di LUCIO SCUDIERO – Io non avrò la pensione, e ringrazierò anche questo Governo. Forse soprattutto questo Governo, per due ragioni. Una di ordine soggettivo, dal momento che è espressione della parte politica a cui astrattamente – se ha ancora senso – sentivo di tenere, e che più dell’altra avrebbe dovuto avere nel DNA una certa attitudine al riformismo strutturale. Una di ordine oggettivo, perchè gli anni che stiamo vivendo sono di quelli definitivi, di ‘fine pasto’. All’Italia – ma il trend è comune a molti altri paesi occidentali – la realtà sta per recapitare il conto salato di una bulimia che la sua classe dirigente, come ogni malato che si rispetti, non riconosce.

Maurizio Sacconi, da tre anni alla guida del Ministero del Lavoro e Welfare, è la sintesi paradigmatica di un certo modo di intendere lo stato del paese e la responsabilità politica di guidarlo. Un mix di refrattarietà alla realtà e di misticismo conservativo, in nome del  quale la tenuta del paese passa dal congelamento degli equilibri tra blocchi sociali di riferimento del secolo scorso, in un gioco a saldo zero in cui a perdere sono sempre gli stessi, cioè gli outsider. Quante volte – e non solo da lui – abbiamo ascoltato questa frase: “Abbiamo tenuto” declinata nelle seguenti variabili: “mentre fuori c’era la bufera”, “la base occupazionale”, “il sistema pensionistico”, “ i conti in ordine”.

Mentre la sfida, proprio perchè c’era crisi, non era “tenere” ostinatamente l’Italia conforme a una fotografia che non le corrisponde più, bensì rilanciare.

Anche sulle pensioni, che in un Paese che ha scelto acriticamente il perno pubblico nel settore della previdenza, sono la cartina al tornasole della lungimiranza e dell’amor di patria della classe politica. La quale ultima, Sacconi in testa, si è limitata a lucrare la rendita garantita dalle riforme dei primi anni novanta per dire che tutto è in ordine e il sistema è in equilibrio, omettendo scientemente però di esporre il cartellino col prezzo a quelli che dovranno pagarlo, cioè la mia generazione.

Noi pagheremo la pensione ai nostri padri con la matematica certezza, a sistema vigente, di non riscuotere la nostra al momento opportuno, oppure di averne una insufficiente. In un rapporto sul Welfare presentato ieri, Censis e Unipol hanno denunciato che “nel 2040 i lavoratori dipendenti beneficeranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione (andando in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi), mentre gli autonomi vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40% (a 68 anni con 38 anni di contributi).”

Magari l’equilibrio economico finanziario dell’Inps regge e reggerà. Ma non si può immaginare che il futuro pensionistico del Paese corrisponda meramente al saldo delle poste di bilancio dell’ente di previdenza pubblica. Da Tremonti a Sacconi, tutta l’azione governativa degli ultimi anni è stata concepita in funzione dell’amministrazione del declino.

Dalle pensioni la manovra appena varata trarrà 2,7 miliardi di euro per i prossimi tre anni attraverso il blocco della rivalutazione, che interesserà il 20% circa dei percipienti gli assegni superiori a 1428 euro mensili. That’s all, con la politica che dà e toglie a sua discrezione, e che è incapace di rimuovere finanche le più vistose discriminazioni. Come quella tra donne, pubbliche impiegate e non. Le prime andranno in pensione a 65 anni entro il 2018 (e ci è voluta una sentenza europea); per le seconde, innalzamento alle calende greche del 2032. Per quelli come me, niente di niente. Domani vado da un agente assicurativo. E’ il caso di uscire, per quanto possibile, dal sistema pubblico di previdenza.