– Tutto ciò che si doveva dire oggi l’hanno detto e scritto Roberto Perotti e Luigi Zingales sulle pagine del Sole 24 Ore:

“E’ vano illudersi di poter rimandare gli aggiustamenti al futuro. Se non li facciamo subito, saremo comunque costretti a farne di ancora più bavosi tra sei mesi, in condizioni ancora più difficili.
Come uscire da questa spirale in cui il rischio di insolvenza, aumentando il costo del nostro enorme debito, rischia di diventare una profezia che si autorealizza? Un aumento della crescita certo risolverebbe molti problemi, va perseguito, ma richiede tempo, ammesso che si sappia come realizzarlo. E di tempo a disposizione non ne abbiamo più: i mercati hanno bisogno di un segnale forte, chiaro, e soprattutto immediato.
Esiste quindi una sola via d’uscita, che ci metta al riparo alla volatilità del mercato: raggiungere il pareggio di bilancio nell’arco diciamo di un anno. Non del bilancio primario, cioè al netto degli interessi sul debito, ma del bilancio totale. Non dovendo più dipendere dal mercato per finanziare la spesa pubblica, il nostro Paese darebbe un segnale credibile che sta rientrando dal debito, non solo in percentuale del Pil ma anche in valore assoluto. Raggiungere il pareggio di bilancio significa una correzione dei conti pubblici di circa il 4% del Pil. E’ molto di più di quanto Governo e opposizione abbiamo mai pensato di fare. Si tratta di lacrime e sangue. Ma le lacrime e il sangue saranno ben maggiori se non abbiamo il coraggio di agire subito”.

Chi ha un minimo di amore per l’Italia e di rispetto per le prossime generazioni, dovrebbe cogliere trasformare l’auspicio dei due economisti in atti concreti. Ci vorrebbe un patto repubblicano tra le forze politiche. Non avendo più la forza politica né la credibilità per assumere sulle proprie spalle l’onere politico del risanamento, il Governo e la maggioranza dovrebbero chiedere ai partiti presenti in Parlamento di condividere la più severa correzione dei conti pubblici che l’Italia abbia mai realizzato dal 1992 ad oggi. Il Terzo Polo e il PD avrebbero, a quel punto, il dovere di rispondere positivamente all’appello, perché solo un ampio schieramento riformatore potrebbe fare da schermo al malcontento della piazza e a chi volesse cavalcarlo.

La manovra economica triennale che il Governo ha presentato al Parlamento non è sufficiente: solo l’aumento dello spread dei Btp italiani rispetto ai Bund tedeschi realizzatosi nell’ultimo mese – dai 166 punti base dell’8 giugno ai 245 di ieri, 8 luglio 2011 –  produce a regime maggiori interessi sul debito per circa 16 miliardi. Il pareggio di bilancio totale invocato da Perotti e Zingales è l’unica via d’uscita credibile. Vanno anticipate al 2012 le misure oggi irresponsabilmente dilazionate negli anni. C’è da tagliare drasticamente i sussidi alle imprese e imporre alla pubblica amministrazione (in primis, alla sanità regionale) una stretta severa sull’acquisto di beni e servizi e persino sull’andamento delle retribuzioni del personale. Bisogna predisporre un piano serio di privatizzazioni, che riducano il debito e consentano un lieve ma significativo risparmio d’interessi. Accanto a questo, va inaugurata (e non solo fumosamente annunciata) un’autentica stagione di riforme liberali per l’economia italiana: liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi, alleggerimento della macchina burocratica, ridimensionamento robusto delle intermediazioni politiche nelle dinamiche imprenditoriali.

Chi si era illuso – incluso il ministro Tremonti, che tanto ha vaneggiato negli anni passati – che lo Stato fosse la soluzione ai problemi di un’economia di mercato in crisi, oggi è costretto di fronte a un bivio: o accetta di ridurre severamente il peso e il ruolo dello Stato (e la sua pretesa di poter “creare ricchezza”), estirpando la malapianta delle rendite di posizione e lasciando alla libera economia e allo spirito imprenditoriale il compito di produrre valore,  o condanna lo Stato al default. Tertium non datur.