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Marshall McLuhan, un visionario senza tempo

– I media. Questo il tema centrale della riflessione teorica di Marshall McLuhan, il sociologo del villaggio globale che nasceva il 21 luglio di cent’anni fa. L’analisi dei mezzi di comunicazione compiuta attraverso i suoi scritti ha cambiato radicalmente la visione sull’esistenza nel ventunesimo secolo, con i suoi riferimenti all’impatto che i media hanno sulla società, rimodellandola subdolamente.

La sua opera tende ovunque a conciliare ciò che è difficile e – a tratti – incomprensibile con un fraseggio che è pop e spesso spiritoso, come si evince dai suoi illuminanti aforismi.

E’ sempre festa nell’asilo globale”.

“Un autore indossa il proprio pubblico così come un poeta indossa il proprio linguaggio”.

“Terza guerra mondiale: una guerriglia per televisione senza distinzioni tra fronti civili e fronti militari”.

Ci sono frasi che sparano lampi di genio pirotecnico in sette, otto direzioni. Ci sono ragionamenti che seguono le tortuose associazioni mentali di un pensatore che non si curava di essere capito. Nei suoi scritti, a volte, McLuhan salta da un paragrafo all’altro senza un apparente nesso logico. Tutto, e di più. Possiamo pensare ai suoi testi come stralci di rotoli da un lontano futuro, che lasciano uno spazio, una pausa che permette al lettore, conquistato, di rielaborare in autonomia.

L’opera è già notizia di prima mano, nel senso che si rivolge direttamente al fruitore, quasi intimamente. Ha influenzato ricercatori e studiosi in diversi campi del sapere, editori di carta stampata, pubblicitari, uomini d’affari ed esperti di tecnologia, a tal punto che è difficile riunire le tante articolazioni del suo pensiero sotto un’unica etichetta. Ora lo conosciamo in tutto e per tutto come un maestro, per le ragioni appena espresse: da buon maestro McLuhan ha stimolato la mente delle persone, proponendo gli argomenti adeguati a rendere piacevole l’attività del ragionare del lettore. Lui stesso chiamò “sonde” i prodotti della sua mente. Qualunque cosa fossero, hanno certamente rivelato un efficace metodo di insegnamento, se insegnamento vuol dire indurre la gente a pensare.

Quali siano stati gli sviluppi del suo pensiero dopo il 1951, anno di pubblicazione di La sposa meccanica, è storia nota, soprattutto per quanto riguarda la teoria sul mondo rivoluzionato dalle tecnologie di comunicazione. Nel clima culturale di quegli anni, in cui l’America conosceva la passione sfrenata per il progresso tecnologico, maturò la “visione” della formazione di una coscienza collettiva dell’umanità unificata dai media. Si potrebbe discutere per ore sul fatto che oggi – 21 luglio 2011 – Internet stia o meno per avverare le teorie di McLuhan, il quale ovviamente non si era mai vantato di possedere la capacità di prevedere il futuro. Due fattori, su tutti, possono spiegare come mai in molti abbiano pensato e tuttora pensino che il sociologo canadese abbia avuto una simile capacità: la convinzione profonda del legame che unisce presente e passato e il suo interesse per i processi conoscitivi. “Il futuro è una cosa del passato”, egli amava dire. Quasi che gli elementi della vita moderna recassero in sé le potenzialità per restituire all’umanità l’innocenza perduta. Voleva reggere l’onda d’urto del villaggio globale, nel quale la vicinanza tra le persone implica anche un maggiore attrito. “Non siamo tanto interconnessi, quanto piuttosto armonizzati”, sosteneva il maestro. Ciò crea inquietudine, perché ha a che fare con la privazione della libertà, con il controllo di orwelliana memoria – non necessariamente elettronico – di ogni essere umano. La privazione e il controllo possono non essere reali, ma basta riferire soltanto gli effetti subliminali di un qualsiasi medium per creare il panico nella società. McLuhan era convinto che l’uomo occidentale non sopportasse il cambiamento per mancanza di studi sui cambiamenti provocati dal progresso.Le innovazioni vengono rese pubbliche, ma le loro conseguenze non sono state studiate”. Una questione di metodo.

E se applicassimo quest’ approccio alla politica e, più in generale, alla teoria delle scelte pubbliche? Provate a pensare a un sistema in cui le presunte riforme, i gattopardismi e le decisioni folli potessero essere “smascherate” dall’intero corpo elettorale e comprese per quello che sono realmente: i nuovi abiti invisibili dell’Imperatore che appaiono come gli stessi vecchi vestiti ai cortigiani. Il dare un senso alle cose, l’essere coscienti. La nuova dimensione della politica potrebbe partire da questi piccoli passi.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

One Response to “Marshall McLuhan, un visionario senza tempo”

  1. Fez scrive:

    Renella ideologo postmoderno. Ottimo

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