Aboliamo l’assegno di mantenimento, meglio un contratto pre-divorzio

– Negli ultimi anni si sono rafforzate, in alcuni settori del paese, richieste di novità normative riguardanti la famiglia ed il matrimonio, con l’obiettivo di rispondere ad alcuni fenomeni di evoluzione della società ed in particolare all’emergere di alcune forme alternative e non tradizionali di rapporto che rivestono ormai un’innegabile rilevanza de facto.

In questo senso, le unioni civili o l’accesso al matrimonio per gli omosessuali sono questioni che fanno parte di un dibattito importante che ha investito tutti i paesi occidentali ed al quale anche il nostro paese, con i suoi tempi, non può sfuggire.

Tuttavia una cosa deve essere notata, cioè che l’attenzione di chi – anche tra i liberali – si propone di innovare l’istituto familiare è quasi sempre concentrata sulle modalità con le quali si dà vita ad un’unione, mentre molto più raramente ci si chiede cosa è davvero giusto che succeda quando il rapporto tra due persone arriva alla fine.Eppure si tratta di una problematica altrettanto importante e per molti versi persino più concreta, in quanto gli esiti di una separazione e di un divorzio possono effettivamente sconvolgere la vita di una persona anche dal punto di vista economico.

Abbiamo già parlato, in più occasioni (qui e qui), del tema fondamentale dell’affidamento dei minori al momento della rottura del legame tra i genitori. La riforma in gestazione in questa legislatura – purtroppo ancora lontana dalla calendarizzazione al Senato – sancirebbe definitivamente il principio dell’affido condiviso e quindi il superamento di tutte le storture legate all’attuale collocazione esclusiva presso un solo genitore.

In ogni caso è probabilmente l’ora di aprire la riflessione anche su un altro aspetto dello scenario di rottura della coppia, quello dei rapporti economici orizzontali tra i due coniugi ed in definitiva dell’assegno di mantenimento per il coniuge “più debole” – prefigurando possibili approcci normativi alternativi più rispettosi della libertà individuale e della proprietà privata. Non si può fare a meno di notare, infatti, che obbligare sic et simpliciter una persona adulta a mantenerne indefinitamente un’altra è qualcosa di molto illiberale e per certi versi rappresenta una piccola forma moderna di schiavitù.

Da questo punto di vista occorre considerare che il matrimonio implica spesso un trasferimento di risorse dal coniuge economicamente “più forte” all’altro coniuge, ma questo è in generale compensato dal fatto che, il più delle volte, quest’ultimo contribuisce in altre forme al benessere della famiglia e quindi anche al livello di vita del partner.

Così accade sovente che il marito porti più soldi in casa, ma che la moglie contraccambi svolgendo una quota parte più importante di lavori domestici. Evidentemente, quello a cui assistiamo non è altro se non uno scambio volontario – i due sposi hanno semplicemente ricercato l’equilibrio più soddisfacente per la famiglia secondo princìpi di divisione del lavoro. La separazione ed il divorzio fanno venire meno la bilateralità del rapporto di assistenza tra marito e moglie ed in questo senso non risulta giustificato che da quel momento sia solo uno dei due a dovere qualcosa all’altro.

In fondo se il coniuge più ricco viene obbligato da un tribunale a pagare a vita il mantenimento dell’altro, forse non sarebbe giusto che il beneficiario del dispositivo si trovasse a sua volta obbligato a fornire un qualche tipo di contropartita?
E’ bene mettere in chiaro che non si intende dire che la presenza di un assegno divorzile sia sbagliata in sé. Ciò che è improprio è che essa sia derivata in maniera automatica da considerazioni sui redditi e sui patrimoni dei due coniugi, senza che entrino realmente in gioco fattori come l’effettiva durata del matrimonio, né l’effettivo contributo dato all’altro dal coniuge “più debole”.

In altre parole, il principale vizio dell’attuale meccanismo è quello di configurarsi prevalentemente come uno strumento assistenziale che fa scaturire in modo intrinseco dei diritti dalla condizione di diseguaglianza economica, al punto da potersi prestare anche a strategie maliziose e predatorie.

Al contrario l’eventualità di un assegno perequativo (o di una “liquidazione”) dovrebbe idealmente risultare da contratti liberamente sottoscritti dalle persone interessate, che hanno una maggiore probabilità di rivelarsi effettivamente “equi” perché predisposti in una fase di armonia della coppia.

Lo scenario più naturale per tali patti sarebbe quello in cui uno dei due sposi sacrifichi le proprie prospettive personali di avanzamento economico a favore della famiglia. Ad esempio se la donna rinunciasse ad opportunità professionali per occuparsi dei bambini e per sostenere la carriera del marito, sarebbe sacrosanto che volesse garantirsi dall’eventualità di una rottura attraverso un accordo che preveda, in tal caso, un’adeguata compensazione economica.

Anche se allo stato attuale pare più che altro un’iniziativa di bandiera, merita senz’altro una positiva menzione il recente disegno di legge 2629 a firma dei deputati della Lega Filippi, Garavaglia e Mazzatorta che punta ad introdurre nel nostro ordinamento i patti prematrimoniali o prenuptial agreements (“prenups”), muovendo, tra l’altro, da un impianto in buona sostanza liberale.

Secondo i proponenti, questi contratti “lungi dal sostituirsi integralmente alla legge, consentono una maggiore flessibilità nella regolazione dei rapporti di diritto di famiglia”.

Essi non riguardano il tema dell’affidamento dei figli, che segue giustamente percorsi diversi, perché invece la loro funzione “consiste nel permettere alla coppia che intende sposarsi di derogare al regime legale degli effetti, soprattutto patrimoniali, che scaturiscono dal matrimonio o dall’ipotetica separazione e divorzio.” In realtà, rispetto alla proposta dei parlamentari leghisti, varrebbe la pena non limitarsi alla possibilità di prendere accordi “prima di contrarre il matrimonio”, in quanto può avere senso che i patti possano essere rivisti nel tempo, per mutuo accordo, a fronte dei cambiamenti che di volta in volta intervengano nell’equilibrio familiare.

Consideriamo, ad esempio, il caso di una coppia che non avesse ritenuto necessario stipulare alcun tipo di accordo – perché sia lui che lei hanno redditi comparabili – e in cui ad un certo punto uno dei due coniugi ottenga un’importante promozione in un’altra città e chieda al partner di rinunciare al proprio lavoro per seguirlo. Evidentemente quest’ultimo potrà condizionare il proprio assenso alla stipulazione di un accordo adeguato.

Peraltro, è opportuno superare le obiezioni di carattere religioso all’idea di patti prematrimoniali, considerando pragmaticamente che il divorzio comunque esiste nel nostro ordinamento e con esso anche le procedure che lo inquadrano. La presenza di questo tipo di accordi va pertanto a modificare e non certo ad introdurre le norme che regolano da un punto di vista legale la rottura dell’unità coniugale.
Ben lungi dal rappresentare una banalizzazione del matrimonio, al contrario, l’introduzione di un modello contrattuale rappresenterebbe un fattore di responsabilizzazione degli individui, in quanto marito e moglie sarebbero chiamati a gestire in modo maturo e consapevole le implicazioni economiche delle scelte di coppia e dei modelli familiari.

Per certi versi si tratterebbe persino di una riforma “femminista”, nel senso che motiverebbe maggiormente le donne a rimanere economicamente indipendenti nel corso di tutta la loro vita e comunque a negoziare in modo più assertivo con i mariti la distribuzione degli oneri legati alla vita familiare.
Si tratterebbe, da questo punto di vista, di rigettare una certa visione “passivizzante” secondo cui la donna “subisce” il matrimonio e la distribuzione dei ruoli all’interno della famiglia e quindi poi, al momento del divorzio, deve essere “salvata” dallo Stato – e di riconoscere invece all’uomo e alla donna il ruolo di partner paritari, entrambi in grado di prendere decisioni in piena indipendenza.

Molti sarebbero gli effetti virtuosi dell’introduzione degli accordi pre-matrimoniali e pre-divorzio nel nostro ordinamento.
Per un verso, ciò rappresenterebbe un disincentivo a matrimoni di interesse, perché si verrebbero a porre limiti negoziati alla possibilità di aggredire il patrimonio del coniuge più abbiente. Al tempo stesso, grazie alla possibilità di proteggersi con dei contratti, potrebbero sentirsi meglio disposti a mettersi in gioco nella costituzione di una famiglia anche coloro che oggi magari rinunciano all’altare, proprio perché percepiscono il possibile rischio di rimanere “incastrati” economicamente nel caso le cose vadano storte.

I patti, poi, potrebbero rappresentare una migliore difesa persino per il coniuge più debole qualora includessero l’eventualità del pronunciamento di nullità del matrimonio, che invece oggi resta totalmente scoperto dalla tutela “statalista”. Similmente, ad ulteriore tutela del coniuge con minori mezzi, niente vieterebbe che gli accordi potessero prevedere il perdurare dell’assegno anche a fronte di un successivo matrimonio – cosa assolutamente sensata se esso è stato previsto in un’ottica compensativa più che assistenziale – evitando gli aspetti distorsivi delle attuali norme che spesso inducono chi gode di un assegno ad evitare strumentalmente di risposarsi al fine di non perdere il beneficio.

Ricondurre il matrimonio ad un’autentica dimensione pattizia va necessariamente a disinnescare parte importante dei contrasti associati alla fine di un percorso di coppia. Ciò vuol dire rendere questo passo meno difficile sul piano umano e meno costoso sul piano economico per le due persone coinvolte, andando così a colpire gli interessi di categoria di quell’ “industria del divorzio” che fa i suoi affari proprio sulla conflittualità tra gli ex-coniugi.

In definitiva, una politica aperta all’innovazione sociale non deve aver paura di toccare anche questo tipo di argomenti, anche a costo di sfidare pregiudizi o rendite di posizione.
I numeri, del resto, dovrebbero bastare a vincere qualsiasi imbarazzo. Ogni anno per ogni 1000 matrimoni ci sono circa 450 tra separazioni e divorzi con punte molto alte in alcune regioni, come la Liguria dove ci sono ogni anno oltre 900 addii per ogni 1000 coppie che si giurano fedeltà.

La separazione ed il divorzio non sono più lo scandalo isolato di cui i benpensanti fanno meglio a non parlare. Sono, invece, sempre più delle questioni economiche di assoluta importanza nella vita di milioni di persone – questioni che per la loro rilevanza non possiamo più permetterci di lasciare al di fuori di un giusto inquadramento in un sistema liberale di diritti di proprietà.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Aboliamo l’assegno di mantenimento, meglio un contratto pre-divorzio”

  1. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Chiunque si sposi sotto la legge VESSATORIA italiana, anziché recarsi all’estero a farlo, in paesi che sono usciti dal medioevo cattolico, e stipulare che la legge applicabile per eventuale separazione e divorzio sarà la legge del paese dove è stato contrattato il matrimonio, secondo me non è normale.
    Già solo il fatto di dover attendere TRE ANNI dalla separazione per poter finalmente TAGLIARE con un divorzio ogni rapporto legale, finanziario, eccetera, con l’ex coniuge è da matti.
    Poi, se si considera che in Italia (il caso di MOLTI miei conoscenti) anche dopo la separazione legale, ogni debito contratto da UNO dei due coniugi è responsabilità anche dell’altro, il tutto è PALESE INGIUSTIZIA e MOSTRUOSITÀ LEGALE.
    I fatto poi che si costringa la gente a mentire e agire in modo fraudolento dicendo di essere nullatenenti o andare sul lastrico per mantenere un ex coniuge, è ovviamente anche pazzesco.

  2. Vorrei farti notare che l’ostacolo maggiore viene dalla giurisprudenza per cui «gli accordi preventivi tra i coniugi sul regime economico del divorzio prima che esso sia pronunziato hanno sempre lo scopo o, quanto meno, l’effetto di condizionare il comportamento delle parti nel giudizio concernente uno status, limitandone la libertà di difesa», Cass, civ. 20 maggio 1985, n. 3080. I patti per regolare un futuro divorzio sono considerati nulli perché incidono sul diritto indisponibile alla difesa: nessun patto leonino tra coniugi. Quindi c’è sempre il rischio che, pur approvando una legge di questo tipo contrasti con l’art. 24 della Costituzione: vedi http://www.divorziobreve.org/node/1080

  3. Marco Faraci scrive:

    Ciao Diego,
    potrei comprendere il rischio a cui ti riferisci nel momento in cui i patti prematrimoniale andassero a sovrapporsi all’attuale legislazione sugli obblighi di mantenimento.
    Quello che ritengo necessario, tuttavia, è abrogare l’attuale legislazione sugli obblighi di mantenimento, così che dal divorzio non discenda più niente in automatico.
    In tal senso non vedo come la presenza dei patti premanitrimoniali potrebbe inficiare il diritto alla difesa. Semplicemente non ci sarebbe niente da cui “difendersi”. Non ci sarebbe più una “causa” di divorzio nelle forme in cui la conosciamo attualmente.

  4. Andrea B. scrive:

    Mi sono sempre chiesto che danno e che disordine porterebbe alla società se venisse data piena “libertà contrattuale” anche all’ istituto del matrimonio … ci rivediamo il prossimo secolo, forse…

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