In difesa di Assange e del garantismo

– Dopo 216 giorni di durissimi arresti domiciliari che hanno pressoché privato Julian Assange (formalmente incriminato di alcunché) della sua libertà personale e della sua privacy (in barba al garantismo e alla proporzionalità di siffatte misure cautelari) è andato in scena a Londra il processo di appello sulla richiesta di estradizione in Svezia di Mr. Wikileaks.


Il nuovo (ed agguerrito) team legale dell’australiano ha optato per una strategia difensiva che si è distanziata palesemente da quella tenuta nel corso del primo grado (perduto). L’impianto difensivo (qui un riassunto inglese ad opera del Guardian) si è fondato sulle seguenti argomentazioni:

Il Mandato Europeo d’Arresto rappresenta in modo falso i fatti della vicenda. Questo elemento sarebbe sufficiente a renderlo invalido e totalmente privo d’efficacia. Le testimonianze delle due donne e il Mandato si contraddicono vicendevolmente in quanto quest’ultimo afferma – a chiare lettere – che Assange avrebbe “agito con violenza al fine di violare l’integrità sessuale” delle donne. E ancora: il Mandato di Arresto ha preceduto ogni tipo di accusa formale nei confronti di Assange, il quale non è ancora (secondo le poco chiare parole in lingua svedese contenute nel testo del Mandato) imputato; le autorità svedesi richiedono la sua presenza per porgli delle domande, non per giudicarlo; i legali di Assange hanno evidenziato che la sua presenza fisica non è necessaria e si sarebbe potuto svolgere questa fase collaborativa con le autorità svedesi attraverso l’uso di mezzi telematici o informatici. La Svezia ha seccatamente rifiutato tale via, senza fornire un’adeguata motivazione. Il Mandato pecca dunque di sproporzionalità e il testo è troppo ambiguo per ritenere garantita a Julian Assange una adeguata tutela giurisdizionale ai propri diritti (e questo è uno dei requisiti perché l’Inghilterra conceda un’estradizione).

Il comportamento amoroso di Assange è sicuramente stato riprovevole, disturbante e al limite dei desideri e del consenso delle donne. Questo dato è stato evidenziato dallo stesso legale dello Splendide Mendax, il quale non ha contestato che il suo assistito abbia dato inizio a un rapporto sessuale con una delle due donne mentre ella era mezza addormentata; ma ha altresì sostenuto che un comportamento del genere non è configurabile come crimine, secondo la legge inglese (e uno dei requisiti dell’estradizione è la “dual criminality“, ovvero che il crimine sia punibile tanto nello stato estradante che nello stato estradatario) e che la donna non si è mai esplicitamente opposta a tali pratiche (anzi, ha condiviso liberamente il suo letto per oltre una settimana con Assange), per quanto fossero sicuramente sgradevoli. Globalmente considerati, i rapporti sessuali sono stati dunque volontari, consensuali e liberi. Certo, l’immagine di Assange è divenuta quella di un dark lover che nessuno vorrebbe trovarsi sotto le lenzuola di casa, ma non certo quella di uno stupratore.

Collegandosi direttamente alla questione politica (in fondo, il vero nodo di questa vicenda) il legale di Assange ha evidenziato più volte l’immensa sproporzionalità del Mandato Europeo di Arresto per la causa in questione. E ovviamente, è stato ricordato l’interesse americano verso la persona di Assange; la Svezia potrebbe costituire solo il passaggio intermedio che porterebbe (con una nuova estradizione) il biondo australiano a finire come imputato innanzi a un tribunale USA, rischiando sino alla pena di morte e incriminato di spionaggio (seguendo e interpretando in modo assolutamente restrittivo una vetusta legge del 1917 emanata in tempo di Guerra e criticata a più riprese per il suo contrasto con il Primo Emendamento).

La decisione era attesa per il 14 Luglio, ma i giudici hanno deciso di rinviare la sentenza. In un range oscillante fra i 7-30 giorni sapremo cosa ne sarà dell’uomo che ha cambiato il modo di fare informazione. Certo, i suoi legali potranno presentare un ricorso presso la Corte Suprema, ma quest’ultima non sarà affatto obbligata a concedere il ricorso (a meno che non consideri il caso di interesse pubblico). E allora l’estradizione verrebbe resa esecutiva entro un tempo massimo di dieci giorni.

A questo punto, una possibile estradizione americana non sarebbe affatto impossibile. Dal dicembre 2010 una giuria creata ad hoc sta cercando qualcosa (probabilmente la suddetta legge anti-spionaggio made in first-world-war) per incriminarlo. E sempre negli USA, Bradley Manning non ha ancora avuto un regolare processo, ma viene trattenuto in una struttura detentiva e sottoposto a immense pressioni psicologiche per indicare Assange come suo complice (e non come terzo ed estraneo al leak da lui compiuto), in totale sprezzo dei più elementari principi dello stato costituzionale di diritto.

Di questa vicenda processuale, una cosa sconvolgerà e continuerà a sconvolgere: l’agghiacciante silenzio sugli abusi subiti da Assange, un silenzio di tomba che ha il sapore dell’abbandono e che pressoché nessuno (con pochissime eccezioni) ha avuto il coraggio di denunciare. Abusi che ci appaiono inconcepibili, tanto più se perpetrati in una liberal-democrazia occidentale. Davvero deludente, specie per quei garantisti di professione pronti a stracciarsi le vesti a targhe alternate a seconda del nome dell’imputato.

Per Assange il gioco non è finito; il contenuto dei cables sino a ora diffuso è infinitesimale. Ci sono quei documenti scottanti “in grado di far crollare una banca” (e pare che quella banca sia propria la  Bank of America). E poi c’è quel file da 1,4 gigabyte – insurance.aes – di cui nessuno conosce il contenuto. Se anche Assange venisse estradato in Svezia (e poi negli USA?), cercherà in ogni modo di tenere i riflettori accesi su di sé; sempre che una macchina del fango non provi (quegli abusi e quelle accuse ne hanno tutto il sapore) a seppellirlo, a trasformarlo in un terrorista, in un mostro. In uno stupratore.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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