di CARMELO PALMA – Continua a sfuggirci perché una manovra deludente e dilatoria dovrebbe, se rapidamente approvata, tranquillizzare i mercati che –  dopo averne preso visione –  sembravano piuttosto preoccupati dall’inclinazione paracula dell’esecutivo.

Visto che la correzione dei conti pubblici che oggi sarà votata al Senato è parente stretta di quella che i mercati avevano bocciato – salvo una maggiore chiarezza circa il fatto che, in assenza di alternative, arriverà una stangatona fiscale per azzerare il deficit nei tempi concordati con l’UE –  non saremmo così fiduciosi che, con la sua rapida approvazione, possa considerarsi scampato un pericolo sempre, invece, incombente.

Ma chissà che penseranno i mercati di un Paese in cui mentre si mettevano a punto gli ultimi ritocchi al provvedimento, per aprire, invero timidamente, la partita delle liberalizzazioni dei servizi professionali e d’impresa, si consumava una sorta di Vandea corporativa, guidata dalla categoria più rappresentata in Parlamento – gli avvocati – a cui si sono poi accodati, con identica intonazione resistenziale, più o meno tutti i rappresentanti delle professioni regolamentate.

Appena si è infatti sparsa la voce che nel pentolone del maxiemendamento sarebbe finita una misura liberalizzatrice gli avvocati parlamentari del PdL hanno fatto sapere, a chiare lettere, che avrebbero votato contro la manovra, se questa avesse contenuto norme “contro gli ordini professionali”. A battere un colpo è stato poi l’Organismo unitario dell’avvocatura (OUA), denunciando la “totale mancanza di senso etico della politica di fronte ai veri problemi di competitività del Paese e del suo sistema industriale”. Quindi è toccato al capogruppo Gasparri gettare acqua sul fuoco, al sottosegretario Casero annunciare una marcia indietro e infine al Ministro Fitto comunicare che un’intesa – evviva –  era stata raggiunta, grazie alla mediazione del Presidente del Senato Schifani. Erano le 19,30. Ma non era affatto finita.

Il bello è che della misura “punitiva” contro le professioni di cui tutti parlavano, e che sarebbe dovuta confluire nel maxiemendamento del governo, era ancora – e sarebbe per sempre rimasto –  ignoto il contenuto. Si vedeva la rissa che si era scatenata nella maggioranza, ma era di fatto sconosciuto il casus belli. Escludiamo che, nei corridoi di via XX Settembre, fosse in corso una rivoluzione anticorporativa. Più probabilmente si era provata una stoccata di assaggio, che è stata subito rintuzzata.

Fitto, infatti, non aveva ancora finito di parlare che le agenzie battevano la notizia di una dichiarazione, sottoscritta da 22 senatori PdL, che esprimeva “la profonda preoccupazione e totale contrarietà per la volontà del governo di procedere ad una liberalizzazione delle professioni intellettuali” accusando l’esecutivo di volere “destrutturare il sistema, consegnandolo a logiche capitalistiche di mercato”. Agli eroici senatori pidiellini correva quindi in soccorso il Consiglio nazionale forense (CNF), che stigmatizzando le “liberalizzazioni selvagge” annunciava il sostegno di novanta professori universitari – mamma mia – alla battaglia contro “un provvedimento incostituzionale e contrario alle norme europee”.

Nel frattempo i rappresentanti degli ordini dei farmacisti, architetti e paesaggisti scendevano in campo contro la deregulation. Quando il senatore Pichetto Fratin, relatore del provvedimento,dopo il tramonto  ha depositato il maxiemendamento alla Commissione Bilancio di Palazzo Madama, della paventata liberalizzazione non era rimasto più nulla.

I “professionisti”, che fin dal pomeriggio occupavano di fatto l’Aula del Senato, avevano vinto si tutta la linea, confermando – come scrive oggi Mario Monti sul Corriere della Sera – che se in Italia quando le cose si mettono male qualcosa si può accordare alla disciplina di bilancio, nulla si concede a politiche che rimuovano le protezioni corporative e le restrizioni anticoncorrenziali che ostacolano la crescita.

La domanda, ora, è se questi campioni dell’intransigenza ricattatoria e corporativa siano così diversi dai No Tav che assediano il cantiere dell’Alta Velocità in Valle di Susa o dei taxisti che, ogni volta che sentono puzza di “liberalizzazioni”,  bloccano piazza Venezia e paralizzano il traffico di Roma. E la risposta che ci diamo è che sono diversi, ma non sono migliori.