Un governo tecnico per salvare l’Italia, un parlamento responsabile per salvare la politica

di PIERCAMILLO FALASCA – Il varo a tempi di record di una manovra finanziaria titanica – fatta per almeno il 60 per cento di maggiori entrate (l’aumento delle accise sulla benzina, dell’imposta sul deposito titoli, il ticket sulla sanità e il contributo di solidarietà sulle pensioni) – non basterà a infondere fiducia ai mercati, preoccupati per la totale assenza di riforme sistemiche in grado di consentire all’Italia di ritrovare il sentiero della crescita economica. Anzi, una delle poche riforme a costo zero ideate dal governo, gli interventi di liberalizzazione della professioni, è morta prima di varcare la soglia del Senato, impallinata dai parlamentari-avvocati della maggioranza (con Alfano colpevolmente silente). Essendo molto concreta l’ipotesi che la manovra finisca per avere effetti recessivi, rendendo in parte inefficaci le misure di minori spese o di maggiori entrate adottate, gli investitori internazionali non si fidano e continuano a liberarsi dei titoli di stato nostrani, determinando l’aumento dello spread sul Bund tedesco.

In visita in Cina (paese che, secondo alcune stime, detiene il 13 per cento circa del nostro debito), il ministro degli Esteri Frattini si è visto rivolgere la seguente osservazione da una cronista locale: “L’Italia è stata molto veloce nell’approvare la manovra, però non significa che il problema economico sia passato”. E ancora: “Ci sono preoccupazioni che il pacchetto di misure della manovra non arriverà ad essere attuato nel 2014 perché sarà impopolare e nel 2013 avrete le elezioni”. All’estero sanno leggere la politica italiana meglio di quanto qualcuno spera, tanto che gli scandali che attraversano la maggioranza e la crisi di legittimazione che investe l’intero sistema politico rappresentano un ulteriore elemento di diffidenza.

Che fare? Nessuno s’illuda che siano sufficienti provvedimenti draconiani sui “costi della politica”: la moderazione dell’apparato politico è un obiettivo sacrosanto, tanto più quando si approva una manovra che trasforma i contribuenti in bancomat da cui spillare soldi, ma è pericoloso far credere che il taglio delle auto blu e degli stipendi dei parlamentari basti da sé a risolvere i problemi italici. Serve un ridimensionamento profondo dell’intera macchina pubblica, a partire dalle funzioni svolte e dal personale impiegato. C’è bisogno di interventi che sradichino la malapianta delle rendite di posizione (dovunque esse s’annidino) e infondano dinamismo nel mercato del lavoro autonomo e dipendente: riforme ad alto tasso di’impopolarità che solo un governo sostenuto da un’ampissima maggioranza può adottare. A capo dell’esecutivo occorre poi un premier ritenuto affidabile e credibile sul piano internazionale, prima che in patria, magari di tecnico di caratura e spessore.

Un governo cui delegare di fatto la politica economica dei prossimi due anni di legislatura, con il parlamento che si “limita” ad approvare le riforme e ad assumere per sé l’onere di condurre in porto quegli interventi necessari per rilegittimare la classe politica: la riforma elettorale, la razionalizzazione e la riduzione del finanziamento pubblico e privato ai partiti, la regolamentazione del funzionamento interno degli stessi e la “bonifica” della RAI e delle Autorità indipendenti dalla partitocrazia, la semplificazione dei livelli di governo (a partire dall’abolizione delle Province). 

Con le forze parlamentari che sosterrebbero quel governo impegnate ad arginare le inevitabile spinte demagogiche della piazza e dei tanti Masanielli odierni, l’esecutivo tecnico avrebbe le mani più libere e un orizzonte più sgombro dai rischi di tenuta, senza la tagliola delle elezioni, per quella sferzata tremenda, riformatrice e liberale, di cui l’Italia ha bisogno. E che i mercati internazionali ormai valutano come unica possibile salvezza per il Paese, altrimenti condannato fragorosamente a schiantarsi.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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