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Con l’Italia non si scherza. Per questo a Bruxelles – se possono – stanno zitti

– Non basta avere paura per essere uniti. Però, sicuramente, aiuta, come quando un anno fa l’Europa decise di salvare la Grecia e poi l’Irlanda e il Portogallo con tempi inusualmente rapidi rispetto ai consueti, geologici standard.

Ora che in ballo ci sono economie ben più grandi come l’Italia e la Spagna, la partita ha un sapore molto diverso e l’unità sembra essere ancora più forte, almeno su un punto: con l’Italia non si scherza, perché se cade l’Italia cade l’euro tutto, come misericordiosamente ricordato dal Financial Times in una serie di articoli e commenti pubblicati con inquietante regolarità da un mese a questa parte.

La salvezza del paese, per ora, riposa su due assi: il primo è quello della manovra, sulla cui approvazione e attuazione la Ue promette di esercitare una stretta vigilanza, e il secondo è quello legato alle scelte dell’Eurozona. Di decisioni da prendere sul paese, per ora, non ce ne sono, a parte quella di mostrarsi coesi e forti e di fare quadrato, evitando, se possibile, dichiarazioni incendiarie come quelle di provenienza tedesca che per mesi hanno avvelenato la vita di Atene&Co.

Dopo il venerdì di passione e il lunedì nero sulle borse, i vertici economici europei si sono ben guardati dal pronunciare anche solo una volta di troppo la parola ‘Italia’ in pubblico, concentrandosi sulla piaga ancora non risanata da cui tutto è partito, ossia la Grecia. Un problema che è una ‘mise en abime’ di tutto il resto e la cui soluzione definitiva conterrà, in nuce, tutti gli elementi che faranno l’identità dell’euro futuro.

La situazione ellenica sembra ormai irrimediabilmente compromessa, con il ministro delle Finanze olandese de Jager – da inserire a pieno titolo nella categoria delle ‘Merkelettes’ creata dal Wall Street Journal per indicare i pompieri piromani dell’Unione europea – che ha dichiarato che durante le riunioni di Eurogruppo e Ecofin non si è esclusa l’ipotesi del default selettivo.

Uno scenario catastrofico, che non sarebbe però, secondo alcuni osservatori, un problema eccessivo per l’Italia, che era un’eccezione economica prima della crisi e lo rimane anche adesso. Un analista di un’importante agenzia di rating osserva come per il paese “qualsiasi soluzione sulla Grecia vada bene, ammesso che ce ne sia una”. Perché, come nessuno si stanca di ripetere a Bruxelles, i fondamentali dell’Italia sono diversi, il paese ha tutt’altra solidità rispetto agli altri, il debito è gigantesco ma lo è sempre stato e non basta, da solo, a giustificare un cambio di atteggiamento così repentino da parte dei mercati.

Certo la manovra e le riforme sono essenziali, come essenziale è che l’Italia dimostri di essere ancora governata e in grado di essere un interlocutore affidabile. La presenza di Giulio Tremonti al ministero del Tesoro è considerata da sempre, a Bruxelles, una garanzia, tanto che qualche mese fa un altissimo funzionario europeo tedesco, molto molto rigorista, diceva che con lui a via XX Settembre, l’Italia ha avuto tutt’altra credibilità e statura.

I disguidi con il presidente del Consiglio sicuramente non sono piaciuti né a Bruxelles né ai mercati, ma non è una ‘sorpresa’ paragonabile alla bolla immobiliare spagnola o ai conti truccati della Grecia. L’Italia ha rischiato di finire nel tritacarne anche perché da sempre si è detto che era lì che si sarebbe giocata la partita cruciale, quella finale per la zona euro.

Mentre Bruxelles cerca di risolvere il suo primo e più piccolo problema, i mercati hanno dato un assaggio di quello che accadrebbe se quel problema non si risolvesse. La Spagna, che nella lista dei condannati avrebbe dovuto precedere l’Italia, si è ritrovata ad affiancarla, scompigliando per la prima volta la logica da ‘Dieci piccoli indiani’ con cui, negli ultimi mesi, un paese dopo l’altro è finito sotto i riflettori.

Una situazione che la Germania ha incautamente cercato di sfruttare dal gennaio 2010 per imporre il suo punto di vista e la sua idea di rigore. Ma ora sotto i riflettori ce ne sono due. Grandi. Troppi anche per Berlino.


Autore: Cristina Marconi

Nata a Roma nel 1979, laureata in filosofia alla Normale di Pisa, bilingue francese, giornalista professionista dal 2005. Vive a Bruxelles, da dove scrive regolarmente, tra le altre cose, su Il Messaggero e Il Mattino. Per l'agenzia di stampa Apcom, dove ha lavorato per 8 anni, si occupava soprattutto di economia e finanza.

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