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Se il giudice cade in tentazione

– “Alcuni magistrati credono che correggere un errore significhi attentare all’autorità della Giustizia. (…) Una minoranza, certo, ma ancora troppo numerosa, e soprattutto coperta da uno spirito di corpo per nulla giustificato dall’interesse dell’istituzione”. Queste le considerazioni che Jacques Vergès, altrimenti noto come l’avvocato del terrore, consegna nelle conclusioni del suo Gli errori giudiziari – appena edito in Italia per Liberilibri (con prefazione di Giuliano Ferrara).

Ad indurre il magistrato in errore – sostiene l’autore – non sarebbero fisiologici bug di sistema ma il deliberato e soggettivo accanimento, ovvero la lucida, consapevole intenzionalità del giudice che, soggiogato da vanità e ambizione personale, esercita il proprio mestiere per finalità improprie che lo allontanano dalla funzione a lui invece assegnata.

Non è evidentemente questo il caso di DSK, il quale – nella sfiga – si può comunque ritenere fortunato di aver incrociato sul giudiziario cammino un procuratore troppo onesto (o lucido) per cedere alla tentazione di sbatterlo in gattabuia, a dispetto della probante verità. Sovente, tuttavia, avviene il contrario. Avviene, cioé, esattamente quello che Vergès, nel suo libello, illustra con sì agghiacciante dovizia.

Abbiamo tutti contezza, infatti, di quanto raro sia il riconoscimento dell’abbaglio, più o meno auto-indotto, da parte dell’inquirente lasciatosi ingannare da convinzioni meta-probatorie, come la lusinga teoremica, che poi è quella che, ad esempio, scatena le ambizioni di cavalieri mediatico-manipuliteschi à la De Magistris o Woodcock. Ma, certo, mica solo le loro.

Gli errori giudiziari – scrive Vergès – sono storie immaginarie nate dal cervello di individui senza immaginazione”. Ed in questa raccapricciante massima sembra in effetti potersi trovare la risultanza contro-fattuale di una pluralità di ‘eventi’ giudiziari tra i quali, tanto per limitarci ai più recenti, i casi di Amanda Knox, quello dell’ex ad di Fastweb, Silvio Scaglia o ancora l’irrisolto omicidio di Garlasco.

Si tratta di accuse ben circostanziate, quelle esposte da Vergès il quale, il principio del garantismo giuridico, lo ha da sempre praticato, non solo teorizzato. La globale notorietà di cui è portatore deriva infatti dalla temeraria convinzione con cui ha assunto la difesa di indifendibili conclamati – terroristi, nazisti (come Klaus Barbie, il “macellaio di Lione”), collaborazionisti, dittatori (l’ex dittatore jugoslavo Slobodan Milos¡evic, per dire).

Il libro, comunque, non si limita affatto ad una carrellata di casi: arriva semmai ad una vera e propria catalogazione delle matrici psico-sociologiche degli errori dei giudici; errori di cui si rintracciano le origini nel modo in cui vengono estorte e recepite le false confessioni, oppure scartate, trascurate o screditate le testimonianze, o ancora nell’uso distorsivo delle perizie degli esperti (dai tossicologi ai medici legali, dai grafologi agli psichiatri).

Serve vigilare, dunque, sul “potere terribile del magistrato”: questo il monito di Vergès, perché – come scrive  nella postfazione Luigi Domenico Cerqua, Presidente di Sezione alla Corte di Appello di Milano – per impedire la condanna di un innocente, la sentenza deve essere pronunciata solo là dove “l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Jacques Vergès
Gli errori giudiziari
Liberilibri, collana Oche del Campidoglio, 2011
traduzione di Serena Sinibaldi
Introduzione di Giuliano Ferrara
Postfazione di Luigi Domenico Cerqua

da Processomediatico.it


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Se il giudice cade in tentazione”

  1. Giacomo Canale scrive:

    L’articolo è pienamente condivisibile nella misura in cui invita tutti, magistrati in primis, a vigilare sul corretto uso del loro terribile potere. Ciò doverosamente premesso, e da parte mia intimamente sentito, mi pare che talvolta vi sia un certo uso improprio del concetto di garantismo.
    Al riguardo, ricordo a me stesso che il processo è il luogo in cui bisogna garantire il diritto fondamentale dell’imputato a non essere privato ingiustamente della propria libertà, nonché il diritto della persona offesa, o troppo spesso dei suoi congiunti, di vedere giustamente condannato il colpevole. Da questo punto di vista, l’autore del libro avrebbe forse fatto meglio a scegliere un altro autore per la prefazione, visto che, senza tono polemico, è difficile credere nel sincero garantismo di chi ai tempi della crociata post-11 settembre non ha mai proferito una sola parola di condanna per pratiche palesemente in contrasto con tutte le norme di diritto internazionale (guantanamo e compagnia).
    Concludo, citando un passo di un autentico Maestro del diritto e vero garantista, che illumina un certo “garantismo” dei nostri giorni:

    «Qualcuno, nei primi tempi del fascismo, lo chiamava il “pretore rosso”: e non era in realtà né rosso né bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per far la volontà degli squadristi che invadevano le aule. Era semplicemente un giudice giusto: e per questo lo chiamavano “rosso” (perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria)» (Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato)

  2. lodovico scrive:

    lascerei perdere calamandrei: l’uomo non mi ha mai convinto.

  3. Giacomo Canale scrive:

    Non conosco le ragioni delle sue perplessità sulla figura di Calamandrei, ma perlomeno lui conosceva il diritto. Mentre altri, compreso l’autore dell’introduzione, dimostrano di confondere il diritto con le ragioni del Potere, o più correttamente dei potenti. Altrimenti è inspiegabile l’inconciliabile contraddizione tra il presumersi garantista e il sostenere la necessità di pratiche che comportano la privazione della libertà personale, per un periodo di tempo indefinito e anche molto lungo, senza la benchè minima assistenza legale. E per ragioni di opportunità, preferisco evitare di citare vicende giudiziari nostrane.
    INfine, sarei piuttosto felice di conoscere l’opinione dei “garantisti” alla Ferrara sul decreto legge n.89 del 23 giugno 2011 che permette di prolungare i tempi di permanenza nei Cie da 6 mesi a 18 (un anno e mezzo!) per chi ha la sola, ma terribile, colpa di non avere documenti e non essere stato identificato…e di non essere entrato nelle grazie di nessun potente, poichè altrimenti avremmo intere campagne a loro favore da parte di costoro.

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