi un’offesa verso le cittadine italiane, come fossero considerate creature più deboli ed indifese e, quindi, bisognose di protezioni particolari. Se le elettrici volessero più rappresentanti donne, non dovrebbero far altro che votare in massa candidate di sesso femminile, e già un gran risultato l’avrebbero ottenuto, senza bisogno di tutele da parte dello Stato.

Se si vuole sconfiggere la cultura maschilista, che rende necessarie leggi per portare donne nei CDA e nelle giunte, servono campagne di informazione ed educazione, in modo che, qualora una donna venga scelta tra vari candidati per ricoprire un certo ruolo, ciò avvenga perché ella ha capacità superiori al candidato uomo, non perché “si deve”. Solo in questo modo si potrà creare un sistema che possa stare in piedi e che funzioni autonomamente per gli anni a venire. L’intervenire con regole che vietano di essere maschilisti segue, in fin dei conti, se permettete un paragone duro ma efficace, la stessa logica del manganello e dell’olio di ricino, che “vietano” di essere antifascisti. E’ un metodo che, dovremmo già averlo appurato, non serve: né a cambiare la società né a far cambiare idea ai cittadini.


Autore: Giacomo Dolzani

Nato nel 1989, residente a Trento. Studente di Ingegneria Ambientale alla facoltà di Mesiano (TN). Militante di FLI e responsabile giovani del Circolo Tridentino per la Libertà ed il Sociale.

3 Responses to “Imporre le quote rosa non ci renderà meno maschilisti”

  1. Andre scrive:

    Il tuo ragionamento non farebbe una piega se non fossimo in un Paese nel quale le tue argomentazioni, che reputo giuste, non fossero usate per mantenere lo status quo. Per scardinare questo status quo serve una “spintarella”. E questa non può che non essere data che dalle quote rosa. Quando questo automatismo sarà in circolo allora non vederei nulla di male se un Cda, una giunta o altro siano composti dal 100% da uomini (o anche donne). Ma fino ad allora credo che le quote rosa siano un male necessario.

  2. giustissimo, però non dimentichiamo che in Italia, non sono rare le nomine, di amici, parenti ed affini, a prescindere dalle proprie capacità. Un esempio pratico di come la meritocrazia in Italia sia ancora un utopia è il mio. Qualche anno fa, un mio superiore non sapeva cosa farmi fare. Il suo successore invece riuscì ad affidarmi un incarico importante che io cercai di onorare, riuscendovi. Chi dei due aveva ragione secondo voi? Quindi, se ad un cittadino x (a prescindere dal sesso) capitasse un superiore come il mio primo, quel cittadino non entrerebbe mai in alcun consiglio….

  3. Stefano scrive:

    Imporre le quote non aumenta la cultura delle pari opportunità. Ritengo invece che necessiti una politica famigliare dove venga sviluppata anche con creatività la conciliazione vita e lavoro. Il dip.to delle Pari Opportunità ha finanziato con 40 milioni di euro tali progetti. Sarebbe interessante un monitoraggio sulle scelte programmatorie iniziali e sulle attività che si attueranno entro marzo 2012. Non sono di FLI anche se seguo l’evoluzione nel campo opposto al mio ma per una nuova “generazione” potrebbe essere uno strumento di misurabilità delle cose scritte….e poi fatte!

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