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Col rigore senza sviluppo siamo stabilmente fragili

– Gaudeamus. Con una celerità straordinariamente inusitata per la politica nostrana il decreto anti crisi è diventato legge. La coesione che il presidente Napoletano ha richiamato, come necessario strumento per superare le contrapposizioni politiche, ha fatto il miracolo.

Dopo la caduta dei Mercati finanziari e le misure antispeculazione, in anticipo di un anno sul regolamento europeo, emanate dalla Consob, la svolta. Ecco il decreto da 47,9 miliardi che prevede tra le sue novità, la clausola di salvaguardia sul taglio dei bonus fiscali, il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro, il ritorno dei ticket sanitari da 10 euro sulle visite, la diminuzione delle detrazioni per i familiari a carico, l’addizionale del 10% sui bonus, la rimodulazione dell’imposta di bollo sul dossier titoli, l’allentamento della stretta sugli ammortamenti, il cambiamenti dei parametri di virtuosità per gli enti locali virtuosi. Ma non la liberalizzazione delle professioni e neppure, i cd. costi della politica. In estrema sintesi, sacrifici e ancora sacrifici. Peccato che ad essere maggiormente penalizzati siano ancora le fasce più deboli.

Nell’accidentata storia nazionale non è difficile trovare fasi nelle quali la situazione economica si presentava difficile. Andando molto indietro, al III secolo d. C., si può ad esempio rintracciare una situazione che ricorda in tutto e per tutto quella presente. Anche allora aumento in maniera considerevole della miseria  e dell’oppressione  degli strati inferiori della popolazione. Da molte fonti risulta  quanto fossero povere le masse, in gran parte dell’impero. Ad esempio al tempo di Settimio Severo proprietari terrieri scrivevano dall’Egitto che nei dintorni di Ossirinco interi villaggi minacciavano di rimanere spopolati perché il peso fiscale mandava in rovina la popolazione. Con l’acuirsi della crisi economica e finanziaria dopo i Severi la situazione si aggravò notevolmente. Dalle disposizioni sui prezzi e le retribuzioni, contenute nell’editto del 301, risulta come vivevano gli strati più poveri della popolazione anche dopo le energiche  misure di stabilizzazione prese da Diocleziano. Una famiglia  con figli disponeva  di non più del minimo sufficiente alla sopravvivenza. Altrettanto dura era la repressione necessaria per la salvaguardia delle prestazioni lavorative e fiscali che colpiva, senza distinguo, la maggior parte dei gruppi  sociali all’interno della popolazione più bassa. A questo scopo lo Stato impiegò un apparato di forze  di sicurezza e di funzionari. Il potere dello Stato era presente ovunque, allora. Ma nonostante tutto il disagio economico provocò  dei veri e propri stravolgimenti all’interno della società romana. Innanzitutto un livellamento, in basso, all’interno degli strati sociali inferiori. Il declino di molti piccoli e medi proprietari  portò, naturalmente, alla concentrazione in poche mani della proprietà terriera e la diffusione dell’economia latifondistica. Ma più in generale, mutò la struttura complessiva della società romana.

Il pericolo, ora, come in quel III secolo d. C. che può apparire così lontano, è forse lo stesso. La mutazione della società. Un cambiamento radicale innescato da misure inadeguate a far fronte alle esigenze attuali del Paese ma anche, ingiustamente e non omogeneamente, spalmate su tutti. Con differenze negli interventi che non tengono in alcun conto le diversità “di partenza” delle categorie.

Uno dei problemi è che, come ha sottolineato di recente Guido Gentili dalle colonne del Sole 24 ore, anche questi provvedimenti potrebbero non rilevarsi sufficienti ad evitare di essere avviluppati  dalla ragnatela della crisi irreversibile. Servono, anzi sono vitali, rigore e sviluppo. Due temi che, singolarmente, in Italia difficilmente trovano concretamente spazio  per incidere ed il cui connubio appare addirittura utopistico.

La manovra che avrebbe dovuto mettere in cantiere i tagli al “superfluo” si è trasformata nella somma di tasse piccole e grandi. Che non hanno  incluso interventi coraggiosi su feudi di potere. Come quelli riguardanti i costi della politica e la liberalizzazione delle professioni. La strada non può essere quella tracciata finora da un Tremonti, nelle ultime circostanze, più attento agli equilibri all’interno del Governo che non alle esigenze del Paese. Fini, richiamando Mario Baldassarri, in diverse occasioni, ha sostenuto che “bisogna avere il coraggio di fare delle scelte: se le risorse sono limitate … una forza riformatrice che vuole cambiare si assume la responsabilità di dire da dove si parte, quali sono le priorità”. Quella è la strada che può permettere al Paese di non sprofondare nell’abisso dei suoi errori.

Non è qualunquismo, ma necessario buonsenso, rivendicare risorse per le infrastrutture e per l’istruzione. Non è demagogia affermare che la manovra rischia di catapultare tra i poveri nuove schiere di persone. Sembra mancare, per incapacità o per studiato disegno, una visione complessiva. Che tenga nel debito conto analisi economiche e sociali.

Se i rapporti statistici restituiscono cifre inequivocabili, le indagini sociologiche evidenziano problemi, aspettative disilluse, paure, fobie di un Paese che è malato. Che soffre di molti problemi ai quali si è cercato di porre rimedio sempre, in maniera episodica, con la cura del momento. Ma intanto, il Paese si sta progressivamente impoverendo nella sua fascia più grande. Crescono, di mese in mese i “nuovi poveri”, quelli che vivono in strada o in posti di fortuna. La società italiana sta scivolando sempre più in basso. Certo dal punto di vista economico, ma anche, forse, in maniera più profonda, nel suo io. Nella ricerca delle colpe di questa situazione è quasi naturale richiamare il ruolo di molta politica.

Cosentino prima ed ora Papa, perfino un ministro, il “responsabile” Romano e poi Bisignani e Milanese. Politici ed affini di casa nostra che restituiscono particolari di un mondo lontano dalla gente comune. Slaids di una fase nella quale l’interesse particolare sembra prevalere, non di rado, su quello generale. Una stagione difficile. Proprio per questo da affrontare con interpreti autorevoli. Un po’ come lo Spadolini che nel giugno del 1981 divenne il primo premier di Governo non democristiano  dell’Italia del dopoguerra. Anche allora il Paese, e non solo, era attraversato da una profonda crisi. L’inflazione aveva toccato il 21%, la crescita del Pil era ferma e le lotte sociali in pieno fermento. E poi la P2, guidata da Licio Gelli. Il tremebondo governo Forlani fu costretto a cedere il testimone ad un intellettuale “prestato alla politica”. Appunto, Giovanni Spadolini. Per fronteggiare recessione ed inflazione scelse la strada delle priorità. L’inflazione nel giro di due anni scese del 5% e il debito pubblico diminuì in percentuale al Pil. Ma soprattutto avviò la ristrutturazione del ministero del Bilancio attraverso un vaglio di efficienza  degli investimenti pubblici affidata ad un apposito Nucleo di valutazione.

Quell’esperienza in parte “felice” costringe a riflettere sull’importanza, in taluni casi cruciali, di creare una “discontinuità”. Allora da Forlani a Spadolini. Naturalmente facendo ricorso a personalità di primo piano. Statisti provenienti dalla società civile, ma impegnati in politica. Come Spadolini, appunto, ma anche come Merzagora, Visentini e Andreatta, fino ad Amato.

Ora, servirebbe una presa di coscienza dell’inadeguatezza a gestire la difficile fase del Paese. Un coraggioso atto d’amore verso quella gente alla quale si sono promesse per anni “meno tasse”. Insomma un passo indietro di Uno. Per dare la possibilità a molti di farne molti in avanti. Assicurando rigore e promuovendo sviluppo.

Gianfranco Fini sostiene da tempo che “Serve una politica legata al patto per la crescita, al lavoro, a quel miraggio per i giovani che non ce l’hanno, non studiano, privi di voce e di possibilità di dignità”. Serve da subito per evitare che il Paese diventi più povero, chini la testa.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Col rigore senza sviluppo siamo stabilmente fragili”

  1. libertyfighter scrive:

    Si dice Slides non Slaids
    La ricostruzione storica della crisi dell’impero romano è corretta.
    Peccato il finale in cui dovrebbe essere utile Fini a risolvere i problemi che fa cadere quanto si era detto di buono precedentemente.

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