Categorized | Il mondo e noi

Aspettando Rajoy, il Godot che sogna la Moncloa

– Sono ormai più di sette anni che Mariano Rajoy attende il suo turno. Da quando cioè il governo Aznar attribuì goffamente all’Eta la responsabilità dell’attentato islamista dell’11 Marzo 2004 a Madrid, consegnando a Zapatero una vittoria elettorale insperata, proprio ai danni di Rajoy.  Vittoria replicata alle Politiche del 2008, che Zapatero affrontò con il vento in poppa di una prima legislatura di governo condotta positivamente. I due protagonisti sono ancora lì, al centro della scena politica spagnola, dopo un duello durato anni, ma con una situazione uguale e contraria: Zapatero è ormai un “cadavere politico”, Rajoy sembra destinato, quasi per forza d’inerzia, alla Moncloa, per la quale si voterà nei prossimi mesi. Il candidato socialista Rubalcaba permettendo.

In ogni caso, anche se in una campagna elettorale tutto può succedere (e proprio i fatti del 2004 stanno lì a dimostrarlo) il risultato delle prossime Politiche spagnole sembra abbastanza segnato. I dati di economia e  disoccupazione sono davvero negativi: affondano le loro cause non solo nella poca efficacia delle tardive politiche di Zapatero, ma anche nella sbornia collettiva che si impadronì della società spagnola tra gli anni Novanta e la prima metà dei Duemila. In quegli anni, quando al governo c’erano i popolari, la politica di speculazione immobiliare incontrollata creò una delle premesse perché si verificasse la grave situazione di ora. Tuttavia, nel breve periodo, è chiaro che le responsabilità maggiori sono di chi è stato al governo negli ultimi 7 anni e di chi non è riuscito a ribaltare quel modello di sviluppo: e quindi di Zapatero.

Da politico di esperienza e accorto qual è, Mariano Rajoy Brey tutte queste cose le sa e studia da “Presidente del Gobierno” con una pazienza invidiabile. Cinquantasei anni, galiziano di Santiago de Compostela, laureato in Giurisprudenza, ha ricoperto vari incarichi di governo (tra cui il Ministero degli Interni e la Vicepresidenza) nei due esecutivi Aznar. Scelto dallo stesso Aznar come suo delfino nell’estate del 2003, Rajoy se ne è progressivamente allontanato, costruendosi un profilo autonomo ed entrando spesso in polemica con il suo antico mentore, molto più spostato a destra rispetto al profilo centrista e moderato che in questi anni Rajoy si è dato.

Al netto di tutto non è comunque facile tracciare un ritratto del leader dei popolari. Poco carismatico, è stato sempre messo in discussione dai maggiorenti di un partito zeppo di prime donne che negli ultimi tempi è stato assediato da scandali di corruzione (il caso Gurtel su tutti) e insidiato da una destra cattolica e “neocon” piuttosto aggressiva.  Rajoy non ha le capacità dialettiche di Rubalcaba, nè la determinazione feroce di Zapatero o di Aznar ma è riuscito a rimanere sempre a galla – spesso anche incomprensibilmente – nel corso di questi sette anni, portando il suo partito a due sconfitte nelle Politiche ma anche ad alcune vittorie storiche. Come quando lo scorso 22 Maggio è riuscito ad aggiudicarsi la grandissima maggioranza delle comunità autonome, condannando i socialisti alla peggiore sconfitta degli ultimi decenni.

Rajoy è prima di tutto un politico accorto. Ha capito che in questa fase è meglio non scoprirsi e interpreta questo ruolo alla perfezione. Sulle tracce di Catone che nel Senato dell’antica Roma chiudeva ogni suo intervento con la formula “Carthago delenda est”, da mesi ripete lo stesso mantra: Zapatero si deve dimettere e indire elezioni anticipate. Nell’ultimo anno, il più drammatico per la crisi in Spagna, i popolari si sono scontrati duramente con i socialisti, costringendoli a negoziare le riforme più dure con i partiti autonomisti e non con la maggiore forza d’opposizione. Il partito guidato da Rajoy ha infatti quasi sempre votato contro le proposte del governo, a volte esponendo la Spagna a grosse difficoltà nei confronti della comunità internazionale. Tutto ciò gli ha portato comunque un indubbio vantaggio elettorale.

Rajoy è comunque  un politico capace, basta vedere  le alleanze che ha sviluppato negli ultimi tempi. Ben più del partito di Zapatero, i popolari sono oggi il vero perno della politica spagnola. Tanto da potersi permettere di stare al governo con i socialisti nel País Vasco (in funzione anti-Eta), di reggere l’Extremadura con l’astensione della sinistra radicale di Izquierda Unida, di fornire appoggio al centrodestra autonomista di CiU che comanda in Catalunya (fatto mai successo, almeno a livello locale, dove i popolari erano visti quasi come appestati): un accordo quest’ultimo fatto per ora sul bilancio 2011, poi si vedrà.

Che cosa invece Rajoy voglia fare una volta arrivato al governo è abbastanza vago. La situazione è talmente grave che non potrà discostarsi più di tanto dalle durissime riforme che Zapatero ha imposto al suo Paese, riforme per le quali è stato accusato di avere abbandonato le sue radici socialiste subendo i diktat delle istituzioni sovranazionali. La colpa maggiore che si imputa a Zapatero è quella di non essere riuscito ad abbinare l’estremo rigore a una crescita che ancora non arriva. Sul sito dei popolari ci sono 15 proposte di legge – per la verità non molto dettagliate –  che disegnano, ad esempio, un sostanziale ridimensionamento dello Stato delle Autonomie (la Spagna è quasi una “Monarchia federale”), la semplificazione delle procedure per creare un’impresa, l’istituzione di  incentivi per l’impiego giovanile.

La campagna elettorale aiuterà a chiarire meglio quali sono le proposte dei popolari per il governo della Spagna nella prossima legislatura. Rubalcaba farà una campagna tutta all’attacco, e tutta a sinistra, basata su lotta alla disoccupazione e riequlibrio sociale, in una Spagna dove chi ha sofferto più la crisi sono stati i giovani e la classe media. Rajoy probabilmente non si scoprirà troppo, insisterà sull’identificazione Zapatero-Rubalcaba e indosserà comodamente i panni del favorito.

Con ogni probabilità, comunque, Rajoy tra qualche mese sarà il nuovo premier spagnolo. Se questo sia un bene, per lui e per la Spagna, lo dirà solo il tempo. Molto dipenderà anche dagli effetti, che si vedranno nei prossimi anni, delle riforme economiche di Zapatero.  Strano destino, quello di Rajoy, quello di dover sempre e comunque dipendere dal suo avversario politico: un avversario che gli ha sottratto la Moncloa per due volte, gliela offre su un piatto d’argento dopo gli insuccessi del suo governo e rischia di togliergliela un’altra volta in futuro, da “morto”, se le cose dovessero precipitare e la Spagna affondare anche per gli sbagli di questi anni. I paradossi della politica: anche Rajoy tifa per Zapatero, ma non subito, non ora; solo tra qualche tempo, quando, una volta arrivato alla Moncloa, la sua attesa sarà finita e scopriremo chi è davvero.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

One Response to “Aspettando Rajoy, il Godot che sogna la Moncloa”

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] La sfida di Rubalcaba, nuovo leader del PsoeTerraAlfredo Pérez Rubalcaba è da dieci giorni il candidato ufficiale del Partito socialista spagnolo (Psoe) per le elezioni politiche del marzo 2012. L'8 luglio si è dimesso dagli incarichi di ministro dell'Interno e di vicepresidente del Consiglio per …Aspettando Rajoy, il Godot che sogna la MoncloaLibertiamo.it […]