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La politica estera non va usata, ma fatta

– Eppure qualcuno lo dovrà pur dire, ai nostri politici, che la collocazione internazionale dell’Italia è cosa troppo seria per essere strumentalizzata a fini interni, che farsi ricevere sul tappeto rosso il 4 Luglio a Villa Taverna comporta anche degli obblighi, oltre che regalare delle photo opportunities, che l’Europa non è solo una passerella per mandare proclami ai propri nemici “vicini e lontani”.
Il fatto è che la politica estera non sembra essere in cima ai pensieri dei nostri governanti: o meglio sembra esserlo tanto più quanto può essere moneta di scambio in politica interna. I tragici fatti delle scorse settimane in Afghanistan – la morte del caporalmaggiore Gaetano Tuccillo – avrebbero dovuto portare a una riflessione misurata sui costi e i benefici della nostra missione là. Sulle ragioni del nostro stare su un teatro di guerra e su come continuare a starci. E invece è stato il solito carosello di dichiarazioni scomposte – su tutte il “costano troppo e poi muoiono”, dichiarato da un Bossi in evidente difficoltà di fronte agli smottamenti del consenso al suo partito – in cui come al solito non c’è stata né una direzione né un senso ma tutto si è ridotto a brusio di fondo. Su cui campeggiava, e anche qui non è una novità, il silenzio assordante del Ministro degli Esteri Frattini.

Non si richiede, ci mancherebbe, che sulla nostra politica estera tutte le forze politiche siano d’accordo. La recente svolta pacifista di Di Pietro e i contorcimenti di Vendola (che ricordano le vecchie polemiche interne all’Unione, quando Turigliatto si faceva dilaniare dai casi di coscienza ogni volta che c’era da votare il rifinanziamento alle missioni) disegnano una visione forse alternativa rispetto all’attuale collocazione dell’Italia nello scacchiere estero. Così come l’ “umanitarismo xenofobo” di Bossi (strano neologismo) è sintomo di un neoisolazionismo che ricorda da vicino certe correnti della destra americana meno avvezze al fascino dei diritti umani e della loro esportazione, con o senza armi.

Tuttavia, bisogna sapere anche a cosa si va incontro, quando si rilasciano dichiarazioni in libertà alle agenzie. Se davvero si vuole il ritiro dalla missione afghana bisogna dire, ad esempio, che quella fu un’operazione condotta sotto le bandiere dell’Onu. Che il nostro alleato americano punta molto su quella missione, non foss’altro perché è vicina al vero fronte di questi tempi di guerra al terrorismo, il Pakistan. Che l’umana pietà per i nostri morti, che non smetteremo mai di onorare per il loro sacrificio, è tale se è davvero sincera e non se è inficiata da calcoli di bottega su quanti voti in più o in meno può portare dire una cosa invece che un’altra. Sulla base di questo, ognuno può fare le valutazioni che vuole e prendersi tutta la responsabilità delle sue scelte.

Ripetiamolo, anche se non è in cima alle preoccupazioni dei cittadini, per cui giustamente in tempi di crisi l’economia è al primo posto: la politica estera è uno degli aspetti che fa grande, o piccolo, un Paese. È compito delle classi dirigenti, e della classe politica nella sua interezza, costruire l’immagine di un Paese affidabile, serio, responsabile. Ed è compito di una classe politica illuminata riuscire a separare gli interessi del proprio Paese, che prescindono dalle convenienze politiche e dagli uomini che in quel momento stanno sulla scena pubblica, da quelli di bottega del proprio schieramento o, peggio,della propria corrente.

Auspichiamo che la nostra classe politica voglia continuare a mantenere il nostro Paese dove ancora sta, o almeno, dove ci auguriamo che ancora stia: alleato degli Stati Uniti ma parte integrante dell’integrazione europea; protagonista dell’Occidente delle democrazie ma con un occhio benevolo alla “primavera araba”; dalla parte di Israele, come è giusto e doveroso che sia, ma senza essere “più realisti del re”, visto che anche Obama è a favore della soluzione “due popoli due Stati”.

Ecco, se qualcuno ha dubbi su tutto ciò, meglio che lo dica chiaramente. Magari nell’unica sede che davvero conta: il Parlamento. Ne va del prestigio, del futuro e della credibilità di un Paese.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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