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Alla pompa, un pieno di tasse

– Sì. I presupposti di necessità ed urgenza si possono leggere sui cartelli che indicano i prezzi dei carburanti in ogni stazione. Si arriva a punte massime di 1,643 euro al litro per la benzina e a 1,508 euro al litro per il diesel. Non vanno meglio le cose per quanti, convinti da argomenti di tipo ambientalista o di tipo economico hanno optato per il gpl, il cui prezzo medio, ci segnala Quotidiano energia , si posiziona tra lo 0,738 e lo 0,753 euro al litro.

Intervenire con la decretazione d’urgenza per frenare i rialzi è un atto più che giustificato. Ma sono sufficienti e adeguate le misure previste all’articolo 28 del decreto legge 98/11 da ieri in vigore?

I primi commi dell’articolo mettono a disposizione risorse a valere sul fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti per la chiusura degli impianti e il finanziamento degli interventi di ripristino ambientale. La norma risponde all’esigenza di sfoltire una rete di distribuzione che crea inefficienze. Il numero di impianti è elevato: 22800 stazioni in tutta Italia, circa il doppio delle pompe operative nel Regno Unito. L’erogato medio, ossia la quantità media di carburante venduto in ogni impianto è inferiore del 37% rispetto al dato europeo. Si calcola che l’inefficienza e le ridondanze della rete pesi però appena 1 o al massimo 2 centesimi. Quanto peserà, invece, sulle tasche degli italiani incentivare la chiusura della pompa di benzina più vicina? La riduzione delle stazioni dovrebbe essere una tendenza del mercato. Se la mancata razionalizzazione dipende dai costi della burocrazia, andrebbero limati i medesimi oneri. Altrimenti, non sembra chiaro il motivo per cui i contribuenti dovrebbero aiutare il benzinaio ad andarsene dalla strada.

Al comma 5 troviamo l’obbligo per le stazioni di dotarsi di sistemi di self service. In effetti si stima che la minor diffusione del self service pesi per un centesimo al litro sul costo del carburante in Italia. Ma quanto costerà ai benzinai l’adeguamento degli impianti? E se la scarsa diffusione del self service fosse determinata da una preferenza radicata degli Italiani per il servizio alla pompa? L’obbligo non sortirebbe in tal caso alcun effetto, se non quello di vessare i benzinai che attualmente non offrono il self service. Anche in questo caso è paradossale parlare di liberalizzazione del settore, provvedendo il decreto a introdurre un nuovo obbligo di legge. Ci trova, invece, d’accordo la disposizione che vieta alle regioni la previsione di vincoli all’utilizzo di apparecchiature per la modalità di rifornimento senza servizio.

L’unica grande vera e positiva novità introdotta dalla manovra è la liberalizzazione della vendita di prodotti non oil nelle stazioni. One step shop: i consumatori potranno acquistare il quotidiano e fare la spesa dal benzinaio. La liberalizzazione del commercio di prodotti non oil è una misura che da tempo avrebbe dovuto essere adottata. Da questo segmento le stazioni di benzina di paesi come la Francia, la Germania e il Regno Unito traggono il 30% dei propri ricavi. In Italia, complici le troppe limitazioni e i vincoli previsti dalle normative nazionali e regionali, appena il 3%. Aumentando i ricavi derivanti dalla vendita di prodotti non oil, le stazioni potranno applicare prezzi più bassi sui carburanti e ridurre così il gap di 3,5 centesimi che ci divide dai listini europei .

Ora, se la razionalizzazione della rete, la diffusione del self service e la liberalizzazione del commercio potrebbe farci risparmiare 3,5 centesimi di euro al litro, dispiace constatare che contestualmente dal 1° luglio le accise sono aumentate di 5,9 centesimi al litro.

L’aumento di 4 centesimi , previsto dal mille proroghe (legge 10/11), serve a “fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale in relazione all’eccezionale afflusso di cittadini appartenenti a Paesi del Nord Africa”. Un secondo aumento, di 1,9 centesimi, scatta in applicazione del d.l. 34/11, per il finanziamento del FUS. In totale le accise ammontano a 0,6132 euro al litro di benzina e a 0,4722 euro al litro di diesel. Cui va aggiunta l’IVA, naturalmente.

Più della metà del prezzo corrisposto dal consumatore al benzinaio finisce nell’erario. Fa specie osservare che la soluzione delle inefficienze e la liberalizzazione del settore non basti a fermare il vero cancro del paese: l’oppressione fiscale. Gli effetti nocivi di un fisco mai sazio sono più gravi delle bizze dei mercati internazionali, più delle speculazioni e dei ricatti dei paesi esportatori di idrocarburi.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

4 Responses to “Alla pompa, un pieno di tasse”

  1. sul “self service” ti sbagli secondo me. nel senso che , dato che non viviamo sulla teoria dei libri, un po’ di obblighi servono.
    alla fine sarà come il “dirigismo” bersaniano sulle ricariche telefoniche che chissà quali drammi doveva produrre ed invece ha portato risparmi all’utenza.

    per il resto hai ragione.
    in particolare pagare per i fondi fus è particolarmente irritante: io a sudare in coda in auto spendendo di più, per qualche signora vestita armani che va a vedersi uno spettacolo di musica classica o sperimentale.
    sgrunt!!

  2. Fa anche specie leggere una marea di commenti di approvazione all’articolo che, oltre alla tassa sul deposito dei titoli, lapida l’amento sul prelievo fiscale sulle rendite finanziarie, ma non una voce imbufalita per l’aumento delle tasse sui carburanti, del resto non avevo neppure sentito scandalismi sull’ipotesi dell’aumento dell’IVA per diminuire le aliquote massime.

    Non è neppure il caso di tirare conclusioni, vengono giù da sole.

  3. pippo scrive:

    Le accise sulla benzina hanno l’effetto di drenare da parte dello Stato incassi che il venditore sarebbe tentato di ricavare aumentando il prezzo.

    L’IVA è una percentuale fissa che viene pagata dall’acquirente ma l’Accisa opera come aumento di Stato che previene l’aumento del venditore.

    Se venisse di colpo eliminata l’Accisa o ridotta il venditore avendo già verificato che ci sarebbe lo stesso la vendita alzerebbe il prezzo e solo il peso dell’IVA farebbe da freno a decidere gli aumenti poichè chi compra benzina non ha alternative a meno di rinunciare o ridurre l’uso dell’automobile.

    Ad esempio se un aumento di Accise eliminerebbe l’incombenza del bollo auto sarei favorevole.

    Quando le automobili andranno ad energia elettrica e la carica viene fatta dal proprio contatore le Accise pur formalmente operative non verranno incassate, il Governo dovrebbe essere pronto a non considerare questa entrata come garantita

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