LIS sì/ LIS no, uno sguardo sulla sordità /2

–  Pubblichiamo la seconda intervista sulla LIS. Oggi diamo spazio a Valeria Cotura, consigliere della Fiadda, Famiglie Italiane Associate per la difesa dei diritti degli audiolesi.

Ci può spiegare in cosa consiste questo ddl? Perché la Fiadda e i sordi oralisti sono contrari a questo ddl?

La PDL 4207 “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della lingua dei segni italiana”, in discussione alla Commissione Affari Sociali della Camera per la Fiadda e le persone sorde oraliste è assolutamente inaccettabile. Si tratta di un testo molto sbilanciato a favore della LIS, a dispetto del titolo, marginalizza la piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva, fa un uso improprio della Legge 104 e da un’interpretazione restrittiva della Convenzione Onu. Purtroppo al Senato esso è stato approvato, dopo lungo iter, dalla Commissione Affari Costituzionali, che si occupa di diritti delle minoranze linguistiche, mentre ad essa si sarebbe dovuta affiancare la Commissione Igiene e Sanità, che si occupa di Affari Sociali, insieme avrebbero dovuto ascoltare le parti interessate e valutare.Purtroppo non è stato così. Coscienti dell’evidente equivoco, si è deciso di rimediare promuovendo anche l’acquisizione e l’uso della lingua italiana orale e scritta, ma in via subordinata alla Lis, con l’inserimento nel testo di un inverosimile avverbio “altresì” e prevedendo addirittura la dipendenza dalle tecnologie, come se le persone sorde non avessero le potenzialità per acquisire la lingua verbale mediante l’ordinaria abilitazione. Elemento di forte discriminazione verso la generalità delle persone sorde è inoltre l’esplicito riferimento all’art. 6 della Costituzione, che tutela le minoranze linguistiche, come se tutte appartenessero ad una minoranza linguistica e culturale. Il testo costruito così, non garantisce e tutela in ugual misura le persone sorde, sembrerebbe concepito come se solo la Lis fosse unica e indispensabile per migliorare la qualità della vita delle persone sorde. La sordità è un deficit, che non può determinare l’appartenenza ad una minoranza linguistica e culturale, invece questo testo cuce addosso alla sordità uno status che torna comodo e piace ad alcuni, ma che sta stretto ad altri. L’indignazione delle persone sorde oraliste e della Fiadda è stata forte, costante e tenace, dettata però dalla logica del dialogo e senza abbandonarsi a eclatanti spettacoli di piazza. Il Comitato Ristretto della XII Commissione, nominato ad hoc, per studiare, ascoltare le varie realtà associative chiamate in audizione, analizzare, riflettere ed emendare ha per ora prodotto una bozza che cambia sostanzialmente il titolo ed il contenuto del testo.

Cosa oppone i sordi oralisti ai segnanti?

Si tratta di due diverse scelte di vita. Mi limito a tratteggiarle a grandi linee. Una scelta presuppone che tutte le persone sorde siano parte di una specifica comunità alla quale per legge debba essere riconosciuto il diritto alla lingua dei segni, come lingua naturale e propria delle stesse e  al cui apprendimento siano destinati subito i bambini, anche se figli di genitori udenti. Lingua e comunità sono legate l’una dall’altra, la Lis prende corpo dalla frequentazione continua o assidua di coloro che la usano e la comunità si rafforza con il suo utilizzo. Della comunità fanno parte anche gli interpreti, la comunicazione avviene spesso attraverso la loro mediazione e questo, se da un lato consente il godimento di alcuni diritti, crea nel contempo, una situazione di assoluta dipendenza per le persone sorde. L’altra scelta parte dall’assioma che tutte le persone, sono parte della comunità in cui vivono, della quale condividono la cultura e che apprendono naturalmente la lingua orale nel contesto familiare e sociale nel quale crescono e vivono. Gli oralisti evidenziano che il bambino sordo presenta solo un deficit uditivo, ha perciò bisogno di diagnosi precoce, rapida protesizzazione, terapia logopedica e dei molti ausili forniti oggi dalla tecnologia; soprattutto necessita di  rispetto, di amorevolezza, serenità, accettazione e condivisione del proprio deficit. A certe condizioni la lingua verbale rende realmente indipendenti nelle relazioni interpersonali, sviluppa e rafforza l’autonomia personale. Non voglio in questo contesto affrontare l’eterno dibattito se Lis sia o meno una lingua, o parlare dello scontro oggi in atto. Vorrei richiamare appena l’attenzione su un aspetto per me fondamentale. È evidente che quando si parla di comunità sorda non si intende comunità nella sua accezione generica, ma ci si riferisce ad una comunità linguistica, che secondo la definizione che ne da il Devoto – Oli, riguarda un insieme di persone che usano lo stesso sistema di segni linguistici. Nessuno esclude che ci siano persone sorde che usino la Lis e che abbiano il diritto di farlo, ma nessuno può immaginare che tutte le persone sorde lo facciano. Viceversa l’esistenza di una comunità sorda lascerebbe presumere che tutte usino la LIS, mentre sarebbe molto più corretto far sapere che oggi, specie con tutta la vasta gamma di opportunità di cui si dispone, la maggior parte delle persone sorde è nelle condizioni di acquisire e usare la lingua verbale italiana. E’ evidente che un sordo che segna, generalmente catturi l’attenzione e coinvolga l’osservatore più di uno che parla e che si confonde tra la gente. Scatena una reazione emotiva diversa nell’interlocutore. Così, è facile fermare la gente per strada e chiedere se è giusto che venga riconosciuta la LIS, è logico che venga risposto di sì, soprattutto se non si conosce tutta la storia, la realtà, le possibilità che offrono oggi i diversi sistemi di comunicazione. Questo non vuol dire che le persone sorde da sole o le persone sorde e le loro famiglie non abbiano il diritto di costituirsi in Associazioni, per perseguire, con modalità diverse, la loro piena partecipazione alla vita collettiva, proprio come recita il titolo della proposta di legge in discussione alla Camera. Alcuni avvertono l’esigenza, anche storica, di sentirsi parte di una comunità ed hanno tutto il diritto di farlo se lo ritengano utile, necessario al loro benessere e migliorativo per le loro condizioni di vita. Basta che non lo impongano ad altri e non si esasperino i termini della questione, affermando che le persone sorde (anche quelle oraliste) sono parte di una specifica comunità, se così fosse dovrebbe esistere una molteplicità di comunità riconducibile ad ogni segno caratterizzante (la comunità dei paraplegici, poliomielitici, biondi, tatuati, lentigginosi, balbuzienti ecc).

Quali sono secondo lei le azioni vere che il Governo dovrebbe intraprendere per aiutare i   sordi?

Prima di tutto dovrebbe conoscere a fondo e ad ampio spettro la materia di cui si sta occupando, senza cercare facili ed effimeri consensi. Nel caso delle persone sorde dovrebbe garantire fin dalla nascita e lungo l’arco della vita il diritto all’inclusione. Quindi  a tutti i bambini nati sordi la certezza della diagnosi precoce attraverso lo screening audiologico, mentre ancora oggi il 40% ne rimane escluso, i necessari interventi abilitativi, con la realizzazione di idonei Centri Audiologici diffusi razionalmente su tutto il territorio italiano. Dovrebbe avere il coraggio di investire seriamente e senza ipocrisie sulla ricerca genetica,sulle innovazioni tecnologiche, mettendole al servizio della scuola, della formazione e della cultura. E’ discriminante per coloro che non lo necessitano, riempire la scuola di assistenti alla comunicazione segnanti o l’università di interpreti Lis, se non si attivano altri servizi, come ad esempio, la cura acustica delle aule, l’introduzione di assistenti alla comunicazione verbale o la stenotipia; è doppiamente discriminante essere costretti a ricorrere a queste figure in mancanza delle condizioni appena citate. La famiglia dovrebbe stare al centro dell’attenzione e ricevere il supporto umano, psicologico ed economico che le spetta. Lo Stato che si rispetta dovrebbe investire soprattutto nella scuola di tutti e per tutti, non relegandola al ruolo di Cenerentola. Dovrebbe impegnarsi affinché sia realizzato il diritto al lavoro di tanti giovani sordi, che mettono in campo competenze e professionalità, difficilmente riconosciute.

Si potrà mai trovare un punto comune tra i sordi oralisti e i segnanti? Sul ddl o comunque più in generale su una linea politica comune che può servire per aiutare e sostenere la comunità sorda?

Sarebbe auspicabile che tra oralisti e segnanti si attenuassero tante  tensioni. Personalmente lo desidererei, se sono la Fiadda e l’Ens a farsi portavoce delle istanze delle persone sorde, spero che il cambio di presidenza delle due Associazioni possa aprire una nuova stagione di dialogo. Vorrei invitare i sordi segnanti e l’Ens ad una riflessione condivisa. Davvero sono convinti che il riconoscimento della Lis sia sufficiente a risolvere i problemi delle persone sorde? Forse bisognerebbe ragionare in un’altra ottica. Personalmente sono convinta che alle grandi scommesse a cui l’Uomo contemporaneo è chiamato a rispondere non servono piccole comunità separate, destinatarie di cose speciali, ma una società civile attenta, accogliente e rispettosa delle diversità di tutti, nella quale, ad esempio, una persona sorda abbia diritto e garanzia ad usare la lingua dei segni, ma senza bisogno di riconoscimenti speciali.

Può raccontarmi qualche episodio della sua vita, per far capire meglio la situazione ai nostri lettori?

Ho 25 anni, sono sorda profonda dalla nascita, sono laureata alla Sapienza in Letteratura, Musica e Spettacolo e attualmente sono iscritta alla Magistrale. Ho fatto spesso i conti con pregiudizi, discriminazioni, luoghi comuni, affrontandole con dignità e forza, tuttavia la cosa che mi infastidisce di più è la superficialità. Ad un recente convegno è stato detto presentandomi: “Valeria ci farà comprendere che la sordità non è un deficit ma uno status antropologico culturale. Che i sordi sono un popolo con una loro lingua, la LIS, e con una loro cultura”.Con tutto il rispetto per la comunità sorda, sono rimasta esterrefatta e molto contrariata, educatamente ho fatto presente alla moderatrice che la sordità è un deficit, che sono italiana, che la mia lingua è la lingua italiana e che la mia cultura è quella degli spiriti liberi, che aspira, fin da quando ero bambina, ad andare sempre oltre e non serrarsi in confini limitati e forse protetti.


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

One Response to “LIS sì/ LIS no, uno sguardo sulla sordità /2”

  1. MF scrive:

    Brillante! Distintissima!

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