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Pubblicare le intercettazioni: da noi strumento di lotta politica, in UK semplicemente reato

– David Cameron, per non lasciare neppur il minimo spiraglio alle insinuazioni, ci è andato giù pesante: “Uno scandalo disgustoso.” Così, in conferenza stampa, ha definito l’indagine che ha portato all’arresto di Andy Coulson, ex direttore comunicazione del Governo britannico e dei tories e precedentemente del tabloid, appena chiuso, News of The World. Il domenicale, nato nel 1843, è stato travolto dallo scandalo per aver usato, nel tempo, metodi illegali utili a raccogliere informazioni. Le famigerate intercettazioni.
Noi a questa parola ci abbiamo fatto il callo, è un totem del dibattito italiano. Mentre oltre manica è diventata sinonimo di pessimo giornalismo, dalle nostre parti è invocata come ultimo baluardo per la libertà: tra bavagli, bavaglini e bavaglietti vari, i reporter, i lettori, i blogger non perdono occasione per difendere un metodo controverso e un’idea di stampa scivolosa.

Dopotutto grazie ad Assange, scriveva il Guardian qualche giorno fa, ora dobbiamo tutti porci un interrogativo: che tipo di media vogliamo? Per rispondere alla domanda, che è un po’ l’equivalente di una seduta sul lettino di Freud per ogni direttore di giornale, ci vorrebbe, come nella stanza dello psicologo, un po’ di serenità. Il problema è ci troviamo, invece, nello studio di uno psichiatra e siamo dopati da un farmaco efficacissimo: il dibattito muscolare, da camicia di forza.

Dovrebbero infatti essere pacifiche alcune banali considerazioni: l’hacking telefonico è un reato, può farlo chi indaga, altrimenti non può indagare, i processi si svolgono nei tribunali e non sulle pagine dei giornali. Quisquilie, insomma, che si sono trasformate, nel dopo Tangentopoli dello stivale, in temi di sanguinosa battaglia politica. Il post ’92, infatti, avrebbe dovuto condurci trionfanti nel mondo autorevole delle democrazie mature. Ci troviamo, invece, a dover ancora discutere il patto fondante su cui si costruisce la nostra democrazia.

C’è una tendenza simmetrica e opposta a identificare la clausola chiave della convivenza nazionale con il ladrocinio, e lo fanno, per esempio, quelli che si ritengono “imbavagliati”, nuovi alfieri della libertà, o, di contro, nella magistratura, ed è il caso dei presunti “imbavagliatori”, i berluscones, spesso, ultima maniera. In mezzo ci sono le persone alle quali, disorientate, per capire qualcosa non resta che andare a spulciare online.

C’è un motivo, quindi, per cui in Italia la logica e l’etica giornalistica sono del tutto rovesciate. Da noi Andy Coulson sarebbe diventato il martire della libertà, e non un semi-criminale, un giornalista d’accatto come è considerato ormai nel Regno Unito, in cui è letteralmente precipitato dalle stelle alle stalle. Andy, l’uomo di governo, quello che da noi sarebbe, per certi versi, l’amico di famiglia (politica), come un qualsiasi altro cittadino, ha subito le conseguenze di reati compiuti. Punto.

È anche difficile pensare che la chiusura di News of the World corrisponda alla fine di quel tipo di stampa, perché una domanda, da parte dell’opinione pubblica, dei lettori, c’è. Il mercato, anche quello editoriale, è democratico per natura, ogni esigenza è, di fondo, legittima, e merita una risposta. Con la cultura digitale e con la conseguente domanda di chiarezza, rispetto a tutto e tutti, il chiacchiericcio di fondo, la spiata, la foto, così come la conversazione rubata, sono materiale prezioso, richiesto, un tesoro di cui fare buona merce. Certo, c’è una tendenza in atto, ma è prematuro indicare la fine di un modello: per fare lo scoop, oltre a consumarsi le scarpe e i padiglioni auricolari, i giornalisti dovranno fare di più, non di meno, essere più scorretti, non meno.

Eppure, alla luce dello scandalo, sotto la lente di ingrandimento del reato, perché reato c’è, con freddezza anglosassone Coulson, uno degli uomini chiave del Governo, viene, come da regola, arrestato. E Cameron, l’uomo che l’ha scelto per il ruolo di direttore della comunicazione del Governo, per non essere travolto, deve fare il gesto indicibile che mai un leader potrebbe compiere nelle nostre lande, pena la fallibilità: chiede scusa. Cameron ammette l’errore di valutazione, si giustifica solo dietro la protezione della buona fede. Da noi sarebbe accaduto? Una vicenda del genere, forse, sarebbe stata il pretesto di una nuova, sanguinosa e inutile, battaglia tra parti.

Sarebbe accaduto perché il problema vero sta nell’editoria: quando politici e editori sono le stesse persone, quando non c’è un confine chiaro tra chi fa il cane da guardia e chi è guardato, non c’è la giusta serenità per affrontare con chiarezza il tema della liceità o meno delle intercettazioni. Tutte le regole, le premesse, le questioni di buon giornalismo saltano perché c’è un problema alla base, in grado, allo stesso tempo, di minare le motivazioni di chi grida al bavaglio a ogni piè sospinto e di chi invece quel bavaglio vorrebbe metterlo.

C’è una ambiguità di fondo a causa della quale prende forma un giornalismo claudicante, sempre sospettoso e sospettabile, mai schietto, meno promotore di democrazia e più protesi di un corpo politico malato che, quando li subisce, depreca le intercettazioni, gli scandali, indica con fare apodittico le cattive relazioni; quando invece non è coinvolto, li usa come strumenti di battaglia tra parti. Cameron, da noi, sarebbe salito sullo scranno per dire, che in fondo, Andy è un amico, magari ha fatto una marachella, ma in buona fede. Ne ha intercettato uno, per educarne cento. Ecco, il problema è che da noi, una frase così, durante una campagna elettorale, sarebbe uno slogan vincente.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

5 Responses to “Pubblicare le intercettazioni: da noi strumento di lotta politica, in UK semplicemente reato”

  1. Simone Callisto Manca scrive:

    Bravissima Federica, un’analisi lucida – che condivido sulla mia pagina di Fb – di quello che è l’Italia in questo momento, riguardo al tema delle intercettazioni e non solo. Riguardo al giornalismo “tout court”, direi. Si può dire che, fermo restando che il disegno di legge del governo sulle intercettazioni è una porcheria, in questi anni le intercettazioni sono state strumento di lotta politica e che i nostri giornalisti hanno spesso abdicato al loro ruolo per fare spesso i “velinari” delle Procure? E che i giornalisti sono il cane da guardia dei potenti di qualunque risma, e non solo di quelli della squadra avversa?

  2. Francamente io non sono interessato a conoscere tutti i retroscena di certe vicende. Come affermato dall’articolista, lascio volentieri le intercettazioni e le loro conseguenze, ai tribunali. A me pare che voler conoscere a tutti i costi, vita, morte e miracoli di ogni essere vivente, ci distolga dal riconoscere i nostri limiti e difetti.

  3. creonte scrive:

    mi pare che libertiamo stia seguendo una sorta di riallineamento ideologico. una tale corrente politica al momento non è necessaria, visto l’ampio consenso che può trovare nel PDL e nel PD.

    come si fa a mettere sullo stesso piano il giornalismo del dolore col giornalismo di inchiesta?

  4. Creonte cosa intendi esattamente con riallineamento ideologico?
    PS sonol’umby di everyeye

  5. creonte scrive:

    forse ho male interpretato io.

    a parte tutto, apprezzo il fatto del gentlmen agreement piuttosto che fare leggi anti personam Murdoch

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