– Con la presidenza di turno della Polonia, l’Ue assume tutto un altro aspetto. Quando il premier Donald Tusk, inaugurando il semestre polacco, definisce il Vecchio Continente “Il miglior luogo sulla Terra in cui essere nati e in cui vivere”, rischiamo di non credergli.  In Italia, così come in Francia, Germania, Spagna, Danimarca, Finlandia e Svezia, per non parlare di Stati in fallimento come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo, si tende a non credere più a un’idea di “Europa”. I polacchi ci credono ancora. L’80% di loro è fiero di far parte dell’Unione Europea, secondo un sondaggio diffuso con orgoglio dal governo di Varsavia. E’ normale, si dirà: questione di passato vissuto.

Il premier Donald Tusk definisce l’Europa democratica come il “miglior luogo in cui vivere”, perché è cresciuto sotto un regime totalitario, aderendo al movimento Solidarnosc fin dagli anni dell’università (come risposta all’uccisione dello studente Stanislaw Pyjas per mano della polizia politica), distribuendo e scrivendo su giornali clandestini, rischiando la vita o il carcere fino alla caduta del regime nel 1989. Sono esperienze che l’europeo medio dell’Ovest non ha mai vissuto sin dalla generazione che subì la II Guerra Mondiale. Di conseguenza è molto più difficile per noi assaporare il gusto di una libertà che diamo per scontata da più di mezzo secolo. La Polonia si è conquistata a caro prezzo l’adesione alla Nato nel 1999 e quella all’Ue nel 2004.

Eppure sembra una contraddizione.

Non era, per caso, la Polonia a bloccare (assieme alla Repubblica Ceca) l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona? E la Polonia non è parte di quella minoranza di Paesi che non hanno ancora adottato l’euro?

In entrambi i casi, la risposta è: sì. La Polonia rallentò il processo di ratifica del Trattato di Lisbona, la vera e propria nuova costituzione europea. E tuttora non ha l’euro, ma mantiene la sua valuta nazionale, lo zloty. Anzi: l’adozione della moneta unica è rimandato a data da destinarsi. Sarà, con tutta probabilità, l’obiettivo del prossimo governo, che si insedierà dopo le elezioni nazionali il prossimo ottobre.

In entrambi i casi, però, non vediamo alcuna contraddizione. La Polonia guarda all’Europa così come era stata concepita, in origine, da Adenauer, De Gasperi, Einaudi, Schumann: una grande area democratica, sorta sulle ceneri di totalitarismi sconfitti, senza confini, garante dei diritti individuali. L’Europa che tutti sognavano negli anni ’50 è stata poi soppiantata, negli anni ’90, da un’altra visione: quella di uno Stato sovranazionale. Da Maastricht in poi, spinti dalla politica francese e dai partiti socialdemocratici continentali, i membri della Comunità Europea si sono dedicati anima e corpo alla costruzione di un’Unione. La vecchia idea di Europa presupponeva un allargamento senza limiti: chiunque merita democrazia, diritti individuali e libero mercato. La costruzione di un super-Stato europeo, al contrario, deve essere limitata a un club ristretto: solo pochi possono ritenersi omologati a una nuova struttura burocratica che possa essere applicata a tutti. La vecchia idea di Comunità Europea non entrava in conflitto con la Nato, ma ne era il necessario completamento politico sul Vecchio Continente: l’obiettivo (la difesa e poi l’esportazione della democrazia nell’Est) era lo stesso. Il super-Stato europeo tende, al contrario, ad entrare in conflitto con la Nato: comportandosi come una nazione, la sua realpolitik impone competizione e rivalità con la superpotenza americana. Anche flirtando con la Russia e altre nazioni non democratiche.

La classe dirigente polacca parla un linguaggio che noi, all’Ovest, non capiamo più. Sogna ancora un’Europa come era in origine: un grande mercato comune, una politica estera comune, l’esportazione della democrazia. E per questo si percepisce ormai come un’eccezione idealista: “La Polonia” – dice Donald Tusk – “è considerata oggi come uno dei leader, purtroppo poco numerosi, dell’Ue che cercano di promuovere in molti settori il punto di vista europeo”. Varsavia, nelle parole del premier “…si oppone sistematicamente alla riapparizione dello statalismo e del nazionalismo, visibile anche a occhio nudo nelle azioni e nelle dichiarazioni di certi uomini politici e Stati membri dell’Ue”. Konrad Nickewicz, portavoce della presidenza polacca, ha reso note le priorità per una politica estera comune: allargare l’Unione a Croazia, Serbia e Montenegro, non escludere l’Ucraina, “non accettare” il regime della Bielorussia, ma fornire ai bielorussi un’opportunità di democratizzazione per evitare un completo collasso politico ed economico. La Polonia è in prima linea, almeno simbolicamente, anche in Nord Africa, nuova frontiera della democrazia: Lech Walesa, padre di Solidarnosc, è andato a Tunisi, il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski invita i polacchi ad andare in vacanza in Tunisia ed Egitto, per sostenerne l’economia. E al Senato italiano (dove era in visita ieri) propone la creazione “di una fondazione europea per la democrazia, che aiuti i perseguitati nei regimi non democratici”.

Sul fronte economico, Varsavia parla con argomenti che dovrebbero essere lapalissiani, ma risultano quasi alieni a noi dell’Ovest: eliminare le barriere sul mercato interno europeo, adottare una politica energetica comune, anche per far fronte a una Russia sempre più ricattatoria. Pur non facendo parte della zona euro (o forse proprio per questo), la Polonia può permettersi di dare l’esempio. E’ l’unico Paese che non ha subito una recessione nella crisi del 2009. Le prospettive di crescita del Pil sono del 4,1% per quest’anno e del 4,5% per l’anno prossimo, dopo aver già registrato un incremento del 3,7% nel 2010: attualmente è l’economia che cresce più rapidamente in tutto il continente. In un periodo di crisi causate da eccesso di indebitamento, Varsavia è stata la prima a porre un limite nella Costituzione al debito pubblico in rapporto al Pil. Dall’alto di questo piccolo (e ignorato) “miracolo” polacco, Tusk può permettersi di contestare il finto euro-entusiasmo dei leader occidentali e constatare la nascita “… di un euroscetticismo di tipo nuovo, non dichiarato. E’ nel comportamento, nelle parole, nelle azioni di politici che si dichiarano a favore dell’Ue, sostengono una maggior integrazione, ma allo stesso tempo suggeriscono azioni e decisioni che indeboliscono la comunità”.