– Un conto è l’Europa unita. Tutt’altro è l’euro. Oggi siamo soliti concepire i due concetti come inscindibili. Ma l’euro, la valuta unica, è stata concepita un trentennio dopo il Trattato di Roma (del 1957) e introdotta mezzo secolo dopo. L’euro non è l’Europa unita, che può vivere anche senza valuta unificata. Ma rappresenta il prodotto di una sola delle idee di integrazione europea: quella che vuole arrivare ad uno Stato unitario centrale per tutto il Vecchio Continente.

In Italia, oggi come oggi, il pensiero della gente comune si divide in due categorie: quella degli euro-entusiasti, che plaudono alla disciplina che la nuova valuta forte ha imposto alla nostra liretta svalutata; e quella dei lira-nostalgici, che rimpiangono le vecchie politiche monetarie inflazioniste, quando la Banca Centrale italiana poteva svalutare per facilitare le esportazioni. L’euro-entusiasta si esalta quando va in America e constata che può comprare pasti e meraviglie tecnologiche a un terzo del prezzo che trova a Milano o a Roma. Il lira-nostalgico bestemmia quando va al supermarket e paga frutta e verdura il doppio di quel che costava prima del fatidico 2002. Ovviamente, visti i due esempi, è una nuova divisione in classi sociali quella che abbiamo oggi: i ceti più popolari, proletari, culturalmente meno raffinati, vogliono tornare alla lira.

Per sfondare le barriere di entrambi i  luogo comunismi, è giusto leggere l’originale “La Tragedia dell’Euro” di Philipp Bagus, in Italia tradotto ed edito dal centro studi Usemlab. Secondo lui l’euro non è affatto una valuta “forte”, né sta disciplinando i governi ad alta inflazione. Sono questi ultimi che finiscono per trarre vantaggio dalla politica monetaria comune, trasformandola, gradualmente in un proprio giocattolo.

Economista tedesco, allievo di Jesus Huerta de Soto ed esponente della Scuola Austriaca dell’Economia, Bagus rivela da subito la sua preferenza per il sistema (ormai defunto dal 1972) del gold standard: finché una banca poteva emettere carta moneta solo in proporzione all’oro mantenuto nei propri forzieri, il suo potere era comunque limitato dalla legge della domanda e dell’offerta, dell’oro in questo caso.

Finito il vincolo aureo, una banca centrale può permettersi di stampare carta-moneta senza alcun limite. Ed è a questo punto che i governi usano le banche centrali per stampare moneta con cui finanziare il proprio deficit. Ad ogni governo conviene andare in deficit per aumentare la spesa pubblica, con cui comprare consensi.

E’ quel che la Scuola Austriaca definisce come “tragedia del bene comune”: se è comune, se su di esso i diritti di proprietà non sono definiti, si tende a sprecarlo. Detto ciò, prima dell’introduzione dell’euro, c’erano paesi responsabili, come Germania, Olanda e Austria, che mantenevano una disciplina più rigida, con politiche restrittive anti-inflazionistiche.

Altre élite, invece, soprattutto nei Paesi mediterranei (come il nostro), non si sono fatte scrupoli a stampare e far circolare masse monetarie sempre più consistenti per perseguire politiche sociali. L’introduzione dell’euro fa solo teoricamente presagire una affermazione degli standard tedeschi.

E finora la moneta unica è servita a disciplinare gli indisciplinati governi mediterranei. Ma è un’illusione, spiega Bagus: nei primi anni ‘90, sono proprio i governi caratterizzati da politiche monetarie più “leggere”, a partire dalla Francia, che hanno indotto la Germania ad accettare l’euro, anche ricorrendo a veri e propri ricatti (o l’euro o nessuna riunificazione), convinti che nel lungo periodo avrebbero piegato la moneta unica alle esigenze della classe politica.

Paesi come Grecia, Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo hanno adottato la moneta unica pur non rispettando i parametri fissati dal patto di stabilità richiesto, quale condizione, dalla Germania. Non è un caso che siano stati i primi ad entrare in crisi. E ora sono i Paesi più virtuosi, quelli con i conti più in ordine, che li devono aiutare con iniezioni di decine, centinaia di miliardi di euro.

Prima di questi due anni gli euroscettici erano banditi dal dibattito, ma adesso?

“Anche io avevo sposato, almeno in parte, la teoria di Huerta de Soto” – ci spiega Francesco Carbone, presidente di Usemlab, traduttore e curatore per l’Italia del saggio di Bagus – “Huerta de Soto diceva: ‘l’euro, alla fine, è una sorta di secondo gold standard, impone a tutti i Paesi che l’adottano una certa disciplina. Ora: se questa disciplina fosse stata fatta rispettare, sarebbe stata un’ottima cosa. Il problema è che i paletti erano stati fissati solo sulla carta. Non sono stati implementati nella pratica. Alla luce di quel che scrive Bagus, erano già connaturati nell’euro dei meccanismi che non l’avrebbero fatto funzionare”.

Che cosa non ha funzionato?

Non facendo rispettare quei parametri, l’Unione Europea sta diventato un’unione dei trasferimenti. Un trasferimento di denaro, grazie alla monetizzazione del debito o via i deficit, una redistribuzione di ricchezza all’interno dell’Ue. Dove quei Paesi che riescono a presentare deficit più alti degli altri (dunque, quelli meno virtuosi) ne beneficiano. Se non c’è alcun paletto, prevale questo meccanismo, chiamato la ‘tragedia dei beni comuni’. C’è già stata la corsa a sfruttare la stampante monetaria della Bce, motivo per cui siamo arrivati a questa situazione. I Paesi più piccoli erano più stimolati: c’era la garanzia che i Paesi più forti, in caso di crisi, avrebbero aiutato quelli più deboli. Chiaramente si sono messi tutti in coda”.

Tra l’altro, anche volessimo ritornare a lire e dracme, non ci sono meccanismi di uscita dalla moneta unica

Non sono stati previsti – aggiunge Carbone – ma sono ugualmente convinto che la Grecia uscirà dall’euro, perché non ci sono altri modi per ripagare il debito. Deve pagare il conto (e lo pagheranno anche i cittadini che protestano) nel momento in cui ritorneranno alla dracma. Questo è il frutto di benefici di cui hanno goduto per dieci anni e che non avrebbero mai meritato”.

Milton Friedman, che era contrario all’euro, sarebbe stato favorevole ad un sistema a cambi fissi fra le valute nazionali

Il serpente monetario, che ha preceduto l’euro, non ha funzionato. Perché il Paese che riesce a monetizzare di più fa pagare il conto agli altri se non gli vengono imposti paletti inamovibili. Questo genera lo stesso tipi di corsa alla stampante monetaria. Non è una soluzione e comunque non vedo neppure altre vie d’uscita alla crisi attuale”.

Una soluzione?

Tornare a una moneta sana. La moneta cartacea non ha funzionato, è un esperimento durato un secolo (dalla fondazione della Federal Reserve nel 1913) e nel corso di 100 anni interventi su interventi hanno portato all’abbandono del gold standard coin, poi il gold bullion standard, poi ogni legame con l’oro. Oggi la moneta è interamente nelle mani del monopolista di Stato. Il prossimo standard potrebbe essere la ‘valuta unica mondiale’, a cui non credo, perché sarebbe un altro modo per confiscare ricchezza (tramite inflazione) alle popolazioni e sarebbe destinato a crollare, esattamente per le stesse forze che oggi vediamo in gioco con euro e dollaro. Oppure il ritorno al gold standard. E sarebbe la soluzione più realistica e responsabile: la moneta deve essere sana, deve imporre disciplina, credito e debito creati dal nulla sono solo modi per drogare il sistema economico. Questo ci ha insegnato la storia e più di cento anni di Scuola Austriaca dell’Economia”.