Quale Europa vogliamo?

– Ci sono due Unioni Europee: una “prima” Unione basata sull’idea liberale di creare un mercato comune e impedire ai singoli Stati membri di adottare politiche protezioniste, dirigiste o finanziariamente scriteriate, e una “seconda” Unione basata sull’idea che a Bruxelles debba sedere un consesso di euro-burocrati che decide le regole che influenzano ogni ambito della vita sociale. Sono sicuro che ai burocrati e ai politici di Bruxelles piaccia molto questa seconda versione, burocratica e dirigista tanto quanto le politiche degli Stati che la “prima” Unione cerca di limitare. Questa “seconda” Unione si va rafforzando, mentre la “prima”, forse non sponsorizzata dagli interessi di casta delle classi dirigenti europee, non gode di buona salute.

La “prima” Unione Europea è basata su vari principi. Il primo è l’idea che non ci debbano essere ostacoli al commercio tra Paesi europei. Questa idea era alla base della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, e ancora oggi è un ostacolo ai tentativi protezionistici che soprattutto i Paesi meno liberali, come l’Italia e la Francia, spesso oppongono al commercio. La bocciatura della Direttiva Bolkenstein è stata una grande sconfitta per questa idea di Europa: gli idraulici francesi hanno scoperto che protestare contro la concorrenza di quelli polacchi consentiva loro di continuare a sfruttare i consumatori francesi imponendo loro prezzi fuori mercato.

L’altro pilastro fondamentale della “prima” Unione Europea” erano le limitazioni alle politiche finanziarie degli Stati membri, per assicurare la loro stabilità finanziaria, e impedir loro di approfittare dei minori tassi di interesse ottenuti dall’euro per finanziare politiche di spesa scriteriate. Questi limiti, imposti dal Trattato di Maastricht, non sono però mai stati presi sul serio. Così quando è cominciata la crisi finanziaria i Paesi meno credibili si sono trovati in condizioni finanziarie critiche. E siccome al primo campanello d’allarme tutti i principi che un secondo prima si dichiaravano importanti sono messi da parte, la politica dell’Unione Europea finora è consistita nel premiare i Paesi più deboli comprando il loro debito.

Eurobond, fondi di stabilizzazione e monetizzazione del debito sono fonti di moral hazard che tolgono gli incentivi (già deboli di per sé) degli Stati membri a seguire politiche finanziarie responsabili: sono la strisciolina di stucco che serve per impedire alla diga di crollare. Per anni nessuno ha preso sul serio Maastricht, si è tollerato che la Grecia entrasse in Europa con conti falsificati, e non si è capito che un tasso di interesse unico non poteva non produrre boom insostenibili in alcuni Paesi.

La prima Unione Europea avrebbe potuto basarsi sulla concorrenza istituzionale: tanti Paesi in cui vivere, in modo che la parte più mobile della popolazione potesse spostarsi, incentivando i Paesi meno efficienti a migliorare le loro politiche. Questo principio è sempre più minato dal continuo riferirsi all’armonizzazione fiscale tra Paesi: ciò costituisce un accordo di cartello tra gli Stati per tenere alte le aliquote.

Un’altra incarnazione della “seconda” Unione è l’euro-burocrazia. L’UE regolamenta l’aspetto della frutta e le vendite nelle tabaccherie, impone di mettere al bando la frittura di paranza, dedica metà del proprio budget al protezionismo agricolo. C’è un motivo per cui l’Unione debba occuparsi di queste cose? A prendere sul serio il “principio di sussidiarietà”, che retoricamente è a fondamento costituzionale dell’Unione, si direbbe di no. Ma il potere tende sempre a concentrarsi, indipendentemente dal fatto che ciò sia utile, o dannoso, perché è nell’interesse di chi lo detiene che ciò avvenga.

La “seconda” Unione Europea si rafforzerà: dato che Maastricht non è credibile e la situazione finanziaria dei Paesi periferici è drammatica, ci sarà un rafforzamento delle istituzioni centrali e burocratiche, un accentramento del potere politico a Bruxelles, e, di conseguenza, si dovrà dire addio alla concorrenza e al pluralismo istituzionali. La “seconda” Unione Europea è una tecnocrazia senza responsabilità politiche che accumulerà sempre più potere, e non sarà controllabile perché lontanissima dai cittadini.

Da liberale voglio un Europa che si limiti a impedire agli Stati di fare deficit scriteriati e di adottare misure protezioniste, dirigiste e interventiste. Non voglio un’Unione che faccia ciò che agli Stati andrebbe vietato, senza neanche il vincolo della concorrenza tra Stati: non voglio un accordo di cartello tra classi dirigenti, ma uno spazio economico comune a tutti i cittadini. Solo nei rari casi in cui un’azione politica comune è possibile e utile (la politica energetica, ad esempio) si dovrebbe delegare alcuni compiti all’Unione. L’Unione Europea deve essere Ryanair che mi permette di andare a Parigi con 100€, non un impero burocratico centralizzato che gestisce la mia vita da 1500km di distanza.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

2 Responses to “Quale Europa vogliamo?”

  1. MauroLIB scrive:

    Grippa il torchio e l’euro si disintegra. Solo allora, forse, si potrà rifondare l’Europa.

  2. pippo scrive:

    Una Unione Europea che si ponga il problema della comunicazione internazionale con la salvaguardia di tutte le lingue. Adottando una Lingua Internazionale Ausiliaria come L’Esperanto.

    Che si occupi della difesa con un unico Esercito della UE eliminando gli eserciti nazionali.

    Con una Polizia federale

    Con Tribunali di secondo grado federali

    Con un sistema carcerario federale

    Con imposte divise su 4 livelli (Comune – Regione – Paese membro – Unione Europea) in modo da lasciare libere le imprese di decidere dove avere la propria sede e lo stesso vale per i cittadini che possono scegliere dove acquistare prodotti e servizi senza vincoli nazionali.

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