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Salvare la Grecia è (anche) una questione di reciprocità

– Spesso il meditare su termini abusati e non realmente compresi si renderebbe quantomeno opportuno. A tal proposito, i tedeschi dovrebbero rileggersi la definizione di reciprocità sull’equivalente locale di treccani.it: “politica di reciprocità (e trattato di r., clausola di r.), politica che subordina la concessione di agevolazioni (per lo più economiche e commerciali) ad altri stati a concessioni analoghe da parte degli stati stessi”. Molto semplicemente: ad un determinato comportamento/trattamento ne seguirà uno di segno e portata uguale o comparabile. Un politico di qualsivoglia nazione commetterebbe un grave errore non considerando le situazioni pregresse. A breve il punto risulterà più chiaro.

E’ abbastanza evidente che la battaglia delle Termopili non sarà in nessun  caso ragione di scontro tra Grecia e Iran o che nessuno penserà di rivendicare perdite connesse alla battaglia di Canne, data l’enorme distanza temporale; ma i fatti più recenti, quelli che hanno segnato la nostra storia e determinato cicatrici ancora ben visibili, vanno considerati in modo differente. L’Europa e il mondo riflettono quotidianamente sull’Olocausto, sulle nefaste conseguenze dell’applicazione della politica hitleriana e la sua ricerca del Lebensraum: le ferite del secondo conflitto mondiale sono ancora lontane dal completo rimarginarsi, i sopravvissuti conservano un vivo ricordo di quanto accaduto e molti hanno potuto ascoltare in prima persona i loro racconti.

Quanto dico vuole far ragionare il lettore sull’attuale comportamento tedesco e sulle sue implicazioni nei confronti delle sorti greche. Atene è ben oltre la yellow line che ammonisce il passeggero della metropolitana dal pericolo: è già sui binari dei treni in balia della sorte, dipendente in gran parte dagli altri. Sono Europa e IMF coloro i quali decidono le sue sorti, essendo ormai impossibile cambiare rotta indipendentemente dalle decisioni di questi ultimi. La Grecia non è in grado di superare le sue difficoltà da sola e deve quindi abbandonarsi alla materna protezione dei suoi “tutori”.

Sembra di essere tornati nel 1800, quando questo Paese combatteva per la sua indipendenza e le potenze europee cercavano spazio per le loro manovre coloniali, a discapito dell’Impero Ottomano. Lungi da me fare retorica, ma dove siamo se non all’apertura (o forse oltre) di una campagna  neocolonialista tedesca di prim’odine? Negli anni Venti del 1800 le allora grandi potenze europee inviarono i propri contingenti in aiuto della Grecia. Inizialmente giunsero volontari da varie nazioni europee, tra i quali anche l’italiano Santorre di Santarosa e alcuni intellettuali liberali europei come  Byron. La vittoria della battaglia di Navarino con l’intervento di Russia, Francia e Inghilterra, portò poi alla tanto agognata indipendenza greca nel 1830  e al progressivo sgretolarsi dell’Impero Ottomano.

Se volessimo leggere questi avvenimenti in termini di realpolitik, l’intervento europeo era subordinato a interessi espansionistici che andavano ben aldilà del sentimento liberale e della benevolenza nei confronti dei “fratelli greci” . In termini attuali,  la ricerca di mercati per la ridente Deutsche economy in un’Europa che a galla non riesce a stare poi tanto facilmente e non offre grandi opportunità di espansione, si rende opportuna e necessaria (per evitare indesiderati balzi all’ indietro). Perché tanto interesse verso la Grecia e il suo salvataggio, che dovrà sempre essere sostenuto, finanziato e monitorato da attori esterni, quasi (o anche senza il quasi) diretto da questi partner che potrebbero ridurre (sino ad eliminarla) la sovranità economica del Paese, trasformandolo in una sottospecie di protettorato? La stabilità dell’Euro, sì, la sua sopravvivenza e l’esistenza  stessa dell’Unione Europea, siamo tutti d’accordo.

Da un punto di vista storico, però, vale la pena ricordare che ”la storia si ripete”. Senza dubbio e senza voler fare demagogia, questo punto dovrebbe preoccuparci in termini di possibili derive populiste, poiché la verità di quest’espressione deve ammonire tutti al fine di evitare conseguenze nefaste, il ripetersi, seppure in termini diversi, di quanto avvenuto negli anni Trenta a causa del precedente isolamento della Germania e delle terribili condizioni economiche in cui versava (riparazioni e crisi, piani di salvataggio/alleviazione delle terribili condizioni economico-finanziarie). Tuttavia, questo sicuramente provocherà (e già sta provocando) il risentimento di molti greci. E questo si nota non solo nelle proteste di piazza contro le manovre di austerity e i tagli, ma nella stessa configurazione politica ellenica.

Se il PASOK (Movimento Socialista Panellenico) di Papandreou si attiene alle direttive esterne, conscio del fatto che solo così si può continuare a galleggiare (seppure bevendo un bel po’ di acqua salata) i partiti dell’opposizione non sono poi tanto d’accordo. Infatti, le continue (necessarie o meno) intromissioni nella vita politica-economica greca e le deviazioni dal naturale svolgersi del dibattito politico nazionale, altro non rappresentano che la spinta propulsiva verso la promozione di nazionalismo e populismo. Il malcontento greco è facilmente manipolabile dai partiti di opposizione, in primis dal più importante di essi, quello dei conservatori della Nuova Democrazia (ND) ma anche dal partito comunista e dal  La.O.S. (Raggruppamento popolare ortodosso). Essi agiranno sicuramente per ottenere l’appoggio popolare contro l’intromissione straniera e l’annichilimento dello stato. Non è detto che lo facciano nell’immediato, ma prima o poi lo faranno, solo una masnada di sprovveduti si farebbe scappare l’occasione di accaparrarsi il consenso di milioni di cittadini arrabbiati con una mossa semplicissima come questa. E qui entra in gioco il fattore ricordo, che involontariamente aizzerà i greci contro la Germania.

Mi chiedo quando sentirò qualcuno parlare di mancata reciprocità nei confronti della Grecia da parte della Germania. La magnanima Merkel concede miliardi di euro ai poveri cugini, vero, ma le condizioni sono quelle di prestito, che andrà ripagato, anche se non si sa bene come e quando. La questione è: credono forse a Berlino che Atene si  sia scordata bellamente delle riparazione mai versate dopo la Seconda guerra Mondiale? La loro dilazione fino alla riunificazione poi risoltasi in un non pagamento?Va dimenticata l’azione statunitense, la ripresa tedesca determinata da interventi esterni? Dov’è la parità internazionale?Se non esistono le condizioni per una terza guerra mondiale, crediamo forse che non esistano quelle per un conflitto di altro genere? Chiunque abbia letto un libro di storia, cosa vede in un paese schiacciato dai debiti, costretto a tirare la cinghia fino al soffocamento? Sì, viviamo nell’universo ONU, ma non sarebbe il caso di sfogliare qualche manale e ricordarsi dei precedenti per evitare nefaste conseguenze?


Autore: Stefania Pesavento

Nata il 19 febbraio 1986 ad Asiago (VI) ha conseguito nel 2005 la maturità scientifica. Si è laureata nel 2010 in Scienze Internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova, con una tesi di laurea specialistica relativa all’uso delle risorse energetiche strategiche come strumenti di politica estera. Si occupa di energia e di monopoli energetici oltre ad interessarsi alla diffusione dell'uso delle energie rinnovabili e al cambio climatico.

2 Responses to “Salvare la Grecia è (anche) una questione di reciprocità”

  1. MauroLIB scrive:

    Stefania,

    a me pare che la fregatura l’abbiano presa i tedeschi dai greci. I cittadini tedeschi, quelli che lavorano di più, quelli che vanno in pensione dopo tutti gli altri, che sono rigorosi, innovativi, onesti, affifabili, quelli che avevano la moneta più forte d’Europa, si sono imbrancati coi ‘mediterranei’ che spendevano e spandevano e vivevano al di sopra delle loro possibilità e gli toccava svalutare ogni due per tre per allinearsi ai paesi più seri.

    Pensa che bello avere un Euro che derivava la sua forza dai paesi seri. I ‘mediterranei’ potevano andare avanti a spendere e spandere come e più di prima senza la seccatura della loro ‘monetucola’ locale.

    E così hanno fatto, s’indebitavano a tassi ridicoli perchè ora erano Europei e facevano la bella vita, pensione a 53 anni, posto pubblico con stipendio garantito, sovvenzioni di qua, incentivi di là. E i tedeschi a sbattersi per fare le auto più belle e innovative (oltre a un sacco di altre cose).

    Si dice (vedi il bellissimo libro di Bagus ‘La Tragedia dell’Euro’) che i francesi (statalistoni pure loro) s’impuntarono, o entrate nell’euro e in Europa comanda la BCE (non più la Bundesbank), oppure niente riunificazione.

    Solo che adesso l’euro comincia a scricchiolare perchè questo giochetto oltre alla Grecia l’ha fatto il Portogallo, l’Italia, la Spagna e l’Irlanda (lì però è bolla bancaria, non debito pubblico).

    Fossi un cittadino tedesco non espellerei questi popoli ‘cialtroni’ dall’euro, vorrei uscirne io!

  2. francesco sica scrive:

    Non condivido la solidarietà alla Grecia. Aggiungo a quandto detto da MauroLIB che negli anni del bengodi il governo pagava cinque notti nei villaggi turistici greci per le classi meno abbienti. E ai tedeschi tocca lavorare fino a 69 anni. Più grave ancora viene meno il principio di responsabilità, per cui qualsiasi cosa faccia c’è sempre qualcuno a venirmi in soccorso. Banche, grandi aziende, stati devono fallire per ripulire il sistema. Per ora finiamola qui, senza aggiungere nulla riguardo la questione monetaria, il ruolo delle banche centrali e degli stati.

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