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Per la vita, purché non sia più nostra

- Due anni fa se ne andava Eluana Englaro.
Due anni fa un uomo distrutto e lacerato nel suo profondo, un uomo ostracizzato e brutalizzato dal killeraggio continuo e morboso dei media, vide la fine di una lunga battaglia giudiziaria che gli permise di attuare le volontà della figlia; una figlia immobilizzata in un letto d’ospedale e ridotta a mero vegetale, condizione di cui da viva aveva orrore.

Una figlia che aveva chiesto ripetutamente al padre di liberarla da quella condizione, di non farle perdere quel suo piccolo centimetro chiamato dignità. Di sospendere quei trattamenti di nutrizione/idratazione artificiale che le sarebbe potuto – sventuramente – capitare di subire. Di non abbandonarla in un letto, nelle mani di qualche pietoso ed inconsapevole macellaio. Di tenere viva la sua voce, quella voce che lei aveva definitivamente perso.

Quell’uomo avrebbe potuto scegliere un’altra via. Avrebbe potuto pagare di nascosto uno dei tanti “camici bianchi della morte” che girano per le sale di tutti gli ospedali italiani. Avrebbe potuto portare la figlia in un paese più umano, un paese più rispettoso dei diritti della persona. Avrebbe potuto. E invece, scelse di non implorare per i propri diritti, di rivolgersi al diritto costituzionale, di combattere, di non arrendersi al malaffare. Di agire nel diritto. E fu così che con la sua battaglia salvò il diritto di tutti a disporre della propria esistenza.

In contemporanea, anche il Parlamento Italiano cominciò una battaglia. Non una battaglia per riportare alla luce le storie di questo enorme agglomerato di disperati e ridare loro la dignità che gli spetta, bensì una battaglia per sacralizzare una visione ontologica dell’esistenza, tutta tesa nell’affermare – con una tracotanza che non ha limite – l’assoluta indisponibilità dell’esistenza, sputando in faccia alla libertà personale e ai principi del diritto. Un freddo e disumano diktat statalista al vivere, dal chiaro sapore reazionario e clericale. Un vivere di Stato, inchiodati in un letto, grottesche statue raffiguranti a malapena quello che un tempo eravamo. Un vivere che non tiene conto della dignità della persona, dei suoi desideri, delle sue ambizioni, delle sue più elementari volontà. Un vivere che soggiace alle macchine e al volere di Stato.

C’è una grande disperazione in tutto questo. Quello che è avvenuto alla Camera dei Deputati non è che un sintomo della piccola intensa malattia mentale, tutta italiana e tutta cattolica; perché di questo parlamento di transfughi Scilipotiani pronto a sfoderare le unghie e i denti quando ciancia di “moralità”, pronto a discutere di grandi proposte e di riforme epocali tese a coprire piccoli interessi, pronto a inneggiare – a targhe alterne – al “corpo delle donne”, pronto a varare manovre contro fantomatici “speculatori”, pronto a fare alti proclami di serietà impettita, pronto a gonfiarsi come un tacchino quando si celebrano i grandi valori, una cosa ricorderemo sempre: l’ipocrisia. L’ipocrisia di un sinodo pronto a legiferare incurante per ciò che non lo riguarda, allergico alla responsabilità e mentalmente corrotto da anni di dominio morale sotto Madre Chiesa. Un agglomerato che prima di ogni cosa, se ne frega della vita. Sì, della vita.

Perché è questo che in fondo fa arrabbiare più di ogni altro elemento: a codesti individui non interessa regolamentare, seriamente e rispettosamente, il fine vita. Quello di Roccella, quello di Fioroni, quello di Giovanardi e compagnia cantante non è amore per la vita. E’ disgusto verso il vivere libero e consapevole, verso il disporre della propria esistenza e dei propri atti. Certo, il placet del Vaticano e dei neo-clericali è assicurato. Ma a quale prezzo? Le eutanasie illegali aumenteranno, i diritti, lungi dall’essere riconosciuti, verranno cancellati, l’ipocrisia avrà – come sempre – la meglio. Saranno migliaia di disperati a pagare, nell’illegalità più totale. I neoclericali di oggi lo sanno benissimo; ma preferiscono lo scandalo “al chiuso”, la vergogna “privata”, le mani sporche tenute nelle tasche. La ricerca di soluzioni laiche, relativiste e improntate alla cartina tornasole della responsabilità individuale non fa per loro. E nemmeno – io temo – per questo paese.

Cari Roccella e Gasparri, cari parlamentari: voi ci avete appena privato del diritto al libero arbitrio per pagarvi l’indulgenza del Vaticano. E quel che è peggio è che lo fate invocando una supposta superiorità morale. Vi dichiarate difensori della vita: quella vita che avevamo, quella vita che era nostra. La vita che potevamo amare e valorizzare come meglio ritenevamo opportuno. Quella vita di cui voi ci avete appena derubato, con una fredda, incostituzionale e disumana legge.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

One Response to “Per la vita, purché non sia più nostra”

  1. Un solo commento: Avignone, Avignone !!!!

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