Categorized | Più Azzurro, Più Verde

Il caso di Porto Tolle: no a tutto, anche alla realtà

– Ieri sono tornati in scena gli attivisti di Greenpeace. Il palco prescelto è quello del Canal Grande a Venezia, per protestare, questa volta, contro la riconversione a carbone della centrale a gas di Porto Tolle, a Rovigo.
No al nucleare, no al carbone pulito. Gli argomenti a favore della diversificazione energetica, della ricerca a tutto campo non convincono l’associazione ambientalista.

Sull’altro versante ci sono Enel, pronta a investire 2,5 miliardi di euro per il progetto, i sindacati, che non vogliono venga persa l’occasione per garantire il lavoro a 750 persone, il Governo e la giunta regionale.

Sul piano legale e autorizzativo la vicenda, che dura da sei anni, ha conosciuto qualche complicazione. Nel 2009, dopo oltre 4 anni di consultazioni e studi sull’impatto del progetto, il Ministro dell’ambiente e il Ministro per i beni e le attività culturali hanno espresso parere positivo in sede di Valutazione di Impatto Ambientale, ma l’impugnazione del provvedimento di VIA favorevole ha portato al suo annullamento da parte del Consiglio di Stato, che ha invertito l’esito della sentenza di primo grado con cui il Tar Veneto aveva respinto il ricorso.

Secondo il Consiglio di Stato, non sarebbe stata rispettata la legge regionale del 1997 che istitutiva il Parco del Delta del Po e che imponeva forti limitazioni ai processi di riconversione dell’impianto. Di fatto la riconversione sarebbe ammessa dalla legge del 1997 solo se la soluzione adottata consentisse una drastica riduzione delle emissioni.

Secondo l’Enel, la riconversione permette la riduzione del consumo di combustibile per chilowattora prodotto e di tutte le emissioni di circa l’80% rispetto all’attuale impianto a olio.
Argomento, questo, che pare aver convinto il Ministero dell’ambiente ma non il Consiglio di Stato, che richiede lo svolgimento di un ulteriore esame ambientale.

Il tentativo effettuato dal Governo per risolvere il paradosso di una regione con le mani legate dalle sue stesse leggi non è stato dei più eleganti. Nella manovra finanziaria è stata inserita una norma ad hoc che esclude dai processi di riconversione delle centrali a carbone l’applicazione di norme regionali che impongono la comparazione ambientale tra la soluzione adottata e le tecnologie sin prima impiegate. Una disposizione su misura per Porto Tolle che accompagna il tentativo in extremis da parte della giunta e del consiglio della Regione Veneto di modificare la norma istitutiva del Parco del Delta del Po per non gettare al vento sei anni di carte e prospettive credibili di lavoro e sviluppo in una regione a sostenuto deficit energetico. Il Veneto, infatti, produce appena la metà dell’energia che consuma.

Questo pasticcio normativo è figlio della schizofrenia prodotta dal riparto delle competenze in materia di energia e ambiente prevista in Costituzione (anche se non sappiamo con certezza se il Consiglio di Stato si sarebbe espresso in modo diverso se non fosse stata varata la riforma del titolo V) e da una propensione alla over-regulation che contamina tanto il centro quanto la periferia. La proliferazione di norme e subprocedimenti autorizzativi ha come effetto perverso anche quello di legare le mani delle stesse amministrazioni e di distrarle da questioni cruciali, come la diversificazione energetica, la possibilità di ridurre la nostra dipendenza da gas e petrolio, la necessità di fare ricerca e applicare le nuove tecnologie in ogni campo.

La legge, risalente all’ormai lontano 1997, non può naturalmente tener conto del fatto che i progressi tecnologici degli ultimi anni hanno consentito di rendere più efficiente e meno impattante il carbone, da cui oggi si ricava il 39% dell’energia prodotta nel mondo (in Italia appena il 12%). Il piano di riconversione di Porto Tolle prevede anche lo sviluppo di tecnologie per la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica in impianti metaniferi dismessi, nell’ambito di un progetto comunitario per cui Enel ha ricevuto un finanziamento Ue.

Insomma, una soluzione grazie alla quale, misurando costi e benefici, si otterrebbe un bilancio ampiamente positivo.
Ma, naturalmente, meglio continuare a dire di no a tutto, no al nucleare, no al carbone non importa quanto “pulito” e tecnologicamente avanzato, no a qualsiasi forma di approvvigionamento energetico che sia fuori dal giro giusto, quello ecologista, quello dei “buoni”, quello di chi ama così tanto la Terra da volerla coprire completamente di pannelli solari e pale eoliche.

Per sentirci più bravi, continuiamo così, diciamo no a tutto. Anche alla realtà.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Il caso di Porto Tolle: no a tutto, anche alla realtà”

  1. claudio scrive:

    Articolo vergognoso. No al carbone a Porto Tolle!!

  2. Andrea B. scrive:

    @ claudio
    ma qualcosa di più profondo ed articolato di uno slogan no ?
    Troppo difficile ragionare ?

Trackbacks/Pingbacks