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Italia, Paese dell’archeologia (rin)negata

– “Cimone durante la conquista dell’isola di Skyros, apprese che Teseo vi era stato ucciso e che vi era sepolto; sicchè si impegnò a trovar(ne) la tomba. … . Cimone lavorò con grande impegno, scoprì la località della tomba, prese le ossa nella propria trireme, e in gran festa le riportò nella terra dell’eroe”. Con questa celebre descrizione Plutarco, nella Vita di Cimone, riporta un episodio significativo della vita del generale e politico ateniese, avvenuto circa nel 475 a. C.

Un episodio, tra i non pochi, di ricerche antiche finalizzate al rinvenimento di resti del proprio passato. Perché, certamente per tutta l’età classica e a lungo anche dopo, il passato ha costituito motivo di orgoglio e anche una sorta di garanzia, un certificato di autorità. Insomma un imprinting da considerare a tutti gli effetti una ricchezza, e, proprio per questo, da conservare con gelosa premura.

Il procedere del tempo, la nostra storia recente, ci ha insegnato come l’approccio alle antichità sia profondamente mutato. Le sempre più esigue risorse economiche messe a disposizione dallo Stato riescono a mala pena a far sopravvivere le aree archeologiche più importanti, mentre le (tante) altre soffrono, agonizzanti, la situazione di continua emergenza.

Così, mentre a Pompei vengono giù muri di domus affrescate e la notizia rimbalza impazzita da una parte all’altra del Paese e poi in Europa fino a fare il giro del mondo, molte altre strutture si sgretolano o minacciano di farlo. Senza fare rumore, perché meno famose. A Roma come a Napoli, ad Agrigento come a Bevagna, nelle Marche come in Campania o nel Lazio, in Valle d’Aosta come in Sicilia. Ponti, edifici termali, domus e villae, basiliche e templi, tombe ed anfiteatri, porte monumentali e teatri.

Si taglia dove è possibile e, si sa, l’archeologia è cultura. Quindi nessuno scrupolo. Tanto più che, si dice, si tratta dell’ennesimo settore che non crea ricchezza, che non traina l’economia. Proprio per questo è necessario ridurre il numero degli scavi strictu sensu, ma non quelli cd. d’emergenza, particolarmente numerosi oltre che a Roma in tutte le città a continuità di vita. Proprio per questo i restauri diventano sempre più rari e talvolta non sono possibili neppure se necessari.

Ed anche le possibilità di interventi di semplice manutenzione si assottigliano, così che, dopo anni di obbligata incuria, spesso la vegetazione infestante s’impossessa del monumento di turno, obliterandone parti cospicue, attentandone la stabilità. A Roma è sufficiente fare una passeggiata su via dei Fori per vedere ciò che resta dei gloriosi scavi dell’anno giubilare, tanto pubblicizzati, tanto voluti, tanto costati. Cosa si presenta all’incauto visitatore che si avventuri fra quelle fragili e disordinate rovine senza un cicerone di turno. Chi ha dimestichezza con il settore sa bene le indicibili difficoltà che stanno pian piano “strangolando” l’archeologia in Italia. Ed in parte già lo hanno fatto, investendo senza alcuna ragionevole distinzione resti materiali e ricerca, documenti del passato e discipline che ne indagano le dinamiche.

Nonostante questa sorta di assuefazione alla precarietà, coltivata negli anni, provoca almeno un sussulto la notizia, poco pubblicizzata, che l’anno passato la Scuola Archeologica Italiana di Atene, senza dubbio uno dei più importanti e gloriosi enti di ricerca e tra le scuole archeologiche straniere operanti in Grecia, ha rischiato la chiusura. Il suo nome compariva nella lista nera dei tagli redatta dal ministro Calderoli e soltanto l’intervento del Presidente Napolitano ne ha permesso la sopravvivenza. Questa Scuola ha recentemente pubblicato, a cura del suo direttore, Emanuele Greco, “Topografia di Atene. Sviluppo urbano e monumenti dalle origini al III secolo d. C.”, un’opera nella quale sono confluite le tante scoperte avvenute a partire dagli anni Settanta del Novecento. Un’opera, preziosa ed unica, che dimostra ancora una volta la altissima qualità della nostra ricerca nel settore storico-archeologico, apprezzata ed anche un po’ invidiata in tutto il mondo, sostanzialmente dileggiata in Patria. Al punto da far ritenere ad alcuni rappresentanti politici di poter fare a meno di alcune sue eccellenze.

In Italia l’archeologia rappresenta nell’immaginario collettivo, di molti anche se non di tutti, una sorta di occupazione a latere, un hobby, una passione giovanile non coltivata, un passatempo del fine settimana. Banalizzando, “una cosa bella” ma della quale, in fondo, si può anche fare a meno, quando si tratta di scegliere. Ed infatti, nelle occasioni determinanti, ad ogni finanziaria, la scure del ministro delle Finanze di turno si abbatte impietosamente sui Beni Culturali e quindi anche sull’archeologia.

Proprio per questo, nelle poche circostanze nelle quali gli strettissimi cordoni delle borse statali si allargano per offrire la possibilità di interventi importanti, sarebbe necessario che non si dilapidassero quelle risorse. O almeno, che alla fine, l’intervento progettato risulti esemplare nella sua realizzazione. Ma, spesso, così non è.

Sulle ragioni del perché si verifichi questa circostanza si possono addurre, a seconda del monumento che si esamini, una miriade di motivazioni. Analizzando le diverse “storie”, però, senza neppure troppo “spulciare” tra le carte che contestualmente hanno prodotto quelle opere, si arriva a conclusioni identiche, a ricorrenti cause di cattivi interventi. In sintesi, incompetenza e dolo, peculiarità che possono riscontrarsi con estrema facilità e che mettono d’accordo in molti. Sfortunatamente l’italian style è divenuto anche questo: accanirsi anche contro chi già non gode di buona salute. Appunto i nostri monumenti antichi.

Probabilmente in questa casistica deve farsi rientrare un monumento assai importante, di una delle città antiche più famose al mondo. Il teatro di Pompei. Come hanno riportate le cronache nazionali e quelle locali, ma come ben sanno gli addetti ai lavori, l’antico edificio per spettacolo ha subito un restauro estremamente costoso, anche perché “lievitato” oltre misura rispetto allo stanziamento iniziale e assolutamente in contrasto con il suo aspetto originario. Si parla di una cifra di partenza di 449.882 euro, IVA esclusa, che nel volgere di un biennio si è molto più che decuplicata. Si parla, soprattutto, di un restauro che ne ha alterato (sfregiato?) l’immagine. In primis, ricreando i gradini originali con mattoni in tufo che, oltre ad omologare la cavea dell’antico teatro a una di moderna realizzazione, hanno comportato un intervento altamente invasivo della struttura.

Forse, però, per rimanere meno sorpresi, ma non meno amareggiati, di quanto accaduto, basta risalire ai mandanti di un’opera così meritoria: Sandro Bondi e Marcello Fiori. Il primo fino a pochi mesi fa Ministro dei Beni Culturali, l’altro, in prestito dalla protezione civile, Commissario straordinario di Pompei, proprio per imposizione del Ministro, nonostante la delibera della Corte dei Conti.

Già, perché prima dell’avvento di Fiori il teatro veniva utilizzato, come in altri casi (Ostia e Taormina ad esempio), durante la stagione estiva per alcuni spettacoli, e a tale fine si procedeva all’impianto di strutture in ferro removibili. Poi l’idea davvero straordinaria di Fiori. Idea peraltro non adeguatamente ostacolata da quanti, in qualità di addetti ai lavori, avrebbero dovuto farlo.

Idea, inoltre, non isolata. Tra le brillanti intuizioni del commissario straordinario non possono tralasciarsene alcune altre. Iniziando dai 55.000 euro spesi per comprare 1000 bottiglie di vino con l’etichetta Villa dei Misteri della cantina Mastroberardino, in parte spedite alle ambasciate estere, per la gran parte lasciate ad invecchiare in un magazzino. Passando per i 3.164.282 euro dati alla Wind per il progetto “Pompeiviva”, con omonimo sito internet, corredato di un imbarazzante video che avrebbe dovuto attrarre visitatori. Ancora, gli 81.275 euro spesi per la visita (solo annunciata!) del premier ed in parte impiegati per la realizzazione, lungo il cardo che porta alla domus di Lucrezio Frontone, di una moquette. Senza contare i 102.963 euro spesi nel censimento e nel relativo profilo immesso in internet dei cani randagi.

Il teatro di Pompei, diversi siti romani, tantissimi resti disseminati nell’agro romano e mille altri ancora, sono parti uniche di un Paese distratto e ineducato all’apprezzamento delle sue ricchezze. Di un Paese sempre più povero in parti sempre più ampie della sua società, ma che trova risorse per far stendere un red carpet sul basolato romano di Pompei, per facilitare il passaggio del suo premier.

Competenza, serietà, affidabilità e senso dello Stato possono ancora salvare quel che resta. E questo, sì, sarebbe nell’interesse di tutti.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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