Dopo le quote, arriva la doppia preferenza di genere

– Difronte all’ultimo provvedimento legislativo in materia di generi, denominato appunto Doppia preferenza di genere, una legge studiata ad hoc per agevolare le donne nel loro ingresso nella vita pubblica del Paese, viene spontanea la considerazione relativa al suo carattere discriminatorio o virtuoso. I dati sulla partecipazione delle donne in politica parlano chiaro. Queste sono presenti in una percentuale assolutamente inferiore a quella degli uomini sia a livello di Camera e Senato che a livello della governance locale. A questo punto sarebbe necessario interrogarsi da cosa dipende tutto questo. Le donne non vengono votate o il sistema non  permette una eguale presenza dei due generi a partire dai primi step della partecipazione politica e dalla stessa formazione delle liste?

Ed è necessaria una legge per sostenerle ed incoraggiarle? Ed un provvedimento legislativo come questo non contiene forse un principio discriminatorio non solo nei confronti delle donne, perchè ne riconosce un’inferiorità, ma anche degli uomini che laddove invece lo meritano devono vedersi sorpassati dalle donne, nel caso in cui siano avvantaggiate dalle “quote rosa”? E qual è il motivo per cui ancora non sono sufficienti la preparazione e il merito a prescindere dal genere?

L’ingresso delle donne tra le fila delle Istituzioni forse dovrebbe essere spontaneo all’interno di sistemi democratici come il nostro e alle porte del Terzo Millennio. Eppure, ancora oggi, dobbiamo constatare che esistono delle discriminazioni tra i generi. Tanto da essere necessari disegni di legge, che si inseriscono nel già cavalcato filone delle “quote rosa” in molti Paesi europei, varati per sostenere le donne in carriera e la loro indiscutibile capacità, oltre che il diritto, di occupare un posto negli organi decisionali.

Nonostante le lotte femministe e nonostante il grande impegno per acquisire una preparazione e su questa basare la propria carriera professionale, le donne non riescono ancora a conquistare il dovuto spazio all’interno delle “stanze dei bottoni”. E così anche in Italia si è scelta la strada del ricorso agli strumenti legislativi per supportare la loro volontà di partecipare alla vita pubblica. Tutto questo sulla base dei principi di una scuola di pensiero secondo cui “la democrazia paritaria costituisce oggi la forma massima di realizzazione di uno Stato democratico”.

Nasce per questo anche nel nostro Paese la Doppia preferenza di genere, esperimento di successo applicato dapprima nelle elezioni regionali della Campania dopo l’avvenuta promulgazione della relativa legge regionale (L. n.4/2009), dove le donne elette all’interno del Consiglio regionale sono passate da due a quattordici su sessanta (dal 3,35% al 23,3%).

Dai buoni risultati ottenuti in Campania, la volontà di applicare lo stesso provvedimento giuridico a livello nazionale arriva dal ministro Carfagna che ha presentato, infatti, il ddl definendolo come l’ultima strategia politica per favorire una rappresentanza bilanciata dei due generi all’interno delle Istituzioni pubbliche. E il 7 aprile scorso il Consiglio dei Ministri gli ha dato il via libera. Successivamente, il 5 maggio, la Conferenza Unificata Stato-Regioni ha espresso parere favorevole allo schema del provvedimento. Si tratta del disegno di legge così titolato “Disposizioni in materia di pari opportunità nell’accesso agli organi elettivi degli enti locali”.

Il Ddl dispone che all’interno delle liste collegate al candidato sindaco e Presidente della Provincia, i due generi non siano rappresentati in misura superiore ai due terzi, introducendo altresì la doppia preferenza di genere: l’elettore può scegliere di esprimere una doppia preferenza, a patto che la seconda preferenza vada ad un candidato di genere diverso da quello per il quale è stata espressa la prima.

Anche l’Italia, prima con le “quote rosa” ora con la Dpg, si è inserita all’interno di un processo riguardante le Pari Opportunità il cui inizio  risale ormai alla metà degli anni Cinquanta quando, in materia di parità tra i generi, la CE approvò l’articolo 119 del Trattato di Roma (ora articolo 141 CE). Le disposizioni contenute in esso entrarono a far parte di tre Direttive comunitarie emanate nel corso del decennio che riguardavano la parità salariale, la parità di trattamento nelle condizioni di lavoro e la parità di trattamento nella sicurezza sociale.

Le istituzioni comunitarie nel corso degli anni hanno continuato a legiferare in materia mediante soft law (non direttamente vincolanti). Una delle fasi della politica comunitaria inerente alla parità tra i generi ha riguardato l’applicazione della strategia della gender mainstreaming che implicava l’introduzione sistemica della dimensione di genere in ogni area di politica pubblica. Essa, introdotta durante la Conferenza di Pechino del 1995, fu lanciata anche in Europa l’anno successivo.

Tra i più recenti provvedimenti c’è quello della “Tabella di marcia per la parità tra donne e uomini per il periodo 2006-2010” o roadmap che contiene la disposizione denominata “pari rappresentanza nel processo decisionale”, riferito alla partecipazione delle donne in politica.

In tal modo l’Europa ha varato le direttive sulla base delle quali sono state pensate e adottate le cosiddette “politiche paritarie” fino a giungere alle ultime disposizioni giuridiche in materia di “quote rosa” inserite nei sistemi legislativi di molti Paesi europei, che hanno condotto a degli ottimi risultati laddove hanno ricevuto applicazione.

Secondo quanto riportato dai dati contenuti nell’Unione Interparlamentare (IPU) e nel Database on women and men in decision-making della Commissione Europea, che presentano il quadro completo  dei risultati delle ultime elezioni nei vari Paesi europei, il sistema delle quote ha avuto particolare successo in Svezia e in Finlandia dove sono state elette rispettivamente il 47 e il 42% delle donne. A seguirli i Paesi Bassi e la Danimarca.

Non ci resta che augurarci che lo stesso risultato si ottenga anche in Italia dopo l’applicazione della Dpg. Senza dimenticare due aspetti fondamentali che riguardano il settore nel nostro Paese: i percorsi di selezione degli individui che vengono iniziati alla vita politica e gli step delle carriere politiche che vanno senz’altro ridefiniti.


Autore: Maria Teresa Merlino

Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Firenze. Master in Economia, gestione e marketing dei turismi e dei beni culturali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Collaboratrice freelance per il magazine online "Il reporter-raccontare oltre il confine" e per FareItaliamag. Addetto Stampa Pari Opportunità Futuro e Libertà per l'Italia. Consulente Marketing Territoriale.

3 Responses to “Dopo le quote, arriva la doppia preferenza di genere”

  1. ma quali sono queste discriminazione che le donne subirebbero in politica?
    a me pare ridicolo lamentarsi di discriminazine di fronte ad una politica che non riesce ad approvare nulla tranne le quote rose. mah!
    bisogna chiedersi quante sono le donne tra la “base” e quale il loro grado di attivismo per capire il perchè le donne sono poche in queste settore.
    in un contesto meno sessista(del sessimo politicamente corretto femminista) si capirebbe che o si impongono le quote ovunque , anche nei settori dove sono gli uomini minoritari, oppure non le si impongono da nessuna parte.
    imporle semplicemente nel settore dove le donne sono minoritarie… poi induce a lamentarsi di discriminazioni pur avendo leggi a proprio favore. una vera aberrazione del ragionamento

  2. p.s.
    ma in campania non avevano eletto moglie e figlie?

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] dopo le quote, arriva la doppia preferenza di genere […]