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Berlusconi “dead man walking”: serve staffetta a Palazzo Chigi

– Il trend è ormai chiaro ed i trend, quando sono così segnati, raramente si invertono, più spesso tendono ad accentuarsi.
L’insofferenza nei confronti dell’attuale esecutivo sta gradualmente ma inesorabilmente montando nel paese ed ormai l’unica possibilità per il centro-destra di vincere le prossime elezioni è quella di esprimere una netta discontinuità con gli anni di Berlusconi.
L’era del Cavaliere è giunta alla fine e l’accanimento terapeutico degli ultimi mesi non fa che compromettere le prospettive di ripresa del centro-destra italiano, proprio mentre i mercati stanno presentando all’Italia un conto salatissimo per gli anni di immobilismo e di mancate riforme.
Certo, in queste settimane dai banchi del governo, oltre a tanti errori, sono venute anche alcune proposte interessanti. Si è ricominciato a parlare – timidamente – di liberalizzazioni e di privatizzazioni, oltre che di riduzione dei costi della politica.
Ma persino le proposte positive risultano immediatamente squalificate se provengono dalle stesse identiche persone che per tanti anni hanno sostenuto ed avallato pratiche politiche che andavano esattamente nel senso opposto.

Serve un ricambio. E’ il momento di un centro-destra senza Berlusconi.
Non perché gli si neghi dignità e legittimità politica – come purtroppo la sinistra ha fatto e tuttora fa – ma perché oggi è urgente contrapporsi nel merito ai contenuti politici espressi da Berlusconi, ed in specie dall’ultimo Berlusconi, prefigurando all’interno del centro-destra ricette di governo differenti.

E’ sbagliato pensare che per archiviare la stagione del Cavaliere serva ingoiare il rospo di un quinquennio di sinistra, perché non sempre in politica l’alternativa passa per l’alternanza – ed anzi l’opposizione di sinistra appare più ancorata a vecchi schemi di conservazione, piuttosto che interessata a promuovere riforme strutturali. D’altronde le grandi famiglie politiche possono e devono trovare la forza di operare un cambiamento prima che siano gli elettori ad imporlo scegliendo la parte opposta.

Per certi versi, servirà affrontare la successione a Berlusconi con lo spirito con cui Sarkozy ha vinto le ultime presidenziali in Francia – interpretando la rupture rispetto agli anni del suo predecessore ma compagno di partito Chirac.
Tuttavia, se la rincorsa di Sarkozy era partita da lontano dandogli tempo di guadagnarsi un profilo assolutamente autonomo rispetto al vecchio presidente, il nostro centro-destra berlusconizzato rischia di produrre una successione debole e poco credibile.

Non c’è tempo da perdere, allora. Se deve essere Alfano l’uomo nuovo del PDL, che prenda immediatamente la guida del governo e che abbia la possibilità di rompere il cordone ombelicale e di costruirsi la propria distinta identità politica di qui alle prossime elezioni.
Farlo attendere fino al 2013 vuol dire solo cuocerlo lentamente, in quanto il neo-segretario si troverà da un lato implicato senza scampo nel definitivo tracollo del berlusconismo, dall’altro esposto al “fuoco amico” di chiunque nel partito abbia interesse ad azzopparlo nella speranza di prendere il suo posto.

Meglio ancora, naturalmente, se il Popolo della Libertà scegliesse di tenere vere elezioni primarie per la premiership, dato che ciò garantirebbe al nuovo leader un’investitura molto più forte e riconosciuta. Ma in questo caso tali consultazioni dovrebbero tenersi a strettissimo giro, nei tempi prefigurati da Giuliano Ferrara, in modo da permettere il cambio della guardia alla guida del governo prima della fine dell’anno.

In effetti, se si arrivasse alle elezioni del 2013 con Berlusconi ancora a Palazzo Chigi, il nuovo candidato premier si troverebbe ad affrontare una campagna elettorale tutta in difesa, impiccato alle responsabilità del governo del Cavaliere.
Per di più, questo quadro politico confinerebbe necessariamente all’opposizione le forze del Terzo Polo fino al giorno del voto e di conseguenza renderebbe implausibile il loro coinvolgimento in una nuova alleanza elettorale con il PDL.
E’ chiaro che lo scenario prefigurato da Alfano, di un rinnovato percorso di convergenza tra le forze che si riconoscono nel PPE, è possibile solo se viene avviato in ragionevole anticipo rispetto alla fine della legislatura.

La via maestra appare dunque quella di un nuovo governo guidato, com’è giusto che sia, dal partito di maggioranza relativa ma esteso anche a FLI, UDC ed a personalità di rilievo del mondo economico ed industriale.
Numeri parlamentari molto più ampi di quelli attuali ed un nuovo patto di maggioranza blinderebbero il nuovo esecutivo rispetto alle pressioni ed ai ricatti che così pesantemente stanno condizionando l’attuale azione di Berlusconi e verrebbe a crearsi lo spazio per alcune iniziative di riforma necessarie per il paese.
Nei fatti un governo di questo tipo dovrebbe puntare a rappresentare non il secondo tempo (o gli istanti di recupero?) di questa legislatura, bensì un’anticipazione del governo della prossima. Ciò vuol dire porsi nell’ottica di avere davanti una prospettiva temporale di sei anni e mezzo.

Su queste basi il centro-destra nel 2013 potrebbe proporre agli elettori un progetto politico con buone possibilità di vittoria, malgrado tutto.
Di fronte alla sostanziale inconsistenza di un’opposizione di sinistra che in questa fase è vincente solo perché segna a porta vuota, in fondo potrebbe bastare avere a Palazzo Chigi un premier con pieni poteri. E non un “uomo morto che cammina”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Berlusconi “dead man walking”: serve staffetta a Palazzo Chigi”

  1. Simone Callisto Manca scrive:

    Non credo molto che questo centrodestra possa riuscire a fare le riforme a fine corsa… con o senza Berlusconi.

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