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E vissero tutti felici e contenti

– Dopo la giornata di ieri sui mercati, gli spread rientrano lievemente, causando l’immediata reazione di autocompiacimento di una classe politica che ha ormai definitivamente reciso il legame con la realtà. Ma le cose non sono cambiate, la situazione non è migliorata, andrà molto peggio prima di andare meglio.

Il lieve abbassamento dell’euro-febbre che abbiamo sperimentato ieri e che sta ripetendosi oggi non significa nulla, in sé e per sé. Come sa fin troppo bene chiunque operi su un mercato (qualsiasi mercato), ogni movimento violento e concentrato nel tempo giunge fatalmente a pause di consolidamento e prese di profitto da parte di chi si trova dalla parte giusta del mercato, che possono ingenerare l’illusione che la tendenza sia invertita. Spesso questa inferenza si rivela una fallacia. E il caso dell’attacco alla periferia europea è un esempio da manuale di questa fallacia.

Nulla è in fatti cambiato, sul piano fondamentale: negli ultimi dieci anni il nostro paese è cresciuto dello 0,25 per cento medio annuo, la metà di quanto fatto dal Portogallo. Il rialzo degli spread contro la Germania necessita di essere rapidamente riassorbito, pena il prodursi di gravi squilibri nei conti pubblici, ed il sostanziale annullamento dei risparmi che la manovra andrà a produrre. Se qualcuno pensa che un paese che emette debito decennale che si situa in un intorno del 5,5 per cento possa restare in piedi a fronte di una situazione di assenza di crescita, si tolga l’idea dalla mente.

I dati del Pil italiano del secondo trimestre, la cui stima preliminare è attesa per il 5 agosto, rischiano di mostrare una ricaduta in recessione per il nostro paese, che già evidenzia dati di attività economica in contrazione, come espressi dagli indici dei direttori acquisti delle imprese manifatturiere e di servizi elaborati dalla società specializzata Markit. E’ fin troppo facile immaginare la reazione dei mercati ad un paese caduto in recessione e con un costo del debito come quello che ci troviamo sulle spalle, dato anche il calendario di rifinanziamento del Tesoro. Questa rischia di essere la cronaca di un naufragio annunciato, e a nulla serviranno gli ipocriti elogi tedeschi alla manovra, o l’invito (sempre più simile ad un pugno di ferro in guanto di velluto) di Angela Merkel a dare seguito al risanamento. Senza crescita, non c’è risanamento. Come diciamo da tempi non sospetti, senza crescita il rigore è la corda a cui impiccarsi.

Anche per questo motivo i compiaciuti proclami di esponenti di maggioranza ed opposizione appaiono semplicemente folli. La maggioranza, per bocca di un premier rimasto silente allo zenit dello spasmo dei mercati, magnifica la propria lunare autosufficienza; l’opposizione, per bocca anche di chi dovrebbe essere soggetto attivamente pensante (come Enrico Letta) si compiace della rapidità dell’iter parlamentare della manovra, rivendicando alla politica una patente di “serietà” che fa molto schermo dietro il quale nascondere la propria inadeguatezza progettuale. E mentre i nostri eroi si baloccano con questo galateo di patriottismo bipartisan nel nome del capo dello stato, sul paese si addensano nubi sempre più cupe.

La manovra, si diceva: attendiamo di conoscere i famosi emendamenti qualificanti, ma senza trattenere il fiato. Si tratta di un intervento asfittico, centrato su aumenti di pressione fiscale che con tutta probabilità culmineranno, per beffa estrema, in un taglio delle agevolazioni su lavoro dipendente, pensione, carichi di famiglia piazzati proprio entro quella cornice di “riforma fiscale” che avrebbe dovuto produrre una drastica semplificazione del numero di aliquote e si risolverà invece solo nell’ennesimo aumento di pressione fiscale di un paese già sfiancato da addizionali e accise. Questi sono i risultati di diciassette anni di propaganda e Libri Bianchi. E se qualcuno, tra questi propagandisti dello sfascio fiscale travestito da patriottismo, crede che da aumenti di pressione fiscale si originerà crescita, si tratta di un caso di malafede e/o analfabetismo.

Lo stesso che vi viene offerto da oltre tre anni dalla stessa compagnia di giro che vi ha rimbambiti dicendovi che il paese sarebbe uscito meglio di altri. E solo il cielo sa come sarebbe stato possibile, essendovi il paese entrato peggio di tutti gli altri. Ora vi parlano di privatizzazioni, nel momento peggiore possibile. Vi parlano di liberalizzazioni, mentre da due anni fanno marcire in Parlamento la legge sulla concorrenza. Vi dicono che tutto andrà meglio mentre il paese sta dirigendosi verso un destino greco e portoghese. Aiutato in ciò da un’Unione europea buona a nulla e incapace a tutto, di fronte ad una crisi che le prossime generazioni leggeranno sui libri di storia, e che sarà ricordata per una collezione di errori e di incapacità di capire ben superiore a quanto accaduto in America negli anni successivi alla Grande Depressione, trasformando in dolorosa ricaduta quella che sembrava essere una gestione della crisi razionale ed efficace.

In tutto ciò, una classe politica inetta, corrotta ed irriformabile come quella italiana, trova anche il tempo e l’occasione di darsi vicendevoli pacche sulle spalle per un disastro da essa scientemente perseguito e costruito in non meno di tre lustri. Preparatevi al peggio.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

2 Responses to “E vissero tutti felici e contenti”

  1. marco scrive:

    Non mi sembra che il partito di Fini differisca dal miserando panorama socialista bipartisan dato dalla politica italiana. Senza contare poi che il problema è solo in parte riconducibile alla classe politica.
    Il problema è lo stesso euro. La sua costruzione e le sue fondamenta traballano. L’euro non sarebbe mai dovuto nascere.
    L’Italia si sarebbe risparmiata vent’anni di contrazione economica e l’inveitabile bancarotta finale.
    Forse il PdL e il centro destra italiano hanno anzi meno responsabilità di tutti gli altri sulla questione euro.
    Del PdL si può dire che è un partito di centro destra inadeguato che fa manovre socialiste alla Visco. Questo certo si può dire e da questo un elettore di centro destra può avere molti dubbi sull’opportunità di votare PdL.
    Ma l’euro è una costruzione essenzialmente voluta dal centro sinistra italiano. E’ al centro sinistra che vanno imputate le colpe maggiori dell’incombente default.
    Consola sapere che molto probabilmente l’unità d’Italia non sopravviverà al disastro.

  2. filipporiccio scrive:

    Il problema dell’Italia non è l’euro. L’Italia ha tratto vantaggio come tutti dalla moneta unica, ma ha sperperato il vantaggio come il più inaffidabile dei mutuati. Il problema è che mentre la politica palesemente vive per l’oggi senza pensare al domani, gli investitori che comprano titoli di stato decennali o trentennali al domani ci pensano eccome.
    La notizia che ha innescato il crollo dei mercati dei giorni scorsi non è stata qualche voce messa in giro ad arte dagli speculatori, ma è stata la stessa manovra economica.
    In sostanza le azioni del governo (i provvedimenti della manovra) dicono: il governo non ha nessuna intenzione di mettersi nelle condizioni di onorare i debiti contratti mettendo le mani nelle sacre rendite di posizione degli italiani, ma di fare cassa andando a saccheggiare l’economia reale: raschiando soldi dalle famiglie, da chi risparmia, da chi investe e produce, e chissenefrega se questo deprimerà il PIL. L’importante è che in seguito alla manovra qualche importante personaggio dica che l’Italia è sulla strada del rigore e convinca qualche investitore a comprare BOT, e tutto andrà bene, non importa quale sia il prezzo da pagare (tanto saranno i comuni mortali a pagarlo).
    Nel paese con la più bassa natalità al mondo, tassiamo i risparmi che consentono di mettere su famiglia e riduciamo le già ridicole detrazioni per i figli a carico: e questo per poter emettere altro debito, da pagare domani, per finanziare i privilegi di oggi.
    Le conseguenze di questo modo di comportarsi dovrebbero essere ovvie: ma non lo sono, e io mi chiedo perché.

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