Mamma arrivano li turchi (magari)

– Attualmente il continente europeo attraversa una fase di profonda difficoltà economica. Gli USA non se la passano meglio. A parte la Germania, locomotiva della Zona Euro, gli altri Paesi appartenenti alla moneta unica vivono una stagnazione preoccupante, che ha riflessi pesanti sulla situazione dei conti pubblici statali. Inutile fare degli esempi, conosciuti da tutti visto il notevole risalto datogli dalle fonti d’informazione.

Quello che risulta interessante notare è la significativa crescita che stanno conoscendo altri Paesi europei quali la Polonia, l’Ungheria ma soprattutto la Turchia, autentica sorpresa.

Il primo trimestre del 2011 ha evidenziato una crescita del PIL pari all’11% su base annua, un risultato che la proietta al primo posto nella classifica dei Paesi a crescita più sostenuta, con l’Argentina al secondo posto (9,9%) e la Cina al terzo. La crescita del PIL attesa a fine 2011 è pari a circa il 7%. L’Italia? Prossima domanda prego…

Tale incremento del PIL è dovuto ad una crescita della domanda interna pari a circa il 17% su base annua, sostenuta dalla positiva dinamica dei consumi. A conferma dell’ottimo stato di salute dell’economia turca si segnala anche l’incremento del livello di produzione, sia di tipo manifatturiero che nei servizi: +12,2% e +10,1% su base annua rispettivamente.

Uno dei fattori che ha contribuito maggiormente al boom turco è sicuramente identificabile con l’aumento dei salari, che ha condotto ad un incremento del reddito pro-capite sopra la soglia dei 10.000 dollari, livello considerato “critico” per i Paesi emergenti.

Ma soprattutto la Turchia ha vissuto e vive tuttora una virtuosa azione coordinata tra il governo, le Istituzioni, il settore industriale e quello finanziario, ciascuno recita il proprio ruolo secondo lo spartito al fine di contribuire allo sviluppo dell’intero Paese.

La situazione delle esportazioni esprime una forte dinamica di espansione verso oriente, a causa della crisi che ha colpito l’Europa. In particolare sono aumentati in modo significativo i volumi di esportazione verso Ucraina, Israele, Arabia Saudita e Kuwait.

La situazione dei conti pubblici si sta evolvendo positivamente, grazie alle entrate derivanti dai processi di privatizzazione avviati nell’ultimo periodo e all’incremento degli investimenti esteri. Da questi processi deriva il forte interesse da parte degli operatori di Private Equity e dei grandi gruppi internazionali, interessati a scandagliare il mercato turco alla ricerca di opportunità di investimento, con un particolare interesse verso il settore dell’energia, sia rinnovabile che nucleare.

Ulteriore evidenza di questo impetuoso sviluppo economico è l’andamento del mercato azionario turco. L’indice azionario ISE National, rappresentativo delle principali 100 imprese turche quotate, ha segnato un incremento del 25% circa nel 2010, contro il 12,8% dell’indice S&P 500 americano e il 8,6% dello STOXX 600 europeo. Il volume quotidiano di transazioni sul mercato oscilla tra 2 e 3 miliardi di euro, perlopiù dovuti ad investitori esteri (circa il 70%), che reputano molto appetibile investire nel mercato turco, in grado di attrarre capitali dalla Russia, dal Medio Oriente e dalla UE. A conferma della grande vitalità del mercato finanziario turco, per il prossimo futuro sono attese un numero importante di IPO (quotazioni sul mercato), senza dimenticare lo sviluppo del settore bancario, uscito indenne dalla crisi finanziaria del 2008, in grado di attrarre i grandi gruppi europeo quali Unicredit (in Yapi Kredi) e la BBVA (azionista di Garanti).

Indubbiamente la posizione geografica della Turchia è un enorme vantaggio, in quanto ponte tra la UE (a cui ha chiesto l’adesione nel 2005), da cui viene considerata un fondamentale partner commerciale, e la regione del Golfo Persico, ricca di capitali.

A questo proposito, è di stretta attualità la questione relativa all’entrata nell’Unione Europea da parte della Turchia. Non c’è unanimità di vedute al riguardo. Molte delle perplessità derivano dal carattere eccessivamente “religioso” di AKP, il partito di governo.

Inoltre, viene addotto come rischio da evitare la libera circolazione dei turchi all’interno della UE, in grado di modificare i rapporti di forza a livello di popolazione, dato che le gli islamici sono molto più attivi sul fronte demografico. Una situazione che la Germania ha saputo affrontare in modo positivo, dato che la “colonia” turca più numerosa in Europa è quella tedesca. Le politiche di integrazione della Germania hanno permesso di amalgamare questa gente all’interno del tessuto tedesco, con indubbi vantaggi dal punto di vista economico, sociale e culturale.

In realtà la maggior parte dei dubbi derivano dalla nostra paura nel dover fare i conti con una cultura e tradizioni differenti, atteggiamento che considero di retroguardia. Trascurando che spesso dalle differenze possono scaturire insegnamenti positivi. Infine, l’entrata della Turchia della UE ci potrebbe aprire definitivamente un ponte verso Oriente, oggi luogo in cui dimora la maggior parte dei capitali investibili e area geografica che sarà la locomotiva della domanda mondiale, per le enormi prospettive di crescita che hanno gli Stati che ne fanno parte.

Basta studiare i fenomeni che sono avvenuti nell’area mediterranea per comprendere quale straordinaria occasione si stagli all’orizzonte per l’Italia. E se vogliamo sfruttare la nostra felice posizione geografica, questa opportunità va colta appieno, utilizzando gli strumenti più adeguati.

In realtà anche la Turchia non è esente da difficoltà, quali l’aumento dell’inflazione, dovuta all’incremento dei costi delle materie prime, effetto negativo che stanno scontando tutte le economie dei Paesi emergenti, senza sottovalutare il deficit pari all’8% del PIL ed una bilancia commerciale sfavorevole a causa del maggiore volume delle importazioni.

Tuttavia la riconferma per la terza volta consecutiva dell’AKP al governo è un indicatore sufficientemente affidabile della fiducia che la popolazione turca nutre verso le misure intraprese nel decennio passato da parte della compagine governativa, segno di come i temi economici siano sempre il reale discrimine per assicurarsi la vittoria alle elezioni politiche, ma soprattutto per assicurare al Paese un importante livello di crescita.

P.S.: consigliamo ai nostri governanti (o presunti tali) ed investitori (spesso senza capitali) di leggere accuratamente, prendere nota e magari provare a mettere in pratica qualche insegnamento turco…


Autore: Davide Burani

Nato a Saronno nel 1983, liberaldemocratico di formazione, laureato in ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, ha sempre lavorato nel mondo della finanza, di cui è appassionato cultore. Oggi è in fase di "riconversione professionale".

One Response to “Mamma arrivano li turchi (magari)”

  1. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    La Turchia, come dimostra la crescita del partito di governo islamista, dal 37 a oltre il 50% in dieci anni, un partito integralista islamico, sempre più antioccidentale, antiamericano, antisemita e anticristiano, ha valori contrapposti a quelli dell’Europa, anche se ovviamente va benissimo per chi propugna l’Eurabia, in nome del DEA (Dialogo Euro Arabo).
    Un paese che nega ancora oggi il GENOCIDIO DEI CRISTIANI ARMENI del 1915-1917 e MINACCIA chiunque non lo neghi di ritorsioni; un paese che PESREGUITA LE SUE MINORANZE (Curdi, Cristiani, Ebrei – che dopo secoli e secoli stanno abbandonando la Turchia) non merita AFFATTO di entrare nell’UE, cui del resto non appartiene neanche geograficamente, oltre che politicamente, vista la sua sempre maggiore vicinanza all’Iran.

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