Chi vuole abolire Power Point?

– La notizia è di quelle gustose, curiose, divertenti.
In Svizzera è nato l’ “Anti-Power Point Party” o APPP, un partito che prende di mira appunto Power Point, sostenendo che, nei contesti aziendali e scolastici, le presentazioni fatte con questo popolare programma Microsoft risultino noiose, inutili e facciano perdere più tempo e denaro di quanto ne vorrebbero far guadagnare.

In apparenza, siamo all’ennesimo esempio di un gruppo di persone che se la prende col mezzo anziché con l’uso che se ne fa, e sbaglia: Power Point (come qualunque altro programma, come i media in generale) non è di per sé “buono” o “cattivo”, né è responsabile del modo in cui le sue funzionalità vengono sfruttate.

Con una breve visita sul sito dell’APPP, tuttavia, scopriamo che il suo leader Matthias Poehm non è certamente nato ieri, né sul fronte informatico né su quello della comunicazione: si è servito quindi sapientemente della “sparata” di dichiararsi genericamente contro Power Point per attirare l’attenzione, però poi sul sito specifica (o fa specificare) che la battaglia del suo partito non è contro il programma Microsoft tout court, ma contro quello che ormai è diventato l’obbligo (sostanziale quando non formale) di usare Power Point nelle aziende, nelle scuole e nelle università.

Confessa candidamente di aver scelto la “forma-partito” piuttosto che quella di associazione o movimento per ottenere più considerazione dai media e dai singoli, e propone come unico scopo quello di arrivare con l’APPP a rappresentare il quarto partito in Svizzera, per poi proporre un referendum che addirittura vieti nelle presentazioni aziendali l’uso di Power Point, visto come “antieconomico” (anche se non si capisce bene su quali dati siano fondate le statistiche riportate nel sito) rispetto a quello della tradizionale lavagnetta con pennarello e fogli. Il referendum, tuttavia, non dovrebbe servire davvero ad “abrogare” Power Point, ma piuttosto a far sì che sull’argomento si sviluppi un serio dibattito.

Ora, il fatto che Poehm da parecchio tempo provveda al proprio sostentamento tenendo corsi su come parlare bene in pubblico (con l’ausilio, indovinate?, di una lavagnetta coi fogli), e che sul sito del partito ci sia in vendita il suo libro su questo argomento, fa nascere qualche sospetto di conflitto d’interesse: non sarà mica che tutta la campagna di protesta è in realtà una campagna promozionale per il libro e l’attività del fondatore?

Può essere; tuttavia, pur senza sposare anima e corpo la causa, riteniamo che la notizia del partito anti-Power Point metta effettivamente il dito su una piaga scoperta.
Sempre più spesso, negli ultimi anni, sia in contesti aziendali che in scuole e università, si è assistito alla diffusione di una mentalità per cui “se non lo presenti con Power Point allora non vale la pena di ascoltare”. Nel sito dell’APPP si dichiara addirittura (anche se non vengono citati esempi concreti) che gli studenti che non presentano le loro ricerche con l’apposito programmino ottengono, in generale, voti più bassi dei loro compagni più up-to-date.

Nelle aziende, poi, qualunque incontro, riunione, conferenza, corso di formazione e così via appare ormai incompleto senza il proiettore, il computer portatile ultimo modello, il pubblico col finto interesse stampato in faccia, i vari schemini, e insomma senza il “bravo presentatore” di turno, che spesso (non sempre, chiariamo, ma spesso) esprime concetti di una banalità imbarazzante, ma ritiene che riprodurli su una serie di slide variamente istoriate riesca automaticamente a dar loro originalità e intelligenza.

Pare che non sia (più?) tanto importante che cosa si presenta, con quali dati, con quale motivazione, quanto il modo in cui lo si presenta: basta mettersi una bella giacca, togliersi gli occhiali da sole D&G/Gucci/Armani/basta che costino almeno un mese di stipendio, ripetere parole e concetti di moda, appiccicare qualche dato senza nessuna conoscenza tecnica, far scorrere delle slide adeguate alla bisogna e ridicolizzare chi dal pubblico si azzarda a domandare qualche chiarimento, o peggio qualche approfondimento, sulla “lezioncina” appena tenuta. “Ma come, non capisci? E’ scritto nelle slide!” (anche, e soprattutto, quando non c’è scritto) è ormai diventato la versione anni 2000 dell’ “Ipse dixit: cretino tu che non sai penetrarne i significati nascosti, tu che non sai intuirne la mistica.

Colpa di Power Point? Certamente no, non più di quanto le “articolesse” di Scalfari siano colpa della sua macchina da scrivere. Bisogna, come dice l’APPP, vietare Power Point? Ma per carità, Dio ce ne scampi e liberi. Oltre ad essere una misura assurda, oscurantista e probabilmente impossibile (chi lo sente poi Bill Gates?) di per sé, avrebbe come effetto collaterale i rischi propri di qualunque proibizionismo: immaginiamo già uno scenario apocalittico in cui gente come questo qui si scambia in segreto le slide sulla storia di (sic) Napoletone, tramando nell’ombra per preparare la riscossa (a Waterloo? Non è dato sapere), e, se poi li scoprono e li arrestano tutti, a noi garantisti toccherà pure stare dalla loro parte.

E allora? Allora basterebbe, forse, come per tutta l’informazione, non lasciarsi intimorire dal mezzo e fare sempre attenzione a che cosa questo mezzo veicola. Servirebbe, probabilmente, dare maggior credito a chi, dell’argomento di cui si parla – soprattutto se tecnico -, ha una conoscenza approfondita, piuttosto che lasciarsi incantare e mettere in soggezione da chi, come dicono i vecchi, “sa tutto e non capisce niente”, e se la cava soltanto vestendo a festa la propria superficialità.

In effetti, il discorso potrebbe essere esteso anche al web, un web che sempre di più rischia di contenere tutto ma senza “sapere” niente, senza distinguere fra i contenuti degni di nota e quelli non rilevanti.
Questa distinzione siamo noi a doverla fare, e, in un mondo sempre più frenetico, dove i quindici minuti di celebrità di Andy Warhol sono ormai una stima fin troppo ottimistica, diventa sempre più necessaria. Per mantenere il senso dell’intelligenza, per non ritrovarci, domani, ignoranti e vuoti di senso come un Power Point fatto male.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

4 Responses to “Chi vuole abolire Power Point?”

  1. pippo scrive:

    Per le presentazioni basta un file pdf che è visualizzabile su ogni sistema operativo e con diversi reader

    i pdf si possono realizzare con svariati programmi anche liberi e gratuiti o adattati tramite stampanti virtuali che invece di usare la carta generano file pdf

    Open Office e Libre Office i programmi consigliati

    e quando distribuite i vostri lavori fatelo in pdf/a oppure in ODF
    non obbligate a spendere soldi per visualizzare i vostri documenti

  2. Se il problema sono le presentazioni impresentabili, più che un partito basta imparare a fare le presentatizioni (http://blog.duarte.com/, http://www.presentationzen.com/).

  3. creonte scrive:

    il punto è che in certi casi i conferenzieri sembra debbano venir pagati a numero di parole usate: con un linguaggio conciso in tempo breve si riesce a tenere alta l’attenzione dei fruitori. Basta tornare all’antica dialettica. tutto il resto sono lustri e lustrini; è così tranne magari in certi casi tipo far vedere le deformazioni di un ponte a sisma, non certi per fare organigrammi colorati.

  4. Marianna Mascioletti scrive:

    Pippo mi riporta a un argomento che volevo toccare nell’articolo e di cui poi mi sono colpevolmente dimenticata: il fatto che questo “partito” si scagli non genericamente contro i programmi usati per le presentazioni, come quelli citati nel commento, ma proprio soltanto contro Power Point, il più famoso e “blasonato” di essi, è un’ulteriore riprova che il suo principale scopo è la caccia alla visibilità, non certo quello proclamato.

    Alessandro Puzielli: secondo me in parte ti risponde il commento successivo al tuo: è vero che delle slide fatte bene possono aiutare a mantenere viva l’attenzione, ma forse sarebbe opportuno (e dicendo questo non voglio in alcun modo sposare la tesi dell’APPP secondo cui dovrebbe essere obbligatorio) limitarne l’uso a casi come quello citato da Creonte, in cui dati, immagini e testo vanno insieme per spiegare argomenti complessi.

    Che (come è capitato anche alla sottoscritta) arrivi il grande managgger con la bacchettina a indicare sulla slide le nuvolette colorate dell’operatore di call center felice, consentimi, per quanto la slide possa esser fatta tecnicamente bene, sa in ogni caso di presa per il (diciamo) naso… :)

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