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Elezioni in Thailandia: saranno un rischio o un bene per la democrazia?

– In questi giorni Yingluck Shinawatra – il Primo Ministro Thailandese eletto – sta formando la sua squadra di governo e si appresta a prendere le redini del paese dopo una convincente vittoria alla urne in cui il suo partito è riuscito a conquistare 256 seggi su 500 in Parlamento.
Un semplice avvicendamento democratico ai vertici del potere thailandese dopo una regolare elezione? Certamente, ma anche molto di più.

Infatti la democrazia Thai, fino a qualche anno fa un esempio per tutta la regione, si trova ad un bivio cruciale che potrebbe portare il paese verso un’ennesima (e potenzialmente ancora più letale) esasperazione del conflitto civile che ne sta distruggendo il sistema sociale e politico contrapponendo – ormai da anni – da un lato la classe media e l’establishment del paese e dall’altro le masse rurali ed i cittadini più poveri.

Yingluck Shinawatra, leader del partito Puai Thai, è la sorella dell’ex Primo Ministro Thai, il tycoon Thaksin Shinawatra, rovesciato nel 2006 attraverso un colpo di Stato e attualmente in esilio per scampare ad una condanna penale. Inoltre, Puai Thai è l’espressione politica del movimento delle camicie rosse che in questi anni si è battuto contro le élite politiche e militari del paese, ree non solo del golpe contro Shinawatra ma anche di non curarsi dei problemi della massa di abitanti più povera del paese, portando così ad un aumento della diseguaglianza sociale. Ed è proprio di questa parte della popolazione quella di cui Thaksin era riuscito a farsi il campione grazie ad un mix fatto di alcune politiche vincenti – che hanno portato ad una forte crescita economica e alla diminuzione del numero di poveri nel paese – ed una retorica molto populista.

La manifesta popolarità alle urne di Thaksin Shinawatra, il suo progressivo accentramento del potere nelle sue mani e le sue politiche aggressive volte all’erosione del potere dell’élite del paese hanno portato quest’ultima ad incoraggiare la creazione del gruppo delle camicie gialle (il giallo, colore reale Thailandese, ha uno status speciale nel paese). Questo gruppo assortito di ultra-nazionalisti ed esponenti della classe media ha iniziato una serie di rivolte di piazza, che hanno innescato gli eventi forieri del golpe del 2006 in cui l’esercito ha preso il potere, mantenendolo fino alle elezioni che si sono tenute nel 2007.
L’allontanamento di Thaksin Shinawatra e l’inversione delle sue popolari riforme economiche hanno portato alla creazione del movimento delle camicie rosse e all’inizio di nuove rivolte, culminate negli eventi del 2009 in cui una novantina di dimostranti sono stati uccisi dall’esercito e dalle forze di polizia a Bangkok.

È in questo difficile contesto che si inserisce e va analizzata la schiacciante vittoria della telegenica Yingluck Shinawatra. Questa affermazione elettorale di Puai Thai, e quindi di Thaksin Shinawatra di riflesso, rappresenta una grande sconfitta per le élite che controllavano il paese e che hanno tentato in tutti i modi di mettere la parola fine all’influenza politica di suo fratello (che l’ha definita la sua “clone”) nonché per tutti gli altri partiti politici thailandesi che hanno tutti, seppur in misura diversa, perso dei seggi.
Sta adesso alla signora Shinawatra riuscire da un lato ad innescare un processo di riconciliazione che possa finalmente chiudere questa triste pagina della storia thailandese e dall’altro di attuare delle politiche che possano beneficiare la seconda economia del sud-est asiatico.

I primi segni sembrano essere incoraggianti.
Innanzitutto la signora Shinawatra – nonostante abbia i numeri per poterlo fare – ha deciso di non governare da sola ma bensì di creare un’ampia coalizione composta da cinque partiti, diluendo il potere di Puai Thai così da affievolire le paure dell’élite ma rinforzando, allo stesso tempo, il supporto e la legittimità politica del suo governo – e diminuendo, quindi, il rischio di un nuovo golpe.

L’opposizione
– capeggiata dal Primo Ministro uscente Abisiht Vejjajiva (l’oxfordiano ex leader del partito democratico) – ha accettato il verdetto delle urne augurando un buon lavoro al nuovo governo. A questi auguri si sono sommati quelli delle forze armate thailandesi che hanno garantito che non organizzeranno alcun nuovo golpe e quelli degli osservatori internazionali, contenti dell’assoluta regolarità del processo elettorale. In questo senso è anche incoraggiante la relativa tranquillità del paese durante la campagna elettorale, un chiaro segno che i Thailandesi – qualunque sia la loro appartenenza politica – vogliono pace e riconciliazione.
Inoltre, il Primo Ministro Shinawatra sembra voler concentrare il grosso della sua azione di governo sull’attrazione di capitali esteri verso il paese per lanciare importanti progetti infrastrutturali, temi toccati nel suo primo discorso dopo le elezioni e meno passibili di esacerbare il conflitto politico che attanaglia il paese.

Da ultimo, la vittoria di Puai Thai ha fatto aumentare le speranze di poter risolvere la disputa territoriale che vede opposta la Cambogia alla Thailandia e che ha portato alla morte di decine di soldati negli scorsi mesi. Il governo cambogiano è stato infatti tra i primi a congratularsi con Yingluck Shinawatra per la sua vittoria, anche in virtù del fatto che la candidata Shinawatra ha più volte dichiarato di volere risolvere il conflitto attraverso il dialogo piuttosto che con le armi.

Ma, se da un lato questi segnali positivi sembrano puntare verso un futuro migliore per il paese, le incognite ed i possibili conflitti rimangono troppi per poter essere ignorati.
Il primo serio banco di prova per la signora Shinawatra sarà quello della possibile amnistia per il fratello. Riportare Thaksin Shinawatra in Thailandia significherebbe anche – con buona probabilità – farlo ritornare al centro della vita politica del paese nonostante le sue continue smentite al riguardo. Questa prospettiva è inaccettabile per le élite del paese e porterebbe sicuramente ad un inasprirsi del conflitto politico-sociale, rendendo così molto più difficile ogni tipo di riconciliazione. Questa è la ragione per la quale il Primo Ministro farebbe meglio a seguire alla lettera le leggi vigenti e mettere da parte (almeno per un primo periodo) questa idea di amnistia nonostante i serissimi (e fondati) dubbi sull’indipendenza processo che ha portato alla condanna del fratello.

Anche alcune delle politiche economiche promesse in campagna elettorale da Yingluck Shinawatra sono una possibile cause di conflitto nel paese. Infatti molte tra queste – come ad esempio l’idea di introdurre uno stipendio minimo di 10 dollari al giorno, assolutamente insostenibile nella maggior parte del paese – sembrano impossibili da realizzare senza imporre.
Bisognerà ancora attendere per poter scoprire se Yingluck Shinawatra sarà un Primo Ministro efficace nonché la donna in grado di rigenerare la democrazia thailandese riconciliandone i vari attori.
Intanto, da parte nostra, le auguriamo un grosso in bocca al lupo.


Autore: Edoardo Troina

Catanese, 23 anni. Laureato alla Royal Holloway University of London, in Politica e Relazioni Internazionali. Dopo varie esperienze di lavoro presso il Parlamento inglese, la Commissione e il Parlamento Europei è, attualmente, presso la Beijing International Studies University a Pechino dove studia cinese mandarino come vincitore di una borsa di studio del Governo Cinese.

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