di LUCIO SCUDIERO – Se la politica è scelta, e questo è un governo politico, vuol dire che o le scelte che fa sono sbagliate, o che non sceglie, oppure un po’ della prima e un po’ della seconda. Ma se un Governo politico qual è quello in carica, tale per definizione negativa in quanto non “tecnico”, sceglie di non affrontare di petto il disastro economico finanziario incombente, dopo aver “scelto”, per anni, di non scegliere alcuna delle riforme di struttura che sapeva servire al Paese, allora non è più politico e non ha senso che stia in piedi, perché più è cocciuta l’inerzia del potere ad autoconservarsi, più è vicino il disastro per l’Italia.

E’ giunta l’ora che lorsignori, ineffabili campioni dell’abulia politica, si facciano da parte. Sono convinto che lo farebbero comunque fra qualche mese. Spaventati dalla recrudescenza della realtà, alias i mercati internazionali, sotto la probabile pressione dei partners (alias i tedeschi), terrorizzati da un’escalation più che probabile della crisi di debito, quelli che oggi sentite autopromuoversi presidi indefettibili contro il baratro, mollerebbero la barca che affonda più veloci della luce. Meglio che vadano ora, se ancora gli resta un briciolo di amor di patria.

Sull’Italia aleggia lo spirito del ’92. Lo spread tra Btp e Bund ha toccato livelli massimi dall’introduzione dell’euro; l’asta dei Bot annuali si è chiusa con rendimenti in rialzo fino al 3,67%; la manovra contenuta nel decreto che le Camere convertiranno a tempi di record resta scoperta, iniqua e insufficiente. Rinvia la sostanza al 2014, fa perno (14,7 miliardi) su una riforma fiscale che non c’è e non ci sarà, tocca poco e male la spesa e malissimo il lato delle entrate, con una patrimoniale regressiva sui risparmi. Non è tempo di mezze misure, né di mezze tacche.

Il premier tace.

Davanti a sé ha due strade: uscire di scena, non dico a testa alta, ma almeno per scelta di volontà, oppure perdere l’ennesima occasione di governare il suo divorzio dal Paese, costringendosi a subire una cacciata di malo modo che avrebbe troppi mandanti per individuarne uno a cui dare la colpa.

Prima o dopo, ci sarà un governo tecnico costretto a fare scelte “politiche”. E francamente, visti i precedenti, non so se temere o rallegrarmi. Serve Amato che non sia Amato: il lavoro sporco è tutto lì, ancora da compiere. E non consiste nell’introduzione di una seconda patrimoniale oltre quella che quella già c’è, quanto nel pareggio di bilancio da perseguire con piglio deciso e irremovibile sulla spesa pubblica.

Prima possibile, dopo la manovra. Il tempo non si ferma, come le Borse, nei week end.