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Farsi domande sulla politica, per capire l’antipolitica

– E’ il 1861. E’ l’inizio di un viaggio. L’alba di un  nuovo paese. E’ fatto di ricchi ma soprattutto di poveri. Per uno con le scarpe mille senza.
Prima di fare, c’è da capire. Le differenze e i dislivelli sono abissali.
Ci sono le campagne, le città, le fabbriche, i mercati.
Ci sono gli uomini e le donne, gli aristocratici, i borghesi, i contadini, i braccianti, gli operai, e infine i miseri. Quelli che il lavoro non lo hanno mai avuto, e lo devono trovare.
E poi, d’improvviso, come frutto dello sviluppo e degli investimenti economici, il paese si trova davanti ad un nuovo soggetto. E diventa un titolo. Un titolo che spaventa. E’ la classe operaia.

Ad occupare le terre si prendono le fucilate – a lasciar le cose come stanno si rischia la fame, quella di sempre, quella a cui si è abituati come al sole e alla fatica. E’ il racconto di un paese nel quale si mettono in movimento coloro che son stati fermi. Un paese che viene colpito dall’energia dell’impegno politico come fosse un metorite. Che si troverà d’improvviso in mezzo alle cannonate di Bava Beccaris.

Il Novecento irrompe con la sua carica corrosiva. La lotta politica è la ragione stessa dell’ancor giovane Italia. Nuove parole, nuovi significati sociali, nuove strategie. La Grande Guerra sembrerebbe un modo per poter uccidere l’esistente, ma non funziona. L’unica cosa che muore sono le logiche dell’Ottocento. Ecco che milioni d’italiani si riversano nelle strade. La lotta politica e la militanza sono il pane quotidiano. Anche a costo di perdere il lavoro, anche a costo di morire. Uomini e donne sfidano ogni giorno in destino dandosi anima e corpo alla politica. E’ una questione ideale, ma anche pulsionale. Ma chi sono questi italiani? Sono contrapposti, si sparano pure, ma cosa vogliono?

Cosa è l’impegno politico negli anni venti? Come investe il paese? Come è percepito? Come sarà possibile che il paese si consegnerà al fascismo? E poi, gli italiani, come si “racconteranno” le ragioni e l’invadenza del regime? Cosa faranno per fortificarlo, per assecondarlo, per combatterlo?

La guerra azzera tutto. Città distrutte, economia azzerata. Lo Stato rinasce nella politica, nell’impegno di chi ha combattuto per liberarsi del fascismo, nelle metamorfosi di chi cancella il proprio passato.
Nasce un nuovo impegno politico. Si torna finalmente in strada, a lottare, a far comizi, a emozionarsi, ma senza più i fucili. La democrazia sembra a portata di mano. Ma i tempi sono duri. Lo scontro è violento. E una nuova parola rifonda l’immaginario dell’impegno politico. Cortina di ferro. I blocchi sono due, o di qua o di là. Almeno con la testa.

Chi sono gli italiani nelle piazze politiche del dopoguerra? La loro passione è infinita – si danno alla militanza come all’amore. Ma poi sacrificano amori e famiglie alla politica. La volontà partitica riempie i luoghi del paese. Tutto diventa lotta. Anche la fede. Gli italiani scoprono la democrazia come fosse un’orgia energetica. Sono idealisti? Sono opportunisti e qualunquisti? Sono al soldo delle potenze? Dove trovano tutto quell’entusiamo? Hanno motivazioni da vendere, questo è certo, come è certo che molto si trasformerà in altro, nella consegna del paese ai partiti. Ma per adesso non è ancora così, e questi italiani … quale paese immaginano?

Il boom economico, la guerra fredda, la crisi economica, lo stagno parlamentare.
Poi torna la politica – ma è una diversa politica.
A metà degli anni cinquanta negli Stati Uniti è identificata, progettata e messa a punto, una nuova categoria di consumo. E’ una fascia di età. E’ un numero immenso di americani. Nascono prodotti a loro misura. Nascono aree dell’industria culturale dedicata ai loro desideri e ai loro bisogni. A questi americani viene dato un nome: teenager. Oltre al nome gli vengono suggeriti immaginari. Produrranno consumo, ma anche altro, ribellione. Da noi teenager vien tradotto con “giovani”. Prima non esistevano, c’erano i ragazzi e poi gli adulti, e si diventava adulti a vent’anni. Ma i giovani non saranno solo consumatori. Capiranno una cosa, certa e chiara. Non si riconoscono più nei valori dei loro genitori. Ne hanno di nuovi e che sono forti, colorati, che vengono da lontano, e che sono riassumibili con una parola: politica.
E’ una politica che non c’entra nulla col preesistente, che gli va contro, che mira a distruggerlo, poi a rifondarlo, come? Chissà, si vedrà.

Ragazzi che decidono di trasformare la realtà … che non gli piace … che è solo puro interesse. Per alcuni è semplicemente repressiva. Immaginano un mondo nuovo – sì, ma come si può fare un mondo nuovo?

Dove nascono le pulsioni del ’68? E chi rappresentano? Intere generazioni o parte di esse? Elite o popolo? Intellettuali o vera massa? Cosa hanno deciso di distruggere e cosa costruiranno di nuovo? La lotta e l’impegno politico pervadono ogni singolo istante della giornata, anche il sesso è atto ideologico. La sovversione de “l’istituzione repressiva borghese” fu solo un sogno? In molti, nel ’68 hanno trovato se stessi – altri, nel ’68, si sono persi.

Dal sessantotto agli anni settanta il passo è breve. Ma i ’70 non sono i ’60. Qui, adesso, si lotta per i diritti, si manifesta, si leggono le singole cose della vita dalle lenti della politica e dell’ideologia, ma poi c’è una novità, qualcuno spara – qualcuno mette le bombe. Saranno anni belli ma bui. Si rischierà molto. Per alcuni la politica sarà mesi in ospedali, per altri carcere, per altri ancora, molto peggio.
Quando arriveranno gli anni ottanta ci saranno nuovi giovani; e questi, della politica dei loro padri e dei loro fratelli maggiori, non ne vogliono neanche sentir parlare. Mentre gli operai scioperano gli impiegati scendono in piazza contro lo sciopero. Mentre la lotta politica inizia a sembrare un vecchio parente noioso in tv irrompono le tette e i culi. Benvenuti al riflusso.

Dov’è finita la lotta politica negli anni di Jerry Calà e Dallas? Cosa cercano adesso i giovani? A chi è stato lasciato il paese? La lotta è venuta a noia o c’è bisogno di altro? Di qualcosa di apparentemente superficiale ma che, magari, nasconde imprevedibili profondità? E chi continua a sbattere la testa in nome dei diritti concreti, o delle lontane utopie, come viene considerato? E’ qui, in questi anni sovraccarichi, la fine dell’impegno? Ma le passioni, la rabbia, dove son finite?

La militanza non finisce qui. Gli anni ’80 finiranno coi fuochi d’artificio. Ci si risveglia e si scopre che l’Italia non c’è più. O meglio c’è. Ma è mangiata da un tumore. Colpa di chi ha sfruttato, di chi ha visto senza vedere, di chi era impegnato in altro, di chi ci ha guadagnato. Alcuni la fanno franca, altri sono eletti a mostro, per trovare un capo da abbattere … un’offerta da sacrificare alla storia … e morto lui salvi tutti.
Torna la politica in strada. Si passa alla seconda Repubblica. E la politica assume una nuova formula – uguale ma contaria. Entra in scena un nuova passione popolare, benvenuta “antipolitica”.

La politica c’è. La politica si fa. Ma va negata. Ci si dissocia. Si fa politica impallinandola. Si vota per chi torna a dire “è ora di finirla adesso basta” e per i politici che dicono di non esserlo. Si votano politici che parlan male dei politici. La lotta c’è, ma non immagina un mondo diverso – la lotta politica combatte la politica. Perché la politica diventa un disvalore? Dicono che sia perché i politici non dicono nulla o perché, peggio, dicono sempre le stesse cose. La politica ricorda la modernità, è questo il problema.

Oggi siamo oltre. Certe idee e ideologie si son fermate agli anni settanta. Oggi ci vuol qualcosa di diverso. Forse ancora da inventare. Trasformarsi e trasformare, ma come? Il contemporaneo è flusso, il futuro chissà.
Ma l’antipolitica cosa racconta? La sua rabbia e il suo sarcasmo, cosa combinano? E’ un pensiero, è un’idea, o è semplicemente l’incapacità di progettare qualcosa?
Ma poi, quindi, la politica, quella con la maiuscola, è morta?


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Farsi domande sulla politica, per capire l’antipolitica”

  1. lodovico scrive:

    Anche in Germania si sta perdendo l’uso di scrivere i sostantivi con lettere maiuscole..e che dire di internet. Ma poi,la politica con la maiuscola, non é un atto discriminatorio tra chi possiede la verità e chi ne é privo?

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